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Carne sintetica tra costi e interrogativi, la parola agli esperti

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Nella patria della dieta mediterranea colpisce la notizia del primo ‘disco verde’ della Food and Drug Administration (Fda) americana alla carne sintetica. Un’azienda, la Upside Foods, in un futuro prossimo potrà vendere pollo prodotto con cellule animali coltivate all’interno di bioreattori. Un approccio apparentemente green e animalista, che ha fatto saltare sulla sedia la filiera alimentare tradizionale, anche in Italia.

“Carne” di Frankenstein nel piatto degli americani, Lollobrigida: mai in Italia

 

Ma la carne sintetica sarà gustosa, sicura, sostenibile e davvero più green? Fortune Italia lo ha chiesto al genetista dell’Università di Roma Tor Vergata Giuseppe Novelli, e a Paolo Ajmone Marsan, ordinario di Miglioramento genetico animale presso la Facoltà di Agraria dell’Università Cattolica del S. Cuore di Piacenza. Scoprendo due punti di vista differenti su un tema, la carne sintetica, destinato a far discutere.

Non è una soluzione green e resterà di nicchia

“Quella della carne sintetica è una strategia che, a mio parere, non è sostenibile – ci dice Paolo Ajmone Marsan – E’ vero che la popolazione aumenterà e aumenteranno i consumi di carne, ma è anche vero che se confrontiamo l’impatto ambientale degli allevamenti con quello della produzione di carne artificiale, quest’ultimo sarà nettamente maggiore. Non dimentichiamo che occorre tanta energia: tutto deve essere fatto in sterilità e, per far moltiplicare queste cellule, occorre un mezzo di coltura adeguato, con fattori di crescita che non sono altro che ormoni. Insomma si porta in laboratorio un sistema affinato da tantissimo tempo. L’evoluzione prima, e la selezione umana dopo, ci hanno portato ad animali sempre più efficienti. Riprodurre tutto questo in provetta comporta costi importanti”.

L’idea di Ajmone Marsan è che “quello della carne sintetica rimarrà un mercato di nicchia, con un costo elevatissimo, un impatto ambientale maggiore a mio parere rispetto a quello degli animali, e un grosso punto interrogativo su qualità e gusto“.

Oltretutto, ricorda lo specialista, “le cellule muscolari adulte, quelle che mangiamo, non sono moltiplicabili: se si fa esercizio infatti le cellule muscolari non aumentano in termini di numero, ma di dimensione. Per cui dovranno essere usate cellule particolari, e già questo fa sì che il prodotto finale non potrà essere uguale alla carne che mangiamo. Manca poi la sapidità legata alla dieta dell’animale”.

Insomma, c’è un problema di gusto, di sostenibilità e di costi.  “Rimarrà un mercato di élite per persone che, in buona fede, pensano di fare una scelta ambientale. Penso che non possa essere questa la soluzione per il futuro”, conclude Ajmone Marsan, che è anche direttore della Scuola di dottorato del Sistema Agroalimentare Agrisystem.

La ricerca è importante e la carne sintetica non va demonizzata

“Da migliaia di anni – ricorda Novelli – l’uomo ha modificato sostanzialmente i prodotti della sua alimentazione. Gli allevatori hanno sviluppato tecniche di miglioramento degli animali da macello, praticavano la castrazione ed effettuavano incroci di razze diverse. Già molto prima della “rivoluzione biotecnologica” si conoscevano quindi gli organismi geneticamente modificati: le piante coltivate che noi conosciamo e gli animali di allevamento sono oggi molto diversi proprio a seguito di selezioni e incroci apportate dalla natura stessa o dall’uomo, che volutamente e inevitabilmente ne hanno modificato il patrimonio genetico. Lo stesso processo viene fatto oggi in laboratorio, quindi possiamo definire quella del passato come un’ingegneria genetica molto più vasta e incontrollata. Ecco perché non mi piace parlare di ‘cibo Frankenstein’: non ha senso”.

“In questo caso, la Fda ha completato una valutazione (e questo è un bene) soprattutto per valutare la sicurezza del prodotto “carne sintetica” e stimolare la ricerca biotecnologica, che è importante in un mondo di cui pochi giorni siamo diventati 8 miliardi. L’innovazione alimentare è importante in questo contesto per garantire la produzione di alimenti sicuri. Il cibo umano prodotto con cellule animali coltivate deve soddisfare gli stessi severi requisiti, compresi i requisiti di sicurezza, di tutti gli altri alimenti. I nostri antenati nel Paleolitico e Neolitico – ricorda ancora Novelli – vivevano poco e male in un mondo caratterizzato da cibo “naturale”. Infatti, proprio la mancanza di sostanze chimiche di sintesi come disinfettanti, conservanti, antibiotici, farmaci e naturalmente la mancanza di cibo dovuta agli insetti dannosi e alle male erbe infestanti a mietere vittime. L’aspettativa di vita alla nascita era intorno ai 18 anni, non dobbiamo dimenticarlo”.

Certo, oggi è necessario valutare la sostenibilità degli allevamenti tradizionali e il rapporto di questi con l’ambiente. “E’ proprio di qualche giorno fa un articolo di Nature nel quale si dimostra come l’insorgenza di pandemie come la quella da Sars-CoV-2 sia direttamente correlata all’alterazione dell’ambiente, che crea nuovi contatti ravvicinati tra animali selvatici e quelli domestici e, quindi, l’uomo. A questo si aggiunge – sottolinea Novelli – che un terzo di tutte le emissioni di gas serra indotte dall’uomo provengano dalla produzione alimentare e gli scienziati avvertono che è quasi impossibile raggiungere gli obiettivi climatici senza cambiare l’agricoltura. La carne bovina ha un impatto ambientale particolarmente elevato perché richiede molta terra per il pascolo degli animali ed è una delle principali fonti di emissioni di metano. Analogamente, l’allevamento dei polli in modo massivo, produce inquinamento delle acque”.

“E’ evidente che anche l‘industria della carne coltivata contribuirà alle emissioni di CO2, dato che i suoi impianti di produzione utilizzeranno l’elettricità, ma i ricercatori ritengono che l’impatto sarà relativo, in quanto l’energia utilizzata potrà provenire da fonti energetiche pulite o decarbonizzata”. Insomma, per il genetista “un vantaggio della carne coltivata è attribuibile al fatto che senza animali vivi, spesso serbatoi di patogeni diversi, non sono necessari antibiotici negli allevamenti e si riduce la probabilità di diffusione di malattie di origine alimentare”.

Anche per il genetista non mancano interrogativi su gusto e salubrità. “Si discute molto se la carne coltivata sia sana o potenzialmente più sana della carne convenzionale. E per questo è necessario studiare, analizzare e valutare. E’ importante capire se la carne sintetica mantiene le stesse proprietà in termini di fonte di proteine ​​e micronutrienti, come le vitamine del gruppo B e se il contenuto organolettico può essere migliorato, ad esempio integrando con omega-3 salutare per il cuore. Poiché si tratta di un nuovo settore, ci sono naturalmente potenziali incognite. Per questo serve la ricerca prima di una sua commercializzazione”, sottolinea Novelli.

Insomma, sulla carne sintetica non mancano dubbi. Se produrla in effetti è piuttosto costoso, la grossa domanda è: come reagiranno i consumatori?

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