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Candida auris, che cos’è e come si cura il fungo ‘killer’

Candida
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Si parla già di fungo ‘killer’, perché ha causato la morte di un settantenne veneziano, tornato da un viaggio in Africa dove era stato ricoverato in un ospedale per un problema renale. Ma non è uno di quelli velenosi che si raccolgono nei boschi e inavvertitamente si ingeriscono.

Si tratta invece di un tipo di Candida, per la precisione la Candida auris, che desta preoccupazione perché in diversi casi si rivela resistente ai principali farmaci antifungini che la medicina ha a disposizione per trattare questa infezione.

Ma di che si si tratta esattamente e quanto ci dobbiamo preoccupare? Fortune Italia ha chiesto lumi a Roberto Cauda, ordinario di malattie infettive presso il Policlinico Gemelli di Roma.

Professore, andiamo con ordine: che cos è la Candida auris?
Si tratta di un fungo, un tipo di Candida, lontana parente della più nota Candida albicano, che causa candidosi orali e vaginali.

È un fungo comune anche nel nostro Paese o è tipico di altre aree del globo?
La Candida auris è stata isolata per la prima volta in Giappone nel 2009, nell’orecchio di un paziente. Da allora si sono succedute diverse segnalazioni, soprattutto in Asia. Anche se è diffusa a livello globale con presenza maggiore o minore a seconda dei Paesi.

L’infezione da Candida auris è una patologia emergente che rientra soprattutto nelle infezioni collegate all’ambiente sanitario e ospedaliero. Per intenderci, oggi non possiamo dire cha abbia una valenza tipo Covid-19.

Come può essere contratta questa Candida e in che ambienti?
Di norma questa infezione viene acquisita in ambiente ospedaliero, dove i numeri sono rilevanti per la patologia, ma molto bassi in assoluto. Ci sono stati 277 casi in Liguria e 11 in Emilia Romagna tra il 2019 e il 2021. La trasmissione avviene per contatto diretto, ad esempio attraverso la presenza di device in soggetti fragili.

In che forma si manifesta l’infezione?
L’infezione da C. auris è sicuramente seria. Ma è al contempo difficile da diagnosticare. Per isolare, cioè identificare, il patogeno servono metodi di analisi evoluti, come la spettrometria di massa. E anche la biologia molecolare che abbiamo imparato a conoscere con Covid.

Pare che questa Candida possa resistere anche sulle superfici: è vero? Come si può essere sicuri di disinfettare bene gli oggetti?
La Candida auris è un fungo e, in quanto tale, produce ife ed enzimi. È capace di produrre un biofilm protettivo. Ciò è importante perché con il biofilm può contaminare le superfici – tavoli, maniglie, ma anche la cute delle persone – dove il fungo può resistere anche sette giorni sugli oggetti, divenendo difficile da eliminare, mentre sulla cute dei soggetti colonizzati può resistere molto a lungo. 

Veniamo alle strategie per trattare le infezioni: quali sono?
Ci sono diversi disinfettanti, come l’acqua ossigenata, i prodotti a base di cloro e le soluzioni alcooliche per il lavaggio delle mani. Diverse organizzazioni internazionali hanno formulato delle linee guida in proposito, per arrivare alla decontaminazione delle superfici e delle persone “portatrici” dell’infezione.

A livello di farmaci antifungini, si utilizzano i triazolici e le echinocandine e un corredo di altri prodotti. Il problema è che esistono ceppi di questo fungo che sono resistenti ad almeno due classi di questi farmaci e altri ceppi che sono resistenti a tutti gli antifungini in commercio. In generale i trattamenti esistenti possono essere più o meno efficaci a seconda delle condizioni fisiche del soggetto contagiato, tali da diminuirne la responsività del sistema immunitario.

Un paziente può essere trattato favorevolmente e con quali percentuali di successo? Solo in ospedale o anche a domicilio?
La patologia è grave e, a seconda dei casi, ha una mortalità compresa tra il 20 e il 70%. Ha un’espressività clinica molto variabile che va da casi totalmente asintomatici a forme gravi di setticemia. Queste forme più gravi si manifestano soprattutto nei soggetti anziani o in soggetti con patologie pregresse.

Ritiene che il decesso registrato di recente in Italia sia un caso isolato o che ci possa essere un pericolo di diffusione di questo contagio?
Non vedrei questa infezione come un’emergenza sociale, ma la farei rientrare tra quelle ospedaliere. Una cosa importante è il tracciamento dei contatti per rilevare le persone che potrebbero essere veicolo della diffusione dell’infezione, soprattutto fra soggetti immunodepressi, sia interni che esterni all’ambiente ospedaliero.

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