Perché i no dell’Italia possono irritare Trump ma l’atlantismo resta una stella polare

trump meloni
A Londra un summit sul caldo estremo è stato annullato a causa del caldo estremo. Capita anche questo in un’estate bollente in cui il premier spagnolo Sanchez deve difendersi dall’accusa di essere un corrotto circondato da corrotti, mentre il suo padrino politico, Zapatero, se la passa anche peggio. E che dire dell’Italia dove la premier Giorgia Meloni, a lungo lusingata ed esaltata dall’inquilino della Casa bianca, all’improvviso finisce per essere il bersaglio di diversi attacchi da parte del presidente Usa. Trump, in sostanza, la accusa di aver fatto mancare il sostegno alla guerra in Iran.
È l’estate torrida delle polemiche torride, l’ultima innescata dalla sortita del segretario generale della Nato Rutte, un tipo che chiama Trump “daddy”, paparino, e che, intervistato da Fox news, la spara grossa: “500 voli americani” sarebbero partiti dall’Italia per fare la guerra contro il regime degli ayatollah. Scoppia il putiferio: Meloni ha mentito, basta “favolette”, le opposizioni insorgono. Il ministero della Difesa interviene, chiarisce che tutto si è svolto nel rispetto dei trattati vigenti, dunque i voli autorizzati dalle basi americane nel nostro Paese (peraltro in numero inferiore, poco più di duecento) hanno svolto esclusivamente funzioni di supporto tecnico e logistico, non attività operative. E che qualche no, a Sigonella e non solo, sia stato detto a Trump è evidente dalla reazione di Trump, dalle parole rilasciate (e non smentite) dal presidente Usa al Corriere della sera quando, per la prima volta, ha lamentato il mancato sostegno italiano al conflitto in Iran. Una guerra scoppiata in seguito all’operazione unilaterale di americani e israeliani contro Teheran, “Epic fury”, lo scorso 28 febbraio, al di fuori di una cornice giuridica internazionale e senza il coinvolgimento della Nato. L’Alleanza atlantica è rimasta fuori dal conflitto, esattamente come l’Italia.
La polemica politica lascia il tempo che trova. È noto che in Parlamento esista un fronte a vocazione pacifista e antiamericano che, se fosse al governo, chiuderebbe all’istante le basi militari Usa nel nostro Paese, farebbe uscire l’Italia dalla Nato e stringerebbe accordi con quel “Sud globale” che trova nella Cina il suo centro gravitazionale. Del resto, dello stesso fronte fanno parte organizzazioni politiche che ricevono con tutti gli onori in Parlamento esponenti filo Hamas, per non parlare di quanti vorrebbero “dialogare” con i terroristi di Hezbollah e con i tagliole di Teheran, gli stessi che da tempo avrebbero lasciato l’Ucraina al suo destino negandole ogni aiuto militare. Se Meloni ha scelto la linea della fermezza nel sostegno a Kiev, i leader della sinistra – da Schlein a Conte – non si sono mai recati in visita nella capitale ucraina. Il leader pentastellato poi ha accusato Meloni di servilismo, una tesi difficile da sostenere di fronte alla lamentela pubblica di Trump. Se la premier italiana avesse indossato le “ginocchiere”, come ha dichiarato in Parlamento proprio un deputato grillino con inaudita volgarità, che motivo avrebbe oggi Trump di essere così irritato? Se Trump è deluso dall’Italia, è perché il nostro governo ha detto dei no.
Applicare i trattati e restare fuori da un conflitto che non ha il vessillo Nato: questo ha fatto il nostro governo. Anche a costo di prendersi qualche rimbrotto, pubblico e privato. Chi in passato sottoscrisse un imbarazzante, e inutile, memorandum con la Cina per la nuova Via della Seta e lasciò scorrazzare sul territorio nazionale i militari russi in epoca Covid, non può impartire lezioni. Piuttosto, la questione politica è la seguente: se qualcuno immagina per il nostro Paese un sistema di alleanze alternativo a quello atlantico dovrebbe dirlo apertamente, e su questa piattaforma chiedere il voto ai cittadini. L’Italia, con il centrodestra al governo, rimane saldamente nel quadro delle alleanze tradizionali: atlantismo ed Europa sono la bussola di questo governo. Anzitutto, perché conviene all’Italia: agli Usa ci lega un comune destino, fatto di relazioni economiche, politiche, culturali. Libertà e democrazia sono il nutrimento di un’alleanza che vede nell’unità dell’Occidente il migliore antidoto contro derive autocratiche e illiberali. Anche nei primi quattro mesi di quest’anno l’export italiano verso gli Usa è cresciuto del 3,7 percento. Dalla farmaceutica all’agroalimentare, tutti vanno pazzi per il made in Italy, e i dazi non hanno invertito il trend. Ci sono insomma convinzioni e convenienze che tengono unite le due sponde dell’Atlantico. Su queste fondamenta bisogna costruire una casa comune, anziché alimentare polemiche estive quando il sole già brucia.
Poste Italiane Dic 25

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