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L’antimicrobico resistenza ha bisogno di un colpo di reni. E di un movimento di opinione/VIDEO

L’antimicrobico resistenza è orfana di un movimento di opinione. È un flagello che colpisce i nostri ospedali da almeno venti anni, eppure intorno ad essa c’è un gran silenzio”. Non ha dubbi il prof. Carlo Tascini, infettivologo, direttore della Clinica delle Malattie infettive dell’Università di Udine, all’antimicrobico resistenza manca un gruppo di pazienti che sposi la causa e abbia la forza di portarla al di fuori della cerchia ristretta degli addetti ai lavori, proponendola alla attenzione della opinione pubblica e dei decisori, ai diversi livelli.

Così all’interno dei nostri ospedali si continua a combattere con germi multiresistenti come Acinetobacter, Klebsiella, Escherichia coli, Enterobacter, Pseudomonas, Staphilococcus aureus ed Enterococchi. Negli ultimi dieci anni, in particolare, sono state registrate epidemie da Klebsielle resistenti agli antibiotici carbapenemici.

 

Professore, secondo le statistiche il 75% delle infezioni da batteri resistenti agli antibiotici è associata alla assistenza sanitaria. Può aiutarci a delineare meglio questo quadro? 

I dati fotografano la situazione italiana in confronto agli altri Paesi europei già da alcuni anni. E dicono che un terzo dei morti stimati in Europa per infezioni da germi resistenti agli antibiotici, più di 10.000 l’anno sui 33.000 europei, si registrano in Italia, che condivide questo primato con la Grecia. “Ma la Grecia – ci ricorda Tascini – è stata costretta a ridurre significativamente le risorse investite nel sistema sanitario pubblico a causa della crisi economica dello scorso decennio. E comunque i numeri italiani sono molto più alti di quelli di Paesi come Francia, Inghilterra e Germania, con sistemi sanitari più vicini al nostro, che presentano valori dieci volte inferiori”.

Su tutto questo avremmo dovuto avviare una riflessione già da tempo, e far diventare il contrasto dell’antimicrobico resistenza una priorità per il SSN, con tutto ciò che ne consegue in termini di policy. “In Inghilterra, per esempio, gli ospedali vengono premiati sulla base della loro capacità di ridurre le infezioni da germi multiresistenti. In Italia, tra i tanti parametri utilizzati per valutare l’operato degli ospedali non ce ne è uno che riguardi questi aspetti”.

 

 

Quali sono le aree cliniche più colpite? 

Terapie intensive e chirurgie sono tra i reparti più interessati dal problema, ma per alcuni presidi si tratta ormai dell’intero ospedale. Il problema pesa molto sulla pratica clinica, soprattutto perché complica ulteriormente percorsi sanitari già complessi. “Basti pensare ai trapianti di organi solidi, ai trapianti nei pazienti leucemici o neutropenici, alle chemioterapie, alla chirurgia complessa. In terapia intensiva la maggior parte dei decessi derivano ormai da infezioni da germi multiresistenti”. “Serve un colpo di reni, abbiamo bisogno di trasformare la riduzione di queste infezioni in un obiettivo che coinvolge quotidianamente l’intera comunità professionale. Per questa ragione abbiamo bisogno di parlarne, per questa ragione abbiamo bisogno di un movimento di opinione”.

Uno snodo essenziale è rappresentato dalle strategie di infection control intraospedaliero, “che in Italia sono state, spesso, declassate”. È necessario investire in task force ospedaliere che si occupino del problema, procedendo alla rilevazione puntuale e tempestiva dei casi di infezione e colonizzazione e alle misure di isolamento necessarie. “Questo è un punto sul quale il SSN ha bisogno di essere potenziato. I pazienti che vanno incontro a questo genere di infezioni sono fragili, ma si contagiano in ospedale”.

 

Qual è il ruolo che può giocare l’innovazione? 

L’innovazione può giocare un ruolo significativo. Quella diagnostica, innanzitutto, decisiva per capire se, per esempio, un paziente va isolato o meno. “La diagnostica microbiologica, soprattutto la diagnostica molecolare, consente di eseguire in poche ore una diagnosi precisa riguardo alla presenza del genoma dei germi multiresistenti e alla presenza dei geni coinvolti nella resistenza agli antibiotici, con esami sul sangue, su materiale polmonare, fecale, sul liquor, a volte anche attraverso un semplice tampone nasale o rettale. Sono strumenti diagnostici non eccessivamente costosi, e comunque i costi si stanno via via riducendo, e sono in grado di velocizzare la diagnostica per le misure di isolamento, evitando così la trasmissione, e per la terapia. Con le colture, nulla di tutto questo sarebbe possibile prima di due o tre giorni”.

Rispetto alla innovazione terapeutica, “negli ultimi anni non sono state introdotte nuove classi di molecole, ma nuovi antibiotici, che utilizzati con altri antibiotici già esistenti contrastano le infezioni da germi Gram negativi. Per quanto riguarda i Gram positivi, disponiamo di nuove molecole con emivita molto lunga, che consentono dimissioni precoci del paziente o, addirittura, di evitarne il ricovero, con un vantaggio evidente rispetto al rischio infettivo”.

E per il futuro?

Il futuro avrà bisogno di infection control intraospedaliero, diagnostica rapida e precisa sui pazienti più critici, terapie antibiotiche, prescrizioni prudenti per evitare la selezione di germi resistenti, e di tanto coordinamento tra tutte queste strategie, nessuna delle quali, da sola, è sufficiente a riportare risultati efficaci e in grado di imprimere una svolta. E poi bisognerà investire in ricerca e sviluppo. Per metodiche che mettano a disposizione diagnostiche molecolari ancora più accurate e tecniche di sequenziamento dei microrganismi in grado di darci una visione più completa dei patogeni, anche al letto del malato, e per nuove terapie, con studi rigorosi che consentano di estendere, eventualmente, il loro spettro di utilizzo.

E’ possibile continuare ad approfondire il tema sulla landing page dedicata al progetto “Strategie di contrasto dell’AMR”

 

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