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Covid, i vaccini generano le varianti?

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vaccini coronavirus

Più di 2 milioni di over 60 italiani sono a quota zero vaccini, e ad alimentare l’esitazione contribuiscono anche non poche pseudo-notizie su Covid-19, diffuse via social e col passaparola. Tra queste, anche l’affermazione che ‘sono proprio i vaccini a generare le varianti‘. Di sicuro questa frase l’avrete sentita in tanti, ma sarà vero?

A rispondere sono i medici anti-bufale di Dottoremaeveroche.it, il portale contro le fake news della Fnomceo (Federazione nazionale degli ordini dei medici), in una scheda firmata da Roberta Villa, giornalista e divulgatrice laureata in medicina. Ebbene, la risposta è no. Non è vero che i vaccini generano le varianti: queste ultime si creano spontaneamente.

I virus, come spiegava in occasione della precedente pandemia – quella dell’influenza A/H1N1, qualcuno ricorda la suina? – l’allora ministro della Salute Ferruccio Fazio, si riassortano. E mutano quanto più li lasciamo circolare.

Per fortuna, la variante delta – al momento prevalente in Italia e in gran parte d’Europa – riesce a eludere solo in piccola parte l’immunità indotta da vaccini o varianti precedenti. Più abile a scavalcarla, soprattutto negli anziani, sembra la variante gamma, in precedenza denominata “P.1”, o “brasiliana”. Questa tuttavia non sembra particolarmente contagiosa rispetto alla delta e in Italia per ora riguarda una minoranza dei campioni esaminati, pur essendo già estesa a una cinquantina di province, spiegano i dottori anti-bufale.

Ma come è nata quest’idea? Dal momento che di varianti si è cominciato a parlare quando è iniziata la campagna vaccinale – soprattutto in seguito alle dichiarazioni di alcuni medici e ricercatori che hanno collegato i due fenomeni – si è diffusa nell’opinione pubblica l’idea che siano state le campagne vaccinali stesse a indurre il virus a trovare nuovi modi per sfuggire all’azione degli anticorpi prodotti dal sistema immunitario.

Non è così, e possiamo dirlo con certezza per il fatto che la variante alfa (quella che fino a qualche tempo fa chiamavamo “inglese”) è emersa nel sud-est dell’Inghilterra a settembre 2020, ben prima che i vaccini anti Sars-CoV-2 venissero autorizzati e si cominciasse a vaccinare a tappeto la popolazione.

Lo stesso si può dire delle varianti beta e gamma, che si sono selezionate rispettivamente in Sud Africa e Brasile alla fine del 2020, quando il virus circolava in maniera estesa in una popolazione non vaccinata, provocando rispettivamente il maggior numero di casi e vittime di tutto il continente africano e la terribile recrudescenza della pandemia nella città di Manaus, che si credeva già largamente protetta dall’immunità creata nel corso della prima ondata.

La variante delta, infine, è stata identificata per la prima volta nell’ottobre del 2020 nello stato indiano del Maharashtra ed è poi dilagata nella primavera del 2021 in Nepal e India, in circostanze simili, su una popolazione vaccinata per non più del 3%. Infine, non dimentichiamo che già la prima versione del Coronavirus responsabile della prima ondata in Italia, chiamato in sigla “D614G”, era una variante più contagiosa rispetto al ceppo originale di Wuhan.

Spesso, tuttavia, il dilagare di un’idea scorretta parte da una possibile verità che viene mal interpretata, distorta, amplificata. Anche in questo caso la questione è complessa, e non può essere liquidata con l’inequivocabile prova di innocenza delle campagne vaccinali data dalla sequenza temporale, che le scagiona totalmente. Il ragionamento che c’è dietro merita che si faccia un po’ più di chiarezza, per fugare ogni dubbio sull’importanza di vaccinare il maggior numero di persone nel più breve tempo possibile.

Come si generano allora le varianti di un virus? Ogni volta che un virus entra in una cellula e comincia a usare i suoi apparati per farle produrre un enorme numero di copie di sé è possibile che avvengano errori, detti mutazioni. Pensando alla sequenza genetica come a un testo scritto di istruzioni, copiato a mano da una squadra di amanuensi, è molto probabile che nel procedimento qualcuno sbagli a trascrivere una o più lettere o dimentichi una parola. Nella maggior parte dei casi ne deriverà un cambiamento che lascia inalterato il senso generale del testo, qualche volta che lo rende incomprensibile, ma talvolta, sui grandi numeri, è possibile che dall’errore involontario derivi una versione perfino migliore. Lo stesso accade con le imprecisioni con cui la cellula copia le particelle virali: alcune sono irrilevanti, altre risultano letali o svantaggiose.

Occasionalmente, per fortuna molto di rado rispetto all’enorme numero di replicazioni che avvengono in natura, una o più di queste modifiche possono dar luogo a una variante che si trova in qualche modo avvantaggiata rispetto alla versione originale: per esempio, come nel caso della variante delta, perché comporta una carica virale nelle alte vie aeree molto maggiore (si parla di oltre 1.000 volte), che permette al virus di diffondersi più facilmente contagiando un maggior numero di persone, ottimizzando le sue possibilità di replicarsi di nuovo.

Come in ogni altro fenomeno evolutivo, a selezionare uno o più caratteri è la pressione esercitata dall’ambiente circostante: avrà la meglio sulle altre la versione più adatta alle circostanze specifiche, quella che permette di sopravvivere fino ad avere una maggiore discendenza. Lo stesso accade ai batteri, alle cellule e a ogni organismo vivente.

Dato che varianti capaci di eludere la risposta immunitaria sono emerse ben prima che i vaccini fossero distribuiti su larga scala, è difficile prendere in considerazione l’ipotesi che i vaccini stessi o le strategie per distribuirli siano stati fattori importanti nel determinare questa capacità di evasione, ha scritto in un report sul New England, insieme a un nutrito gruppo di esperti della Food and Drug Administration e di altre istituzioni sanitarie di tutto il mondo, Mike Ryan, direttore esecutivo del programma per le emergenze sanitarie dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

“Tuttavia, una replicazione virale prolungata in presenza di una immunità parziale potrebbe aver contribuito allo sviluppo di varianti che possono almeno in parte sfuggire alla risposta immunitaria umana” precisa, sottolineando che ciò si potrebbe essere verificato per esempio in pazienti immunocompromessi (come si suppone sia accaduto nel caso della variante alfa, forse selezionatasi in un individuo sottoposto a ripetute somministrazione di plasma immune).

“L’uso di trattamenti a base di anticorpi, per esempio anticorpi monoclonali o plasma di convalescenti, in circostanze in cui sono di limitata o non dimostrata efficacia, può contribuire ulteriormente alla evoluzione di varianti preoccupanti (Voc, variants of concern) che potrebbero superare non solo la protezione conferita da queste, ma anche da altre risposte anticorpali. Gli interventi con efficacia parziale possono quindi incoraggiare l’evoluzione virale” aggiungono gli esperti, non perché inducano le mutazioni, ma perché conferiscono ai virus che ne sono portatori un vantaggio rispetto alle altre varianti.

Che fare, quindi? La pressione che potrebbe in teoria essere esercitata dall’immunità indotta dai vaccini non è sostanzialmente differente da quella che potrebbe derivare da una popolazione che ha già incontrato il virus, come accaduto a Manaus. Anche per questo l’idea di lasciar circolare il virus perché si crei per via naturale quella che viene impropriamente chiamata immunità di gregge, o immunità di gruppo, è sconsigliata dagli esperti, oltre al fatto che è ritenuta impraticabile e non etica.

Maggiore è il numero di persone infette – in maniera sintomatica o asintomatica, con forme gravi o leggere importa poco, se non in relazione al carico virale presente – maggiore è il numero di replicazioni virali e maggiore la probabilità che emergano nuove varianti.

La vaccinazione crea immunità senza far affrontare agli individui disagi, pericoli, conseguenze a lungo termine legate alla malattia, ma anche senza far replicare il virus come accade nel corso dell’infezione. “Per questo” concludono gli autori del report, “strategie efficaci di salute pubblica come il distanziamento, l’uso delle mascherine, e l’utilizzo mirato di vaccini efficaci che riducano sia l’infezione sia la trasmissione del virus possono aiutare a limitare l’evoluzione virale. Limitare la trasmissione nella popolazione generale è estremamente importante per rallentare la comparsa di ulteriori varianti di preoccupazione” ribadiscono.

I vaccini non causano le varianti, ma da soli non possono ancora arginare un’ondata di infezione come quella in corso. Almeno fino a quando un’alta percentuale della popolazione non sarà efficacemente protetta, per cui anche la circolazione del virus nel mondo scenderà a bassissimi livelli, occorre mantenere anche altre precauzioni. Altrimenti, avvertono i dottori anti-bufale, il rischio che emergano nuove varianti capaci di “bucare”, come si dice in gergo, la protezione data dai vaccini è un rischio concreto.