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Ambiente, alla scoperta dell’Urban One Health

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Quando si parla di Urban One Health si allude a un modello olistico di pianificazione delle città in cui, integrando discipline diverse – dall’architettura alla medicina, dall’ingegneria alla biologia – s’intende tutelare la salute di singoli e comunità che vivono nei contesti urbani, tenendo conto delle interconnessioni sempre più strette fra uomo ed ecosistemi.

“La crescita continua della popolazione mondiale, stimata in 9,7 miliardi entro il 2050, è prevista in larga parte nei centri urbani e nelle metropoli”, conferma Alessandro Miani, presidente della Società italiana di medicina ambientale (Sima), professore di Prevenzione ambientale all’Università Statale di Milano. “Nel 2015 le Nazioni Unite avevano inserito fra i 17 Sustainable development goals un obiettivo dedicato a rendere le città inclusive, sicure e sostenibili, ma i servizi sanitari sono solo una parte del quadro, perché anche l’assetto urbanistico, i trasporti, il contesto occupazionale, la sostenibilità ambientale e i servizi di prossimità incidono sulla salute degli abitanti”.

Intervenire sul Dna dei nuovi fabbricati è uno dei pilastri dell’Urban One Health ma, come spiega Fabrizio Capaccioli, presidente del Green Building Council (Gbc) Italia, la maggiore associazione al mondo per l’edilizia sostenibile, “al di là del profilo energetico, l’edificio è un sistema olistico e porta con sé un insieme di valenze, come la ventilazione, l’impronta idrica, la qualità dell’illuminazione e il livello di emissioni, da mitigare in maniera drastica non solo per gli impegni assunti con le Agende internazionali al 2030 e al 2050, ma soprattutto per promuovere il benessere delle persone”.

Le Green Building Certification più diffuse sono Leed (Leadership in Energy and Environmental Design) e Breeam, e i parametri previsti da questi protocolli hanno profondamente trasformato il modo di progettare e di costruire. La sostenibilità, tuttavia, “deve diventare un mantra anche per chi acquista gli immobili, visto che all’investimento corrispondono benefici immediati, come la riduzione dei rifiuti e della CO2 in cantiere, il contenimento degli sprechi idrici ed energetici e il miglioramento della qualità dell’aria indoor. In Italia – continua Capaccioli – lo stock di edifici certificati con i rating delle famiglie Leed e GBC Italia al 2023 ha garantito un risparmio di 330 mila tonnellate di scarti edilizi, 170 mila tonnellate di CO2 e di 1,3 miliardi di litri d’acqua potabile, per un valore economico di 111 mln di euro. Milano è la prima città italiana per numero di edifici certificati e la prima al mondo dove questo processo ha riguardato un intero quartiere: Porta Nuova. Siamo anche secondi in Europa, dopo la Spagna, per numero di certificati emessi”.

L’altra sfida riguarda l’efficientamento del costruito preesistente, dove i margini di manovra sono comunque ampi: una mission strategica soprattutto in un Paese come il nostro, “dove anche l’ingente patrimonio di edifici di rilievo storico e artistico potrà essere in larga misura allineato rispetto agli obiettivi della transizione ecologica”.

Le aree metropolitane contribuiscono per il 70% alle emissioni globali di carbonio e per oltre il 60% all’uso delle risorse. Senza contare che l’inquinamento dell’aria, soprattutto quella che si respira nei grandi centri, è la prima causa di morte nel mondo. “Creare un contesto che generi salute attraverso una miglior qualità dei servizi di prossimità, dei trasporti, della vita urbana e della presenza di verde e di natura è possibile e necessario, perché oggi più che mai è evidente come Urban Health e One Health corrano sullo stesso binario: le condizioni ambientali, climatiche, abitative, sociali delle città si riflettono infatti non solo sulla salute di chi ci vive, ma anche sul benessere di animali, piante ed ecosistemi”, osserva Daniele Guglielmino, architetto specializzato in certificazioni di sostenibilità energetico-ambientale e di salubrità del costruito per Sima ed esperto del WELL Building Standard, uno strumento di rating che certifica il livello di benessere delle persone negli ambienti confinati, sviluppato nel 2015 da IWBI (International WELL Building Institute).

“La sintesi fra salute e decarbonizzazione del patrimonio immobiliare richiede un approccio olistico, ma il fatto di abitare e lavorare in una città sana dipende dalle nostre scelte, dai format di pianificazione integrata e dai modelli di governance e policy. Oggi, in aggiunta, ci troviamo davanti a nuove esigenze, molte delle quali emerse con la pandemia: con l’uscita dell’industria dalle aree urbane ci sono enormi complessi produttivi dismessi da reinventare sotto il profilo delle funzioni e della riarmonizzazione degli usi indoor e outdoor, lo smart working ha svuotato gli uffici e ha spostato l’attenzione sulle aree esterne da sfruttare per il lavoro ma anche per l’aggregazione e l’attività fisica, e c’è inoltre una forte domanda di studentati e di luoghi ibridi e sicuri, di cui si è sentita la mancanza quando per esempio si dovevano collocare gli hub per tamponi e vaccini. C’è dunque da affrontare un problema del riproporzionamento degli spazi in chiave resiliente – aggiunge – che suggerisce una profonda revisione del tessuto urbano”.

In Italia, peraltro, gli esempi virtuosi non mancano: basti pensare a Manifattura Tabacchi a Firenze, la ex fabbrica dei Monopoli di Stato da poco riconvertita in un vivace quartiere contemporaneo dove vivere, lavorare e trascorrere il tempo libero, e, a Milano, ai cantieri in progress di Welcome, il primo ufficio biofilico italiano progettato da Kengo Kuma Associati in zona Parco Lambro (in corso di certificazione WELL), e di BiM, il modello di rigenerazione urbana etica e sostenibile promosso da Studio Piuarch in collaborazione col paesaggista Antonio Perazzi, che entro il 2026 trasformerà un edificio monumentale – realizzato da Vittorio Gregotti a metà degli anni 80 nel quartiere di Milano Bicocca, sul sito della ex fabbrica Pirelli – in un nuovo distretto all’avanguardia ricco di terrazze e micro giardini.

“Vari studi sottolineano che se ogni cittadino europeo potesse disporre di 5.000 mq di verde a 300 metri dalla propria abitazione si potrebbero evitare 43.000 decessi prematuri all’anno, ma i vegetali aiutano anche a contrastare gli effetti del climate change”, prosegue Guglielmino: “Se nelle nostre città si eliminasse un po’ di asfalto a favore dei parchi, si migliorerebbe il drenaggio in caso di piogge torrenziali e si otterrebbe un abbassamento delle temperature percepite. Senza contare che gli alberi sono un potente filtro naturale anti smog”.

Quanto al costruito di interesse storico, “GBC ha definito un protocollo ad hoc, unico al mondo, per gli edifici di interesse culturale – GBC Historic Building – e in Italia siamo già a 20 certificati”, dice Fabrizio Capaccioli, presidente del Green Building Council (GBC) Italia. “Per operazioni di riassetto urbano di vasta portata, che riguardano sia il patrimonio storico che la rigenerazione di interi quartieri, sarebbe però necessario che all’intervento pubblico si affiancasse quello privato. E, in un’ottica di Urban One Health, è importante distinguere tra fabbricati di valore storico ed edifici semplicemente datati, come le costruzioni degli anni ’60 e ’70: in questi casi, è più lungimirante ed economico prevederne la rigenerazione o la demolizione e ricostruzione, purché nel rispetto di parametri sostenibili misurabili e certificati”. 

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