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Biotech italiano in crescita, fatturato da 13,6 mld di euro

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Biotech tricolore in netta ripresa dopo l’impatto della pandemia. A guidare il comparto sempre le applicazioni per la salute, ma con una significativa rincorsa da parte delle biotecnologie applicate all’industria e all’agri-zootecnia, indice dell’importanza di questa innovazione tecnologica nel processo di transizione ecologica delle attività antropiche.

La fotografia aggiornata delle biotecnologie made in Italy è scattata come di consueto da Federchimica Assobiotec, che ha presentato insieme a Enea l’aggiornamento del report “Le imprese biotecnologiche in Italia” arricchito da alcuni dati congiunturali che permettono di stimare l’andamento del comparto tra 2022 e 2023.

Ma entriamo nel dettaglio dello stato di salute delle aziende. Tra i primi dati che balzano all’occhio, l’aumento del numero di operatori: dopo una perdita di 10 unità circa nel 2020 – per lo più piccole e medie imprese che non hanno retto l’urto della pandemia – negli ultimi due anni il numero di aziende biotecnologiche attive nel nostro Paese è aumentato di 25 unità, attestandosi a 823.

Privo di battute d’arresto il fatturato complessivo. Cresciuto anche nel 2020 grazie alle ben note applicazioni per la salute che hanno portato allo sviluppo dei vaccini anti-Covid e ad altre terapie per contrastare l’infezione da Sars-Cov-2, il giro d’affari ha continuato la sua ascesa anche negli ultimi due anni. Tanto che le stime per la chiusura d’anno 2022 parlano di circa 13,6 miliardi di euro.

Un successo, quello dei prodotti biotech italiani, reso possibile anche grazie agli investimenti in ricerca e sviluppo, anch’essi in costante aumento: dai 18,15 milioni di euro del 2021 ai 18,47 del 2022. Una ricerca e sviluppo molto peculiare e altamente qualificata che richiede addetti specializzati, laureati in discipline quali biotecnologie e biologia molecolare, che le aziende continuano a reclutare dalle università più prestigiose italiane ed estere. È così che, a fronte di una leggera flessione del numero totale di addetti impiegati dal settore, passati da 14.121 del 2019 a 13.784 del 2022, si registra una crescita di quelli impiegati proprio nelle attività di R&S passati da 4.723 a 4.940.

“L’Italia del biotech ha uno straordinario potenziale se consideriamo che un recente studio EY ci dice che a livello globale il settore triplicherà il proprio valore fra il 2020 e il 2028. Finalmente nel nostro Paese ci sono oggi diversi elementi che possono far crescere e correre il settore: il Pnrr che chiede al Paese di rivedere e riformare le regole di funzionamento dell’intero ecosistema di riferimento; nuovi capitali pubblici e privati che oggi credono di più nelle nostre realtà; ma, soprattutto, il lancio di un Piano Nazionale per le Biotecnologie, recentemente annunciato dal ministro Urso. Tutti tasselli importantissimi che possono aiutarci a competere nello scenario internazionale”, ha commentato il presidente di Assobiotec-Federchimica Fabrizio Greco.

Sempre in tema di innovazione interessante è anche la lettura dei dati relativi alla tipologia delle nuove imprese che si affacciano in questo comparto industriale. Le nuove start-up innovative, che avevano conosciuto una momentanea stasi nel 2020, hanno ripreso ad accrescere il loro peso relativo nel 2021. Un anno d’oro che le ha portate al 33,4% del totale.

Come da tradizione del tessuto imprenditoriale italiano, anche nel panorama biotech italiano a fare la parte del leone numericamente sono le realtà di piccole o piccolissime dimensioni, che rappresentano l’82% del totale degli operatori, a fronte dell’8% coperto dalle grandi aziende. Filtrando in base al fatturato invece la situazione si inverte: il 77% del giro d’affari è generato dalle big a fronte del 5% prodotto dalle micro e piccole realtà. Queste ultime però sono molto più propense agli investimenti in R&S specifici per le biotecnologie: ammonta infatti al 21% la quota ascrivibile agli operatori di più piccola caratura, mentre quelli riferibile alle grandi aziende rappresentano il 53% del totale.

Si conferma infine la polarizzazione territoriale della concentrazione degli operatori, che traina con sé anche i fatturati e il numero di addetti. Lombardia, Lazio, Toscana e Piemonte coprono il 90% del fatturato nazionale l’80% degli investimenti in R&S e l’80% degli addetti. Il restante 20% del comparto è sparpagliato nel Sud del Paese, con concentrazioni maggiori in Campania (8%) e Puglia (4%).

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