Disturbi del neurosviluppo, scoperto il gene chiave: fino al 10% dei casi ha una causa finora invisibile

disturbi del neurosviluppo

I disturbi del neurosviluppo hanno cause genetiche complesse, in larga parte ancora da scoprire. Un nuovo tassello arriva da uno studio internazionale pubblicato su Nature Genetics e firmato da un gruppo di ricercatori, guidato dall’Istituto superiore di sanità e dall’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma, in collaborazione con la Icahn School of Medicine at Mount Sinai e la Stanford University, ha identificato un piccolo gene non codificante, chiamato Rnu2-2, come responsabile di fino al 10% delle forme recessive di disturbi del neurosviluppo. Lo studio è pubblicato su Nature Genetics.

Un gene piccolo, un impatto grande

Al centro della scoperta c’è una corta sequenza di Rna chiamata U2-2, prodotta dal gene Rnu2-2. Quando questa sequenza è quasi completamente assente, il corretto sviluppo cerebrale viene compromesso. I bambini affetti ereditano generalmente una copia alterata del gene da ciascun genitore sano, entrambi portatori inconsapevoli: è la combinazione delle due varianti a scatenare il disturbo.

Fino a oggi i geni non codificanti, cioè quelli che non producono proteine, erano considerati poco rilevanti come cause di malattia. Questa scoperta ribalta quella prospettiva. “Per la prima volta, Rna non codificanti emergono come cause relativamente frequenti di malattie monogeniche”, osserva Marco Tartaglia, responsabile della Genetica molecolare e Genomica funzionale del Bambino Gesù e coordinatore del team italiano. “È ragionevole aspettarsi che mutazioni che coinvolgono questi e altri geni non codificanti proteine possano spiegare una quota considerevole delle malattie che rimangono ancora oggi senza diagnosi.”

Un quadro clinico variabile e spesso difficile da riconoscere

La sindrome descritta nello studio si presenta in modo molto diverso da bambino a bambino, probabilmente in relazione al tipo specifico di alterazione genetica. I sintomi più comuni includono ipotonia, ritardi nello sviluppo e difficoltà nel linguaggio. In alcuni casi emergono lievi difficoltà di apprendimento o tratti dello spettro autistico, in altri epilessia, disturbi del movimento o difficoltà nella deambulazione. Le neuroimmagini cerebrali possono risultare inizialmente normali, mostrando alterazioni solo nel tempo. Nei quadri più severi possono comparire anche problemi di alimentazione o difficoltà respiratorie.

Questa variabilità è proprio una delle ragioni per cui la sindrome è rimasta a lungo nell’ombra: senza un profilo clinico univoco, arrivare alla causa genetica era difficile, e i bambini accumulavano esami su esami senza ottenere una risposta.

Il valore pratico: meno esami inutili, diagnosi più rapide

La scoperta non ha solo un valore scientifico. “Sapere qual è il difetto genetico alla base di un disturbo del neurosviluppo evita esami inutili e ritardi nella diagnosi”, sottolinea l’Istituto superiore di sanità. Un elemento non secondario per le famiglie, che spesso vivono anni di incertezza prima di ottenere una risposta.

C’è poi la dimensione del counseling genetico. Essendo una malattia recessiva, se entrambi i genitori sono portatori di una copia alterata del gene il rischio che un figlio sviluppi il disturbo è del 25%. Conoscere questo dato permette di offrire alle coppie una valutazione preconcezionale o prenatale consapevole.

“Questo studio offre nuovi strumenti per arrivare alla diagnosi in un gruppo di malattie le cui basi molecolari sono ancora largamente sconosciute”, spiega Alessandro Bruselles, ricercatore dell’Iss e tra gli autori dello studio. “La scoperta apre inoltre nuove prospettive per comprendere il ruolo delle regioni del genoma che non codificano per proteine, ancora poco esplorate come causa di malattia.”

La strada verso le terapie

Avere una diagnosi molecolare precisa è anche il prerequisito indispensabile per sviluppare terapie mirate. Non esistono ancora trattamenti specifici per questa sindrome, ma identificare il meccanismo alla base del disturbo è il primo passo obbligato per costruirli. La ricerca internazionale che ha portato a questo risultato, con centri coinvolti in Europa, negli Stati Uniti e in Italia, suggerisce che il percorso verso nuove opzioni terapeutiche sia già avviato.

 

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