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Vaccinazioni, a che punto siamo in Italia e nel mondo

vaccino

L’Italia è non è lontana dal 95% di copertura vaccinale contro le malattie prevenibili indicato dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms). Ma il calo delle vaccinazioni verificatosi durante la pandemia, rende necessario recuperare il terreno perduto. Ed è in questa direzione che il nostro Paese si sta muovendo, nel solco dello slogan-obiettivo “The big catch-up” – il grande recupero – che accompagna ala settimana mondiale delle vaccinazioni che si celebra quest’anno dal 24 al 30 aprile.

Secondo i dati Oms la sensibile diminuzione delle vaccinazioni contro le principali malattie prevenibili nel 2020-21 si è registrato in circa 100 Paesi, soprattutto tra i bambini. In particolare, sarebbero almeno 25 milioni i soggetti pediatrici che nel 2021 avrebbero ‘saltato’ almeno una delle vaccinazioni tipiche dell’infanzia – da quella per la difterite a quella per la poliomelite passando da quelle contro il morbillo e la febbre gialla.

Ben 5,9 milioni di vaccinazioni perse in più rispetto al 2019, il numero più elevato dal 2019 a oggi, evidenzia l’istituzione sanitaria. Una situazione che è particolarmente grave in 20 nazioni dove si stima che almeno sette bimbi su dieci non abbiano avuto accesso alle vaccinazioni proprio nel 2021. E non si tratta solo di Paesi del Terzo Mondo, ma anche di nazioni meglio posizionate dal punto di vista economico.

L’elenco stilato da Oms infatti comprende Afghanistan, Angola, Brasile, Camerun, Chad, DPRK, DRC, Ethiopia, India, Indonesia, Nigeria, Pakistan, Filippine, Somalia, Madagascar, Messico, Mozambico, Myanmar, Tanzania e Vietnam.

A destare preoccupazione è anche il quadro delle vaccinazioni e dei loro richiami nella popolazione adolescenziale. In particolare per quanto riguarda l’immunizzazione contro il papillomavirus umano (Hpv), la cui vaccinazione è indicata sia nelle ragazze che nei ragazzi a partire dagli 11 anni. Anche in questo caso siamo ben lontani dagli obiettivi di Oms che prevedono di raggiungere il 90% di copertura vaccinale contro questo virus entro il 2030.

Attualmente la vaccinazione anti-Hpv è stata introdotta solo nel 57% degli Stati membri. Ciò, evidenzia Oms, impone che si investano molte risorse per arrivare al target prefissato, soprattutto nei Paesi a basso e medio reddito dove l’accesso a questa forma di prevenzione sanitaria è molto limitata.

In questo scenario come si colloca l’Italia? Non troppo male per quanto riguarda la copertura vaccinale pediatrica, anche grazie alla ripresa delle vaccinazioni a partire dal 2021. La Società italiana di pediatria (Sip), però ricorda come le vaccinazioni anti polio e morbillo al secondo anno di vita dei bambini non raggiungono ancora il target del 95% previsto da Oms.

Tuttavia, riporta la Sip, “ben al di sotto degli obiettivi restano le coperture vaccinali generali dell’età adolescenziale: i richiami previsti a 16 anni per polio e DTPa (difterite- tetano-pertosse) si attestano intorno al 63% contro l’obiettivo target del 95%, così come la copertura del vaccino anti-meningococco coniugato per i ceppi Acwy non arriva al 59% nella coorte dei sedicenni. Ancora più basse quella contro il Papilloma virus con solo il 32% delle undicenni che hanno effettuato la vaccinazione con il ciclo completo e una quota ancora inferiore, pari al 26%, tra i coetanei maschi”.

Commenta così la presidente della Sip Annamaria Staiano: “L’adolescenza è un momento importante della vita nel quale portare avanti il ciclo vaccinale effettuato sin dall’infanzia, arricchendolo. Quello delle vaccinazioni è un percorso di prevenzione e protezione che ci accompagna per tutta la vita”.

Per garantire il percorso vaccinale di cui parla la presidente Staiano bisogna però superare alcune criticità. Tra cui quella dell’equità d’accesso alla salute in dai primi anni di vita. Punta su questo tema la Società italiana di igiene (Siti), che lancia un appello alle istituzioni affinché prestino maggiore attenzione alle popolazioni ‘hard-to-reach’, quelle “marginalizzate all’interno della nostra società come gli stranieri, le persone con bassa alfabetizzazione sanitaria, i pazienti psichiatrici, i detenuti”.

Per questo è fondamentale secondo la Siti prevedere “l’attuazione di programmi strategici dedicati all’individuazione e al superamento di tutti quei fattori che possono ostacolarlo, siano queste barriere fisiche, educative, linguistiche o socio-culturali, nel pieno rispetto dei princìpi di centralità del paziente e di prossimità e capillarità dei servizi”.

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