4 Novembre 2019

Cosa fanno Bill e Melinda Gates per cambiare il mondo

Fortune

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La Bill & Melinda Gates foundation ha impiegato 45 mld di dollari, dal 1995 al 2017, lanciando ciò che gli esperti della sanità globale riconoscono ampiamente come due dei partenariati pubblico-privato di maggior successo mai istituiti: il Gavi, che ha aiutato ad immunizzare 700 milioni di bambini, e il Fondo globale per la lotta contro l’Aids, la tubercolosi e la malaria. Di Clifton Leaf.

Era marzo del 2018, e ancora una volta Bill Gates si trovava su un palco. Nei mesi precedenti, aveva tenuto un discorso di apertura dopo l’altro. A San Francisco aveva esortato le case farmaceutiche a concentrarsi sulle malattie che colpiscono i poveri così come i ricchi; a Andhra Pradesh, in India, aveva predicato il valore delle piccole aziende agricole; ad Abu Dhabi aveva esortato il Principe ereditario e altri Principi a portare avanti il loro sostegno finanziario alle iniziative per la salute globale; a Cleveland aveva promosso investimenti per migliorare le scuole. 

Ora, il secondo uomo più ricco del mondo e il più importante sostenitore itinerante dei poveri era ad Abuja, in Nigeria, a parlare dello stesso tema al centro di tutti questi discorsi: la necessità di investire nel ‘capitale umano’. Tra i presenti al centro conferenze, all’ombra dell’Aso Rock Presidential Villa, c’era il presidente nigeriano stesso, Muhammadu Buhari, e quello che sembrava essere l’intero schieramento del governo, con una folla di politici e manager di aziende – tutti pronti ad ascoltare l’uomo che aveva, finora, elargito al paese 1,6 mld di dollari di donazioni attraverso la sua omonima fondazione. 

Due mesi prima, la Bill & Melinda Gates Foundation aveva fatto l’insolita mossa di assorbire il debito da 76 mln di dollari che la Nigeria doveva al Giappone, denaro che il paese aveva preso in prestito per finanziare gli sforzi mirati a eradicare la poliomielite. I progressi sono stati impressionanti. Nel 2012, la metà dei casi di poliomielite registrati a livello globale erano concentrati in Nigeria; il paese aveva più della metà dei casi mondiali di questa malattia paralizzante; da allora quel numero è stato ridotto a zero. 

Ma Gates non era lì per tenere un discorso di aggiornamento sul buon lavoro fatto. Era là per fare il contrario: per dire ai suoi ospiti che la loro nazione – la più ricca e popolosa dell’Africa, con 190 milioni di residenti – si trovava in una situazione preoccupante. “Il Paese sta affrontando un’epidemia di malnutrizione cronica”; con un bambino nigeriano su tre cronicamente denutrito, spiegava Gates al suo pubblico. La Nigeria è il quarto Paese sul pianeta per il tasso di mortalità materna, ragione per la quale è anche considerato “uno dei posti più pericolosi al mondo per dare alla luce un bambino”. Più della metà dei bambini nigeriani che vivono nella campagne non possono leggere o scrivere adeguatamente. Il sistema sanitario di base è “difettoso”. 

Il discorso, duro nei toni, andò avanti. Sulla base del Pil pro capite, la Nigeria ‘ricca di petrolio’ sta “rapidamente raggiungendo lo status di paese ad alto-medio reddito, come Brasile, Cina e Messico”, spiegava Gates. Ma nonostante tutti gli interventi significativi, assomiglia ancora ad una nazione impoverita: l’aspettativa di vita è un misero 53 anni – nove anni in meno, in media, rispetto ai vicini Paesi a basso reddito dell’Africa sub-sahariana. La Nigeria è instradata verso un futuro pericoloso – a meno che non si cambi qualcosa, cioè, che non si cominci a investire in maniera sostanziale sulla salute, sull’istruzione, e sulle opportunità economiche per i suoi abitanti.  

“Potrebbe non essere elegante parlare così schiettamente, dal momento che voi siete sempre stati così cordiali con me”, disse Gates al raduno, deviando un po’ dal discorso preparato. Ma, spiegava, stava “mettendo in pratica una lezione” che lui stesso aveva appreso dall’uomo d’affari nigeriano e collega miliardario Aliko Dangote, il quale gli aveva detto: “non ho avuto successo fingendo di vendere sacchi di cemento che non avevo”. Da questo Gates aveva capito che “anche se può sembrare più facile essere cordiali, è importante affrontare i fatti in modo da poter fare progressi”. 

È stato un discorso che “ha scosso” il governo, secondo i titoli del giorno successivo. E che avrebbe potuto fare solo Bill Gates, dice Ngozi Okonjo-Iweala, presidente del Gavi, l’Alleanza mondiale per i vaccini e l’immunizzazione, il quale è stato due volte ministro delle finanze della Nigeria. Anni prima, quando Gates era Ceo di Microsoft, la società che ha co-fondato con Paul Allen nel 1975, non aveva avuto problemi a parlare senza mezzi termini ai capi di governo sfidando con vigore, per fare un notevole esempio, l’Antitrust americana che si era schierata contro la società, negli anni ‘90. 

Il Gates post Microsoft era altrettanto schietto: “lo ha fatto in Nigeria, e senza mezzi termini”, dice Okonjo-Iweala, anche se la franchezza di oggi si lega a qualcos’altro, a uno scopo. Una passione più ‘tenera’. Questo termine è molto usato in questi giorni per descrivere Bill Gates, 63 anni, il quale sul finire del 20º secolo è stato spesso attaccato per la sua sfacciataggine – e talvolta crudeltà – di predatore di aziende. 

Ray Chambers, un influente filantropo americano che ora è ambasciatore dell’Organizzazione mondiale della sanità per la strategia globale, che per diversi anni è stato inviato speciale per la malaria del segretario generale delle Nazioni Unite, dice che “la passione di Gates per la materia”, qualsiasi cosa che abbia a che fare con la salute globale, “e la sua compassione per le vittime” sono ugualmente impressionanti. La dottoressa Helene Gayle, che ha trascorso cinque anni con la Gates Foundation, supervisionando i programmi per l’hiv, la tubercolosi e la salute riproduttiva, ora ceo del Chicago community trust, ha scelto la parola “determinato”, prima di correggersi: “non è proprio così, questo è troppo banale. È qualcosa a metà tra la determinazione e la passione. Voglio dire che quest’uomo è in missione. E se vi state chiedendo quale sia la benzina che alimenta questo perenne zelo, una gran parte della risposta si trova dall’altra parte della ‘&’ che sta nel nome della sua fondazione: Melinda Gates.  

Se Bill dice senza mezzi termine la verità ai potenti, Melinda ascolta la verità di chi è più debole e poi interiorizza e condivide quel segreto, spesso brutalmente represso. Per essere un oratore che generalmente parla sottotono, la sua voce ha la stessa autorevolezza della campana di una chiesa. Ma coloro che la conoscono dicono che il suo vero talento, davvero sorprendente, è semplicemente la capacità di ascoltare. 

Gayle ricorda un viaggio con Melinda, la quale ora ha 54 anni, e Bill nei primi anni 2000 in India, quando erano andati a incontrare una nicchia di popolazione particolarmente colpita dall’Hiv: le donne che lavorano nell’industria del sesso a pagamento. Melinda – come succedeva spesso – era seduta sul pavimento con le donne e ascoltava. “Molte di loro erano disprezzate e stigmatizzate nelle loro comunità”, ricorda Gayle. Lei ascoltava le storie di queste persone, della vita che avevano condotto, fondamentalmente perché erano finite a dover barattare il sesso per la sopravvivenza, e che cosa avesse significato per loro che qualcuno fosse venuto fino a lì, da fuori, per ascoltare le loro storie, essere disposto ad abbracciarle, e trattarle come esseri umani con lo stesso valore: “un momento molto, molto commovente”, racconta. 

In Mozambico è stato lo stesso. I Gates si erano recati in una remota zona rurale, parlando con le donne di quali sogni avevano in serbo per i propri figli “e delle loro paure di non essere in grado di provvedere a loro e di poterli curare”, dice Gayle. Melinda si sedeva per terra, parlando da donna a donna delle cose a cui le madri tengono: “ha questa notevole capacità di connettersi con tutti”. 

Anche Raj Shah, amministratore delegato della Rockefeller Foundation, ha lavorato alla Gates Foundation e viaggiava spesso con i suoi fondatori, ma tra tutti quelli fatti c’è un viaggio che spicca: Bangladesh, dicembre 2005. Il governo aveva fatto tutto il possibile per dare il benvenuto alla famosa coppia a Dhaka, mettendo le loro facce giganti sui cartelloni che costeggiano l’autostrada dall’aeroporto. I Gates, tuttavia, avevano voluto visitare solo il famoso International center on diarrheal disease research – o, come lo chiamano tutti, il ‘Cholera Hospital’. 

Fondato nel 1960, l’ospedale era stato a lungo una eccellenza della ricerca con l’obiettivo primario di trovare modi per aiutare i bambini con la dissenteria a sopravvivere. “A quel tempo”, ricorda Shah, “era in corso un’epidemia di colera, e ci stavamo camminando in mezzo. E non so se avete mai visto un lettino per il colera, ma fondamentalmente è una brandina sollevata con un buco nel mezzo, coperto da un telone blu, per ovvie ragioni”. Su ogni lettino c’era un bambino. “E i bambini avevano solo una costante diarrea”, dice Shah. “Ci sono dei secchi sotto il lettino per raccogliere tutto. E le madri si siedono accanto ai loro figli per fornirgli costantemente una soluzione orale per la reidratazione, sali mescolati con acqua purificata e altri elettroliti”. Quell’Ors, come viene chiamato, impedisce al bambino di disidratarsi e morire durante gli attacchi di diarrea. 

Melinda si sedette accanto a una madre e cominciò ad aiutarla a nutrire il bambino con un cucchiaino, così le due donne – una nata a Dhaka; l’altra, in una casa borghese a Dallas – cominciarono a parlare attraverso un traduttore di ciò che avevano mangiato per cena. Fu un momento in cui Shah capì che Melinda poteva legare con chiunque. “Le mie riminiscenze potrebbero essere sbagliate. Ma ho questo ricordo di lei he diceva ‘oh, anche la mia famiglia ha mangiato riso e fagioli!’ È fatta così: le persone si connettono con lei in un modo molto speciale”. 

Per dimostrare cosa succede quando una forza inarrestabile incontra un essere umano profondamente emozionabile, basta misurare l’impatto della Fondazione Bill & Melinda Gates. Da gennaio del 1995 fino alla fine del 2017, l’associazione filantropica (insieme alle precedenti fondazioni della famiglia Gates che sono state fuse nella Bill & Melinda Gates foundation nel 2000) ha schierato la straordinaria somma di 45,5 mld di dollari. Quando ho chiesto alla fondazione se potevano inviarmi un resoconto di ogni singola sovvenzione che avevano elargito fin dall’inizio, mi è arrivato un foglio di calcolo con presenti 41.487 voci. 

Quei 45 miliardi di dollari hanno lanciato, e costantemente sostenuto, ciò che gli esperti della sanità globale riconoscono ampiamente come due dei partenariati pubblico-privato di maggior successo mai istituiti. Il primo, menzionato sopra, è il Gavi, che ha aiutato i paesi in via di sviluppo ad immunizzare 700 milioni di bambini contro le malattie prevenibili. Il secondo è il Fondo globale per la lotta contro l’Aids, la tubercolosi e la malaria. Il fondo, attraverso le proprie partnership comunitarie, ha messo più di 17 milioni di persone in terapia retrovirale per l’Hiv, fornito assistenza a 5 milioni di persone con la tubercolosi, e trattato più di 100 milioni di casi di malaria solo nel 2017 – oltre ad aver contribuito a prevenire un numero incalcolabile di infezioni di tutte e tre le malattie. Dopo i governi nazionali, la Fondazione è anche il più grande donatore dell’Organizzazione mondiale della sanità.

 

Melinda Gates parla durante l’apertura dell’assemblea Global Maternal Newborn Health Conference a Città del Messico, il 19 ottobre 2015. (AP Photo/Rebecca Blackwell)

I soldi di Gates, utilizzati nell’ambito della Global polio eradication initiative, hanno contribuito a portare quella terribile malattia paralizzante sull’orlo dell’eradicazione, tanto che ad oggi ci sono solo due posti sulla terra, Afghanistan e Pakistan, dove il poliovirus è rimasto attivo. Nel 1998, la malattia era presente in 125 paesi. La ricerca per l’eradicazione è, come sono quasi tutti gli sforzi della fondazione, sofisticata e data-driven. I ‘cacciatori’ di malattie finanziati dai Gates hanno installato sistemi di fognatura nelle regioni hotspot per controllare dove si nasconedeva il poliovirus e utilizzare i dati digitali via satellite per capire quanti bambini affetti dal virus c’erano in determinate zone e, di conseguenza, quante erano le abitazioni sulle quali dovevano intervenire le squadre di inoculazione. 

La Fondazione, ad oggi, ha speso più di un miliardo di dollari per ridurre lo stigma delle antiche, e a lungo trascurate, malattie tropicali (Ntd) che possono causare tantissimi problemi, dalla cecità all’anemia, al rigonfiamento abnorme degli arti – e che, nonostante i progressi fatti, continuano a debilitare un settimo della popolazione mondiale.  

Ha rafforzato i sistemi sanitari nei paesi in via di sviluppo e ha portato innovazione nell’agricoltura. Come scrive Bill in uno dei suoi ottimistici post sul blog GatesNotes, “non ho mai nascosto la mia passione per i fertilizzanti”. La fondazione ha spinto il Paese a intraprendere una discussione a livello nazionale su una riforma dell’istruzione: sostenuta dai dati, così come dai dollari, nonostante ce ne siano state molte simili. Spende 300 mln di dollari all’anno sul K-12 learning. I Gates hanno anche cambiato la natura e le dimensioni delle associazioni filantropiche familiari, unendosi a Warren Buffett dal 2010 per convincere altri miliardari a dare la metà o più del loro patrimonio durante la loro vita o nel loro testamento. Oggi, quasi 200 famiglie si sono unite all’iniziativa ‘Giving Pledge’. 

“Tutte le loro azioni hanno un effetto moltiplicatore” spiega Warren Buffett in un’intervista telefonica sulla coppia, della quale è molto amico da decenni. La sua stessa fortuna è diventata parte di questa moltiplicazione, quando ha donato 500mila azioni Berkshire Hathaway B alla Fondazione Gates – un regalo che valeva circa 1,6 mld di dollari. Ma l’impatto di Bill e Melinda Gates non è circoscritto solo ai soldi. Buffett ritorna sul discorso precedente: “i due hanno un effetto moltiplicatore. Agiscono uniti dallo scopo, ma con uno stile diverso” afferma, ridacchiando sulla verità della sua stessa battuta: “questo è ciò che mi è arrivato ed è proprio vero”. 

“Sono così orientati ai risultati che la maggior parte della gente non ha idea di tutte le cose che non accadrebbero senza di loro”, dice Bono che, come i Gates, è un instancabile protagonista della salute globale, e le cui stesse campagne (RED) e ONE hanno ricevuto finanziamenti dalla coppia. “Da quando li conosco, il loro unico interesse per il loro reddito è relativo ai risultati che può generare per gli altri in termini di vite cambiate” aggiunge. “Non chiedono riconoscimento, ma solo di andare avanti. Mettono su la scenografia, assumono il fotografo, ma sono così concentrati sui risultati che a volte dimenticano di essere parte della stessa fotografia”. 

Il loro lavoro negli ultimi 20 anni ha aiutato a trasformare la vita di centinaia di milioni di persone e trasformerà la vita di altri miliardi di persone se la ricerca che stanno finanziando ora aiuterà a prevenire e a curare l’Aids, la tubercolosi multi-resistente, la malaria, le malattie tropicali neglette e l’influenza. E ne aiuterà ancora di più se il lavoro che stanno facendo ora per dare più potere alle donne, fornire servizi igienici, potenziare l’agricoltura, e migliorare l’istruzione (così come l’accesso all’istruzione) arriverà alla piena realizzazione. Per tutti questi motivi, Fortune ha scelto Bill e Melinda Gates come World’s Greatest Leader 2019. La scelta è al singolare; il potere della loro leadership è sicuramente raddoppiato. 

Per capire come lavorano i Gates, basta pensare ai bagni. È solo un’ipotesi, ma è probabile che ci siano poche persone sul pianeta che si entusiasmano più di Bill Gates parlando di latrine. In un mondo in cui 4,5 mld di persone sul pianeta non hanno “una corretta e sicura gestione dei servizi igienico-sanitari”, secondo le stime delll’Organizzazione mondiale della sanità – delle quali circa 900 milioni (per la maggior parte che vivono in zone rurali) defecano ancora all’aperto – un’apparecchiatura sicura, accessibile, per il trattamento autonomo dei rifiuti, che non necessità né di acqua corrente né di fognature, è la conditio sine qua non degli interventi di sanità pubblica. Per fare il punto, Bill è salito di nuovo sul podio, volando a Pechino lo scorso novembre per il Reinvented Toilet Expo. Accanto a lui – appoggiato su una pedana – c’era un vaso di escrementi umani. “Questa piccola quantità di feci”, ha detto Gates, “potrebbe contenere fino a 200 trilioni di cellule di rotavirus, 20 miliardi di batteri shigella, e 100mila uova di vermi parassita”.

Bill Gates parla accanto a un contenitore di feci umane al Reinvented Toilet Expo di Pechino, il 6 novembre del 2018 (AP Photo/Mark Schiefelbein)

 

Nonostante le risate del pubblico, il contenitore era pieno di roba mortale: in gran parte dei Paesi in via di sviluppo, infatti, è un’arma di distruzione di massa, come dimostrato dalle apparentemente ininterrotte storie di epidemia di colera, tifo, dissenteria, epatite e malattie diarroiche. All’expo dei servizi igienici sono stati messi in mostra numerosi prototipi ingegnosi, “i progressi più significativi delle strutture igienico-sanitarie in quasi 200 anni” li ha chiamati Bill, e la Fondazione Gates ha messo circa 200 mln di dollari nello sforzo fatto fino ad oggi. 

Ma come hanno spiegato Bill e Melinda in un’intervista congiunta a Seattle alla fine di marzo, i gabinetti riconvertiti rappresentavano qualcosa di potenzialmente rivoluzionario. I servizi igienici costituivano un collegamento diretto con la salute delle giovani e delle donne e, in ultima analisi, la loro emancipazione economica. Nell’Africa sub-sahariana, una ragazza in età scolare su 10 non va a scuola durante il periodo mestruale, secondo l’Unicef, e molte abbandonano dopo l’arrivo del menarca. “Pensate cosa significa per un bambino perdere cinque o sei giorni al mese e quanto rimangono indietro”, spiega Melinda. A volte è la paura di subire delle violenze che tiene le donne o le ragazze lontane dai bagni pubblici e lo stesso vale per le donne che portano i loro figli al bagno, con un effetto a cascata. 

“Dobbiamo tracciare la linea” di connessioni tra tutti i punti forniti dai dati raccolti, spiega. “Perché se le persone non tracciano una linea, se parliamo solo dell’importanza delle misure igieniche per la salute delle persone” non riusciamo a comprendere pienamente le opportunità e le sfide mancate. “Quello che abbiamo imparato nel nostro lavoro è che bisogna parlare anche dei problemi di genere, perché sono specifici”. Infatti, come ha scoperto Melinda nel suo viaggio di due anni attraverso il mondo in via di sviluppo, per tutto ciò che tende a limitare il capitale umano, c’è una linea che collega in qualche modo questi fattori alla diversità di genere. La più spessa di queste linee, certamente, riguarda i diritti delle donne di decidere se e quando sposarsi, e se e quando avere figli. Entrambe queste scelte, in gran parte del mondo, sono state sottratte alle donne, con conseguenze devastanti e transgenerazionali. 

Melinda, una cattolica praticante che ha frequentato un liceo cattolico per sole donne a Dallas (dove si è diplomata come migliore studentessa), ha incontrato diverse resistenze, in certi ambienti, su alcuni dei suoi sforzi di pianificazione familiare, che prevedono l’accesso delle donne alla contraccezione. Ma come spiega Geeta Rao Gupta, membro anziano della Fondazione delle Nazioni Unite a Washington D.C., la posizione della Fondazione Gates sulla pianificazione della famiglia è, come tutto ciò che fa la fondazione, sul punto di “raggiungere i suoi obiettivi”.  

Lo sforzo non consiste nel dire alle donne che vivono nei Paesi in via di sviluppo di avere meno figli, spiega Rao Gupta: “il fatto è che le donne vogliono controllare la loro fertilità. Vogliono dei contraccettivi. Non vogliono così tanti bambini o troppi bambini, e non hanno la capacità, gli strumenti che sono disponibili al mondo, per poter fare questa scelta”. Colmare questo divario non significa solo comprendere le barriere sociali, culturali o religiose, per quanto siano importanti. Melinda ha scoperto che c’erano anche barriere di approvvigionamento e logistiche che impedivano di portare i contraccettivi alle donne. Quindi, anche quando la società era aperta a questa idea, ci sono state altre sfide, spiega Rao Gupta, che ha anche fondato il Programma 3D per ragazze e donne, che si concentra sull’emancipazione economica. 

bill gates melinda gates bill and melinda gates foundation
 (AP Photo/Elaine Thompson)

 

Ma c’erano anche altre linee legate al genere – come quelle che collegano la scelta di una nascita all’istruzione, e poi alla mortalità infantile. Quando si tratta della sopravvivenza di bambini sotto i 5 anni, dice il Ceo della Gates Foundation Sue Desmond-Hellmann, che è medico ricercatore ed ex cancelliere dell’Università della California a San Francisco, “uno dei principali fattori determinanti per la salute di un bambino è l’educazione della mamma”. 

“E così quando si investe nell’istruzione di ragazzi e ragazze, come fortunatamente fa la maggior parte del mondo ora, si sta investendo nel futuro di quelle donne come madri – e nella salute dei loro figli”. Melinda, che si è laureata in informatica alla Duke University e ha conseguito un Mba alla Fuqua school di Duke – e che ha trascorso i nove anni successivi alla Microsoft – ha studiato con attenzione i dati sulle barriere di genere. E i dati che non erano già disponibili, li ha commissionati tramite la sua fondazione. Ma per lo più ha imparato confrontandosi direttamente con le persone – attraverso una sorta di osmosi umana: dall’ascolto delle donne nei gruppi di auto-aiuto in India; dai colloqui con ragazze e madri ovunque dal Bangladesh all’Indonesia. Le intuizioni sono venute quando lei e sua figlia Jenn, che ai tempi aveva 17 anni, hanno trascorso la notte nella capanna di una coppia Maasai nel villaggio di Mbuyuni in Tanzania, così come ha fatto nella casa famiglia in Malawi con il figlio Rory. “Non era quello che pensavamo quando abbiamo iniziato come fondazione”, afferma Melinda. “Ma direi che negli ultimi sei, sette anni, abbiamo davvero iniziato a parlare di questo problema del gap di genere e abbiamo fatto investimenti specifici per essere sicuri di affrontarlo nel modo giusto”. 

La complessa interazione tra genere, salute globale e opportunità è anche il tema del libro di Melinda, The Moment of Lift, che ha debuttato in aprile. Le storie raccontate sono spesso crude e commoventi. Ma il vero tema del libro – come sembrerebbe essere con tutte le cose che fanno i Gates – è l’ottimismo: ciò che Bill e Melinda vedono come le infinite opportunità di sistemare ciò che ci trascina giù e di “evocare il momento di elevazione dell’essere umano”, come scrive Melinda nel suo libro. “La cosa estremamente impressionante è che sia Bill che Melinda portano con sé una sorta di ottimismo contagioso sul fatto che questi problemi possano essere risolti”, dice Peter Sands, l’ex Ceo di Standard chartered che ora è direttore esecutivo di The Global Fund. “L’umanità ha un’enorme capacità di innovare, di riflettere e di trovare il modo di fare le cose. E quando passi un po’ di tempo con loro, continuano a dire, ‘qual è il prossimo passo da fare?’ E penso che questo sia un approccio stimolante, un fantastico catalizzatore”.  

Entrambi i Gates riconoscono quanto sia centrale questa visione positiva per la loro missione e sembrano esercitarla in quasi ogni discorso pubblico e presentazione che tengono. “L’ottimismo è fondamentale per il nostro lavoro”, spiega Melinda. “Dobbiamo essere in grado di vedere la realtà di ciò che sta succedendo nel mondo, di conoscerla e di ascoltare. Ma dobbiamo credere che il mondo possa migliorare. E crediamo in un mondo che migliora perché il mondo sta migliorando”. Un bambino che nasce oggi ha la metà delle probabilità di morire prima dei 5 anni rispetto a un bambino nato nel 2000, dice. Le aree più povere del mondo sono meno povere di quanto non fossero ai tempi. “E dobbiamo mantenere questa fede nel progresso e aiutare gli altri a mantenerla in modo che possano venire con noi durante il viaggio. Perché il viaggio che stiamo facendo non è un viaggio in solitaria. Molti, molti, molti partner devono essere al tavolo per creare, per esempio, un nuovo vaccino o una nuova tecnologia che andrà a vantaggio di tutti”. 

Bill aggiunge: “direi che questo tipo di ottimismo ora è particolarmente importante laddove c’è una sorta di rivolta interna (politicamente parlando), e la fiducia in varie istituzioni è molto bassa. Molte delle cose che facciamo richiedono tempo”, afferma. “Voglio dire, stiamo lavorando su un vaccino per l’Hiv da più di 15 anni, e probabilmente ce ne vorranno altri 10 prima di arrivarci, quindi 25 in totale. Per l’eradicazione della malaria, se le cose vanno bene, ci vorranno altri 20 anni. Lo sforzo per la poliomielite è iniziato nel 1988, siamo entrati nel progetto solo nel 2000. Sai, è un lungo viaggio”. Questo è difficile, dice, quando si tratta di convincere le persone a impegnarsi soprattutto quando l’impatto iniziale dello sforzo, come nella riduzione della malaria, è lontano ‘dal cortile’ di molti dei donatori. “L’ottimismo” prosegue, “è un punto cardine per il coinvolgimento delle persone”. 

“Sì, dobbiamo credere in ciò che è possibile”, aggiunge Melinda. “Non è affatto un ingenuo ottimismo. È un ottimismo realistico. Stiamo cercando di immaginare il futuro come i leader immaginano il futuro della loro azienda o la loro mission. E per noi, il fatto che tutte le vite abbiano lo stesso valore è la mission”.  

L’argomentazione dell’ottimismo si è rivelata terribilmente valida in Ruanda. Un quarto di secolo dopo che un terribile genocidio aveva lacerato il già povero paese dell’Africa orientale, il Ruanda costituisce un case study di ciò che è possibile. Guidato dal medico Agnes-Binagwaho, ex ministro della salute del paese, e altri, il Ruanda ha investito in maniera costante in infrastrutture sanitarie, cure di base, una massiccia vaccinazione infantile, e la salute materna. Gruppi come la Fondazione Gates, il Gavi, The Global Fund, e Partners in Healthcofondato da Paul Farmer, che ha vissuto in Ruanda per anni – hanno finanziato lo sforzo in maniera sostanziale. Ma gran parte dell’innovazione e del lavoro di base sono stati fatti in casa. La mortalità infantile, nel frattempo, è scesa da uno dei tassi più elevati nell’Africa subsahariana a uno dei più bassi. La svolta è così straordinaria che Farmer, professore di medicina sociale e salute globale ad Harvard e noto pioniere nel trattamento della tubercolosi, ha messo in piedi un centro accademico per studiare il paese: l’Università della Global health equity. Binagwaho è stato nominato vice cancelliere. 

“Lo vediamo in molti luoghi: esempi reali di governi che fanno investimenti lavorando con le agenzie delle Nazioni Unite, con le Ong, con gli altri, che guidano davvero il proprio futuro, investendo nei loro giovani”, dice Desmond-Hellmann. “Sta accadendo non solo in Ruanda, ma anche in Etiopia, Bangladesh, e altrove”. Ma è un lavoro che deve essere sostenuto, dicono i Gates, praticamente ogni altro esperto globale di salute. La verità è che il Ruanda, come la Nigeria, è sul filo del rasoio: se gli sforzi per combattere la malaria, la tubercolosi, l’Aids e le malattie tropicali rallentano o rimangono statici, i casi di malattia non si stabilizzano, aumentano. E la prossima generazione di bambini perde terreno.  

È per questo che i Gates ora sono così concentrati sulla ricostituzione dei contributi per The Global Fund, una spinta triennale di raccolta fondi che si svolge nel mese di ottobre – e dopo questo una raccolta finanziaria per il Gavi. Queste due istituzioni sono i prolungamenti della Fondazione Gates, e la coppia ha speso più dollari per la sua iniziativa filantropica per sostenere programmi sanitari come questi che per qualsiasi altra cosa. “Avrebbero potuto scegliere di fare qualsiasi cosa con la loro vita”, dice Warren Buffett, “ed entrambi stanno spendendo non solo denaro, ma enormi quantità del loro tempo ed energia in tutto il mondo per rendere migliore la vita delle persone. Pensaci un attimo”. 

 

Articolo di Clifton Leaf apparso sul numero di Fortune Italia di giugno 2019.

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