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La ripresa italiana e il ruolo dalla scienza, Gentiloni alla Cattolica

Gentiloni alla Cattolica/credits Università Cattolica del Sacro Cuore
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La pandemia da Covid ha messo a dura prova il nostro Paese, ma ha anche messo in luce le sue potenzialità. Dopo mesi difficilissimi si è innescata una inversione di tendenza, anche dal punto di vista economico. Una ripresa che però non può prescindere da scienza e conoscenza, in un continente che non solo è il “più vaccinato al mondo, ma anche quello che ha esportato e donato più vaccini ai Paesi poveri”.

Ha parlato anche di vaccini, pandemia e del ruolo della scienza il commissionario europeo per l’Economia Paolo Gentiloni, all’inaugurazione della sede di Roma dell’Università Cattolica. Nel suo intervento, Gentiloni, ha affermato che proprio grazie alla pandemia, che ha messo in discussione il ‘superuomo cosmopolita’, è tornata d’attualità “l’importanza di scienza e conoscenza”, anche se si trovano a fare i conti con “una negazione molto rumorosa”. Ma si tratta pur sempre “di una minoranza”.

Secondo Gentiloni, “l’emergenza sanitaria ha rivelato un nuovo senso civico e gli italiani si sono riscoperti comunità, come ha ricordato nel suo messaggio per il nuovo anno il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Talvolta hanno aperto anche strade che hanno percorso altri Paesi e vivendo all’estero ne sono stato orgoglioso. La saggezza del governo, la collaborazione tra le forze politiche, la collaborazione con la comunità scientifica hanno contribuito a una risposta positiva”.

L’Europa dei vaccini e del green pass (600 milioni per 60 Paesi), della ricerca e della scienza, dell’Erasmus e del debito comune solidale, “l’Europa della convenienza ma anche della convinzione, che abbiamo tutti rivisto in questi ultimi giorni per la commozione generale che ha accompagnato la scomparsa di Sassoli”, è per Gentiloni quella in cui “ogni cittadino è libero ma non è solo davanti alla malattia”.

Ma il legame fra scienza e Covid è stato al centro anche del discorso del rettore dell’ateneo Franco Anelli: “Non basta “fare” scienza. Occorre farla comprendere”. Altrimenti il rischio è quello di ingenerare incomprensioni e sospetti. Nel dibattito pubblico occorre evitare l’errore, come ha chiesto il professor Anelli, di “dimenticare che la scienza è ricerca, non rivelazione”. Le università hanno la funzione culturale e politica di farne comprendere l’essenza e i limiti. Da un lato, ridimensionando “l’aspettativa quasi fideistica nel progresso scientifico e tecnologico”, che, per fortuna, sta arretrando. Dall’altro, aiutando a capire che il procedere per tentativi, ipotesi, verifiche e confutazioni, come si è visto durante la pandemia, fa parte della scienza e non deve minare le certezze, fino al paradosso che “un risultato straordinario, come l’elaborazione di vaccini nel volgere di pochi mesi, è stato da molti accolto con sospetto o ripulsa”. Una dinamica già vista all’inizio del ‘900 a proposito della vaccinazione contro il vaiolo, che “getta un’ombra sulla reale capacità di apprendere dal passato”.

D’altra parte, ha ribadito anche Paolo Gentiloni, “le verità del mondo scientifico non sono mai verità rivelate” e “le voci della ricerca possono anche essere diverse, talvolta dissonanti”.

Occorre far crescere, secondo Anelli, l’investimento sulla capacità delle istituzioni educative di “diffondere una cultura scientifica” e di far comprendere che cos’è la ricerca, rendendo consapevole la società contemporanea “dei processi di produzione del sapere e della valutazione critica dei risultati, specialmente quando questi costituiscono le premesse del decidere e dell’agire”. Una scienza liberata “dalla pretesa di assoluto, consapevole che vi è sempre altro da svelare, e che le nuove scoperte potrebbero mettere in discussione le convinzioni precedenti, è la scienza che merita fiducia”.

“Ne usciremo migliori solo con il coraggio di chi ricostruisce e getta le fondamenta” ha detto Paolo Gentiloni. “È quello che fece padre Gemelli in un’Europa piegata dalla guerra e dall’influenza “spagnola”, investendo sulla ricerca e sui giovani e, più tardi, dando vita alla facoltà di Medicina e chirurgia e al Policlinico Gemelli”.

Due istituzioni, come ha ricordato nella sua relazione il preside Rocco Bellantone a conclusione del suo terzo mandato, che hanno saputo unire l’attività di formazione, di cura e di ricerca, ricevendo l’accreditamento della Joint Commission International (JCI) quale Academic Medical Center anche a seguito della positiva valutazione del percorso educativo dei medici in formazione, il riconoscimento del Gemelli come Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico (Irccs) e l’indicazione da parte di Newsweek come il migliore ospedale italiano e tra i 40 migliori del mondo.

Ma il coraggio, secondo Gentiloni, deve fare oggi i conti anche con un contesto unico dal punto di vista delle prospettive economiche. “Tornare al livello e alla situazione delle nostre economie prima della pandemia non significa riportare le lancette a un’ipotetica età dell’oro”. Quello prima del 2020 “era un contesto nel quale le disuguaglianze erano molto forti, la crescita bassa e limitata, il contrasto al cambiamento climatico era in ritardo e la competitività dei nostri sistemi europei di fronte ai grandi attori mondiali era messa in discussione”. Ora l’approccio è cambiato: “L’Europa ha scelto di mettere in comune 800 miliardi per la transizione verde, per la competitività, per l’innovazione, per l’inclusione sociale in un grande programma di rinascita che prevede per l’Italia anche decine di miliardi per la ricerca, per l’università, per i presidi sanitari nel territorio”.

Insomma, resta fondamentale saper cogliere “l’occasione del Pnrr, che destina all’Italia un quarto delle risorse comunitarie”. Deve essere una “missione comune”, che per Gentiloni va affrontata non soltanto “dalle autorità di governo ma anche dall’insieme del mondo economico, della società, della cultura. Perché la rinascita o sarà un’impresa comune o non sarà”.

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