Aifa, contratto dei medici e payback: i (tanti) nodi della sanità

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Con l’arrivo di ogni nuovo esecutivo molti nodi vengono al pettine, ma nel caso della sanità i primi mesi del 2023 si preannunciano decisamente caldi. Dalla nuova governance dell’Aifa alla questione del payback, fino al contratto dei dirigenti medici e veterinari del Ssn, il capitolo sanità promette di essere complesso, oltrechè corposo.

La trasformazione di Aifa

Iniziamo dalla lettera A (come Agenzia italiana del farmaco). Qui già abbiamo alcune certezze: Nicola Magrini a breve non sarà più il direttore generale dell’Agenzia di via del Tritone. Il ministro della Salute, Orazio Schillaci, ha infatti deciso (in linea con i suoi predecessori) di applicare lo spoil system e il 24 gennaio Magrini lascerà il suo incarico.

A sostituirlo, secondo quanto riferiscono le voci, sarà un nuovo Dg che dovrebbe avere il compito di guidare l’Agenzia del farmaco verso la nuova governance. Si attende, infatti, un decreto ad hoc sulla modalità di nomina del presidente(oggi Giorgio Palù), del direttore tecnico scientifico e di quello amministrativo, ma anche dei dei componenti della nuova commissione unica, che sostituirà Cts e Cpr (Commissione tecnico-scientifica e Comitato prezzi e rimborso).

La questione del payback

Parlando a Fortune Italia qualche settimana fa, il presidente di Confindustria Dispostivi Medici, Massimiliano Boggetti l’ha definito come “un paradosso nel paradosso”. Ma di che si tratta? Tutto nasce dallo sforamento della spesa sanitaria a disposizione delle Regioni. Un buco che ha portato il governo precedente a ricorrere al meccanismo del payback, già previsto per le aziende farmaceutiche (che lo contestano da anni) anche per le imprese produttrici dei dispositivi medici.

Il payback vale circa 2,2 mld di euro per le aziende di un settore cruciale per la sanità, che è anche un’eccellenza per il nostro Paese. In estrema sintesi, ogni azienda sanitaria è stata chiamata a verificare l’eventuale sforamento di bilancio dal 2015 in poi rispetto al tetto massimo previsto per i dispositivi medici. Sforamento stimato in circa 4 miliardi di euro, che intende ripianare chiedendo ai fornitori di contribuire per il 50% dell’importo dello scostamento.

“Le aziende del settore rischiano di chiudere i bilanci in perdita e di deteriorare il rating delle banche, che garantisce proprio alle aziende accesso al credito”, lamentava Boggetti. “E questo significa far fallire un settore senza che arrivi, nel concreto, un euro nelle tasche del Governo”, considerati i ricorsi delle aziente. Ecco il “paradosso nel paradosso”.

“Il Governo intervenga e sospenda subito il meccanismo del payback sui dispositivi medici, convochi le Regioni e le parti sociali affinché si accertino le dovute responsabilità – è la secca richiesta di Confimi Industria Sanità – Le aziende non possono pagare i buchi di bilancio delle Regioni. Ci si prenda un periodo minimo di almeno sei mesi per valutare gli effettivi impatti sul settore e sulla sanità pubblica”.

Anche perchè nel frattempo le imprese non sono rimaste a guardare. “Sono già migliaia i ricorsi presentati ai differenti Tar – ricorda il presidente di Confimi Sanità, Massimo Pulin – e ne arriveranno a valanga nei prossimi giorni. I legali arrivano a ravvisare profili di incostituzionalità nella norma. Con tutti i costi delle spese legali che questo comporta per il nostro sistema produttivo e l’inevitabile ingolfamento dei tribunali regionali”.

Anche Confindustria Dispositivi medici e la Federazione Italiana Fornitori in Sanità (Fifo), aderente a Confcommercio Imprese per l’Italia, hanno recentemente ribadito “l’assoluta illegittimità e incostituzionalità di questa misura che distrugge una filiera cruciale per il Sistema Sanitario Nazionale”. Saranno i tribunali a risolvere la questione?

Il contratto dei dirigenti della sanità pubblica (scaduto da 4 anni)

Altro tema caldo, il rinnovo del contratto collettivo nazionale dei dirigenti medici e veterinari del Ssn: coinvolti 135mila camici bianchi che operano nel servizio pubblico. Nei giorni scorsi a mettere il tema sul tavolo è stato il presidente dell’Aran Antonio Naddeo, annunciando la prossima apertura del negoziato per il rinnovo del contratto nazionale dei dirigenti medici, veterinari e sanitari del Ssn. Ebbene, l’Intersindacale si è detta pronta a mettersi al lavoro.

L’auspicio dei sindacati del settore è “che il ministro della salute Orazio Schillaci riesca, come promesso, a presentare l’atto d’indirizzo in Consiglio dei ministri, prima dell’incontro con l’Intersindacale di categoria programmato per il 25 gennaio presso il ministero della Salute. E che Governo e Regioni diano finalmente il via al rinnovo contrattuale in tempi brevissimi, al fine di non danneggiare ulteriormente e definitivamente l’attrattività del lavoro negli ospedali”.

La carenza dei camici bianchi

Intanto il nostro Ssn è alle prese con una carenza di medici ormai di proporzioni drammatiche. Tanto che, secondo l’Anaao-Assomed, una “tempesta perfetta”  potrebbe abbattersi sulla sanità pubblica.

Dal 2019 al 2021 hanno abbandonato l’ospedale circa 9.000 camici bianchi per dimissioni volontarie e nello stesso triennio sono andati in pensione circa 4.000 medici specialisti ogni anno, per un totale di 12.000 camici bianchi. Un trend che, se confermato, porterà, tra pensionamenti e licenziamenti, a una perdita complessiva di 40.000 medici specialisti entro il 2024, ha calcolato il sindacato medico.

Se la Calabria è ricorsa ai medici cubani (il primo drappello di 50 operatori è giunto in Calabria nell’ultima settimana dell’anno), altre regioni puntano sugli specializzandi. Mentre la Fiaso (Federazione italiana aziende sanitarie e ospedaliere) ha proposto di dare compensi più alti per chi lavora nei pronto soccorso e la possibilità di reclutare nelle aree di emergenza-urgenza anche medici non specialisti per far fronte alla drammatica carenza di organico.

Il problema riguarda anche i medici di medicina generale. Il segretario della Federazione italiana medici di medicina generale (Fimmg) Silvestro Scotti di recente ha segnalato a Fortune Italia come in alcune Regioni “il problema è davvero drammatico, tanto che stanno creando degli ambulatori dove, a rotazione, sono disponibili medici in formazione pagati a ore”.

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