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Covid, vaccino protegge da sintomi gravi e rallenta contagio

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vaccini Pfizer

Covid-19 nei vaccinati è un evento raro, si presenta quasi sempre in forma lieve, ma in un caso su 5 può diventare ‘long Covid-19’. E il dosaggio degli anticorpi neutralizzanti nel sangue potrebbe consentire di individuare i soggetti a rischio di infezione, nonostante il vaccino.

Questi in sintesi i risultati scaturiti da un grande studio israeliano pubblicato sul New England Journal of Medicine.

Le persone che hanno completato il ciclo vaccinale hanno scarsissime probabilità di contrarre l’infezione da virus Sars -CoV-2 (nei vaccinati si chiamano ‘breakthrough infection’). A patto però di avere un numero relativamente alto di anticorpi neutralizzanti il virus.

È quanto sostengono gli autori di questo studio israeliano, condotto su oltre 11 mila operatori sanitari sottoposti a vaccinazione con il Pfizer-BioNTech presso il più grande ospedale israeliano, lo Sheba Medical Center di Tel Aviv.

La maggior parte delle infezioni breakthrough registrate tra il personale di questo ospedale nei 4 mesi dopo la seconda dose di vaccino (39 in tutto) è risultata di tipo asintomatico (svelata cioè solo da un tampone positivo) o di grado lieve (tale cioè da non richiedere il ricovero), anche se nel 19% dei casi i sintomi persistevano oltre 6 settimane (long Covid-19: persistenza di perdita dell’olfatto, tosse, fatigue, debolezza, dispnea, dolori muscolari).

Tra i ‘casi’, il sintomo più frequentemente riscontrato era una congestione delle prime vie aeree (36% dei casi), seguito da dolori muscolari (28%), perdita dell’olfatto o del gusto (28%); in un caso su 5 era presente febbre.

L’85% dei pazienti presentava un’infezione da variante alfa o B.1.1.7 (lo studio è stato condotto da fine gennaio a fine aprile 2021).

La categoria più colpita è stata quella degli infermieri (46%), mentre solo il 13% dei casi breakthrough ha riguardato i medici. L’età media dei contagiati era 42 anni e in tutti i casi in cui erano disponibili informazioni sulla fonte del contagio, questa era riconducibile ad un soggetto non vaccinato (nel 57% dei casi un familiare).

Questi risultati confermano quanto già suggerito da altri studi e cioè che il livello nel sangue degli anticorpi ‘neutralizzanti’ (quelli che impediscono al Sars-CoV-2 di infettare le cellule), può consentire di individuare i soggetti a rischio di infezione, nonostante il vaccino.

Viene inoltre confermato che il vaccino protegge quasi sempre dalla malattia sintomatica ma, almeno in alcuni casi, non dall’infezione (e quindi dalla possibilità di contagiare altre persone). E comunque, visto che in questo lavoro non sono stati individuate infezioni secondarie, riconducibili ad uno dei casi breakthrough, gli autori concludono che queste persone sono meno contagiose dei non vaccinati.

Il dosaggio degli anticorpi neutralizzanti rappresenta dunque un marker predittivo di protezione dal Covid-19 molto affidabile, che potrebbe anche velocizzare l’approvazione di nuovi vaccini da parte delle autorità sanitarie, senza necessità di ricorrere a grandi trial clinici.

Potrebbe inoltre guidare la scelta di indirizzare o meno un soggetto già vaccinato verso una terza (o quarta) dose di vaccino per proteggerlo dalle nuove varianti del virus.

Il problema è che il test per gli anticorpi neutralizzanti non è disponibile ovunque. Per questo si sta cercando di valutare se altri test, come il dosaggio delle IgG anti-S o di quelle anti-RBD (receptor binding domain), più facilmente eseguibili, possano fungere da validi ‘surrogati’ del dosaggio degli anticorpi neutralizzanti nello stabilire il livello di protezione dall’infezione da Sars- CoV-2, conferito dal vaccino.

Ma per questo bisognerà attendere i risultati di altre ricerche. Probabilmente inoltre il grado di protezione conferito dal vaccino correla soprattutto con l’iniziale risposta immunitaria, quindi con il ‘picco’ anticorpale raggiunto qualche settimana dopo la vaccinazione.

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