La medicina di precisione individua il tallone d’Achille di ogni paziente con diabete e lo ‘bersaglia’ con una strategia mirata. L’intervista a Ylenia Cisale.
“Infilare le perle una dopo l’altra, per ricomporre una collana”. Questo l’obiettivo della medicina di precisione. Un obiettivo possibile nel caso del diabete, come ci spiega Ylenia Cisale, medico specialista in Farmacologia e Tossicologia clinica, membro del Centro di Medicina di precisione dell’Ospedale Sant’Andrea di Roma ed esperta di nutrigenetica.
La buona notizia è che la ricerca ha messo in luce gli elementi chiave per aiutare gli specialisti a infilare correttamente le perle una dopo l’altra e intervenire con trattamenti davvero mirati. Ma quali sono le tappe di questo approccio ‘di precisione’? “Il paziente arriva da noi dopo la diagnosi e la visita dal diabetologo, che ha concentrato tutte le strategie terapeutiche sul rapporto glicemia-pancreas. Noi dobbiamo andare oltre, capendo l’origine dominante della disfunzione e poi adattando il trattamento”, dieta inclusa.
I tre attori chiave per il diabete
“Oggi la comunità scientifica definisce il diabete di tipo 2 come una malattia cronica multifattoriale, ma negli ultimi 5 anni la ricerca ha anche dimostrato che questa patologia non è ‘solo un problema di zuccheri’. Piuttosto è come se, sotto la brace, ardesse un fuoco sommesso, costante e sempre vivo: si tratta dell’infiammazione cronica di basso grado. Ormai è diventato chiaro che il diabete non è più una malattia d’organo, ma di sistema, che coinvolge metabolismo, immunità e infiammazione. Questi sono i tre grandi attori che portano al diabete”. Ma quale aspetto sarà prevalente nel nostro paziente?
L’intestino permeabile e il diabete
“Ormai sappiamo che non esiste il diabete, ma tante forme diverse di diabete. Ecco perché – sottolinea Cisale – l’approccio deve essere personalizzato. Noi focalizziamo l’attenzione sul microbiota (l’insieme dei miliardi di batteri, funghi e microrganismi che abitano nel nostro intestino, ndr) e sull’intestino permeabile: il leaky gut, che deve il suo nome all’aumento della permeabilità dello strato più esterno della parete intestinale. Quando la barriera intestinale perde la sua integrità, l’intestino diventa un colabrodo: così frammenti di batteri e metaboliti frutto del lavoro del microbiota entrano in circolo e innescano una risposta immunitaria persistente, che interferisce nel dialogo tra insulina e cellule”, racconta l’esperta.
“È un po’ come se le cellule diventassero progressivamente sorde al richiamo insulinico e il nostro corpo vivesse con un continuo rumore di fondo. Risultato? Peggiora la sensibilità insulinica e si favorisce l’accumulo di tessuto adiposo. In studio pazienti che arrivano con un diabete all’esordio, vedono migliorare la glicemia semplicemente lavorando sulla permeabilità intestinale e sul microbiota. Tanto che, in medicina di precisione, il solo aumento della permeabilità intestinale rappresenta un biomarcatore di diabete. Insomma, se la vulnerabilità principale del paziente sta nel leaky gut, la strategia di trattamento deve tenerne conto”. Ma come scoprire il punto debole del paziente?
Le analisi per ‘illuminare’ il problema
“Tra le analisi che ci permettono di far luce sulla situazione c’è la permeabilità intestinale a 4 zuccheri: al paziente viene somministrata una soluzione che li contiene tutti, poi questi vengono dosati all’interno delle urine. In base allo zucchero o agli zuccheri prevalenti, possiamo individuare in quale zona dell’intestino c’è il colabrodo”. Individuato il tallone d’Achille del paziente, “si esegue un test del microbiota intestinale: questa analisi ci offre alcune tessere ‘chiave’ del puzzle, permettendoci di comprendere quale colonia batterica è in sovrannumero e quale è carente”.
Insomma, dove risiede la disbiosi. “Dopo questi due esami, un test di nutrigenetica permette di capire se il paziente ha una vulnerabilità metabolica determinata su base genetica. Così posso comprendere come orientare la strategia alimentare”.
Ricomporre il puzzle
Prima regola: attenzione al fai da te. “Spesso dopo una diagnosi di questo tipo si inizia in autonomia a eliminare l’olio, ma è sbagliatissimo: l’olio Evo, quello di lino o il pesce azzurro non sono solo nutrienti, ma potenti modulatori biologici. ‘Parlano’ con il microbiota, contrastano l’infiammazione e migliorano la sensibilità insulinica”.
E come ripristinare la barriera compromessa? “Nel mio protocollo si prevede di favorire la produzione endogena di butirrato attraverso la dieta e, quando necessario, un’integrazione mirata. Gli acidi grassi a catena corta come butirrato, acetato e propionato, attivano geni chiave e migliorano l’utilizzo del glucosio da parte della cellula, riducendo la resistenza insulinica. L’utilizzo di polifenoli come resveratrolo, quercetina e catechine può contribuire a migliorare l’integrità della barriera intestinale. Non dimentichiamo che un microbiota impoverito riduce la produzione di GLP-1 (peptide 1 glucagone-simile), un ormone prodotto naturalmente dall’intestino in risposta al cibo, che ha la funzione di regolare la glicemia e l’appetito. Non è un caso che farmaci come la tirzepatide e la metformina (che stimolano l’azione del GLP-1, ndr) siano stati associati a un miglioramento della composizione del microbiota e dell’integrità della barriera intestinale”.
Regole salva-microbiota
Se la parola d’ordine è: salvate il microbiota, “raccomando sempre ai pazienti di mangiare un po’ di tutto, per favorire la sua biodiversità. Ma anche di non prendere probiotici, prebiotici o postbiotici a caso, magari perché consigliati dalla zia”, sottolinea l’esperta. “Quando pensiamo ai batteri dell’intestino, faremmo bene a immaginare un acquario pieno di pesci rossi, blu e gialli; noi abbiamo un sacchetto pieno di pesciolini di cui non conosciamo il colore. Dare probiotici a caso, senza sapere quali colonie vogliamo aumentare e quali ridurre, è come buttare il sacchetto nell’acquario alla cieca, senza sapere cosa produrremo. E se aumentassimo proprio le popolazioni già troppo numerose?”, puntualizza Cisale.
“Occhio anche agli integratori da banco: il nostro sistema è modulabile, assumerli a caso rischia di produrre un effetto indesiderato dal punto di vista epigenetico”. La buona notizia è che, seguendo un regime di precisione, è possibile arrivare a ridurre l’utilizzo dei farmaci.
“Lavorando con il diabetologo posso dire che, nella mia esperienza clinica, ho visto pazienti arrivare a utilizzare meno medicinali o a ricorrere a terapie sempre più selettive. Se si tratta di forme iniziali o borderline, riusciamo a riportare i valori sotto controllo e a togliere del tutto i farmaci – assicura – La chiave del successo sta però nel dialogo continuo e costante tra la medicina di precisione e il diabetologo che segue sul campo il paziente”.
Un’alleanza sapiente, che sfrutta genetica, farmacologia, nutrizione e integrazione per mettere in fila una perla dopo l’altra, spegnendo l’infiammazione, chiudendo le ‘falle’ nell’intestino e riportando così il microbiota in equilibrio.
L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di novembre 2025 (numero 9, anno 8)
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