Tra sostenibilità, autonomia industriale e nuove pressioni a livello globale, ecco le priorità dell’amministratore delegato di Techdow Pharma Italy.
Giorgio Foresti, Ad di Techdow Pharma Italy, racconta come ridurre la dipendenza asiatica, rafforzare la produzione europea e valorizzare i biosimilari. Un percorso che unisce leadership, competenza industriale e sostenibilità del sistema sanitario.
Lei ha guidato aziende farmaceutiche di dimensioni e culture molto diverse, da multinazionali globali a realtà italiane radicate sul territorio. In che modo questa esperienza eterogenea ha influenzato la sua visione di leadership e il suo approccio alla direzione di Techdow Pharma Italy?
La fortuna di poter dar vita a una nuova entità selezionando le persone con cui condividere questa esperienza ha reso possibile creare un’azienda-famiglia in cui tutti contribuiscono al risultato e si sentono parte attiva e fondamentale di ciò che accadrà. Gestire persone automotivate è molto più semplice e consente di mantenere un livello di entusiasmo e commitment elevato anche nei momenti di difficoltà, che per una startup come la nostra non sono mancati. Lavorando insieme alle soluzioni, vincendo sfide a volte impensabili, il gruppo si è rafforzato creando quell’alchimia che ci ha portati a essere ciò che siamo oggi.
Techdow Pharma è presente in Italia dal 2017. Quali sono stati, a suo avviso, i passaggi chiave di crescita e consolidamento in questi anni?
Innanzitutto, aver delineato una strategia chiara e semplice, condivisa da tutti gli attori, e averla perseguita senza cambi di rotta o rivoluzioni a seguito degli inevitabili errori o insuccessi che si sono verificati negli anni. Le dinamiche del mercato sono prevedibili, ma non si può mai avere la certezza che si verifichino esattamente come immaginato; per questo la flessibilità e la creatività tipicamente italiane ci hanno aiutato a reagire in tempi quasi immediati alle situazioni, sfruttando al massimo le opportunità. Il periodo di Covid-19 è stato certamente un momento molto importante, che siamo riusciti a superare rafforzandoci e cementando ulteriormente il senso di appartenenza di tutti i colleghi, che si sono resi disponibili a garantire la presenza e la continuità anche in un contesto così difficile.
Proprio in quel periodo siamo riusciti a predisporre e realizzare InhixaCovid, superando le difficoltà che l’avvio di uno studio clinico comporta già in tempi normali, figuriamoci durante una pandemia. Abbiamo dimostrato che la ricerca sui farmaci, anche se consolidati, non si esaurisce mai, e che molecole così speciali come l’eparina offrono nuove opportunità per la cura delle persone.
Vede delle criticità legate alla nuova stagione dei dazi inaugurata da Donald Trump?
Certamente l’introduzione di politiche protezionistiche, da qualunque parte provengano, non rappresenta mai uno stimolo allo sviluppo e alla crescita; anzi, può creare problemi alle economie più deboli e meno resilienti.
Nel caso dell’Italia, ritengo che situazioni come questa possano comunque rappresentare uno stimolo per spingere il tessuto industriale e la politica a rivedere alcune scelte del passato, spesso troppo conservatrici, e a promuovere una maggiore apertura verso nuovi orizzonti e Paesi emergenti. Questi possono offrire opportunità per rafforzare la nostra leadership produttiva e creativa in settori nei quali siamo maestri da sempre.
L’introduzione dei biosimilari rappresenta una leva chiave per la sostenibilità del Servizio sanitario nazionale. Dall’ultimo rapporto OsMed la situazione sembra migliorare, ma quali barriere ritiene ancora presenti in Italia e cosa potrebbe favorire una maggiore diffusione?
Fortunatamente, le resistenze storiche verso generici e biosimilari stanno lentamente diminuendo, ma molta strada resta ancora da fare per convincere medici e pazienti della qualità e dell’efficacia di questi farmaci rispetto ai prodotti originatori.
Ritengo che il ruolo del medico e, soprattutto, del farmacista sia cruciale per portare l’Italia ai livelli del resto del mondo nei consumi di questi medicinali. Anche il legislatore può avere un ruolo fondamentale nell’accelerare questa crescita.
Ci sono ancora troppe aree del territorio nazionale dove questi farmaci sono sottoutilizzati, a scapito dei pazienti che spendono di tasca propria denaro inutile pur di ottenere il prodotto ‘originale’, senza per questo migliorare la propria salute.
In molti settori merceologici la differenza tra prodotto originale e non è evidente, ma nel farmaco non è così: se un medicinale è disponibile in farmacia o in ospedale, significa che ha superato tutti i requisiti di efficacia e qualità identici al prodotto originatore, certificati dalle autorità regolatorie che ne autorizzano la commercializzazione.
Techdow è il primo produttore cinese di enoxaparina sodica ad aver superato i controlli Gmp in più Paesi e collabora con oltre 40 aziende farmaceutiche nel mondo. In un contesto in cui molta produzione di principi attivi è ancora concentrata in Asia, quali rischi ravvisa per l’Europa e quali leve considera realistiche per rafforzare la sua autonomia industriale?
La delocalizzazione della produzione di principi attivi farmaceutici avvenuta nei decenni passati non si è rivelata una scelta strategica né lungimirante. Ha infatti portato alla situazione attuale, in cui il monopolio di alcune molecole è di fatto asiatico, e modificare lo status quo è oggi molto difficile, oltre che antieconomico.
Servono politiche mirate a incentivare la produzione europea e, soprattutto, a promuovere la ricerca tecnologica industriale, per migliorare e rinnovare i sistemi produttivi sfruttando, questa volta al contrario, quanto la tecnologia asiatica ha saputo fare meglio del Vecchio Continente. Imparare dall’allievo quando diventa più bravo del maestro è segno di intelligenza; cercare poi di superarlo è sinonimo di carattere e determinazione.
Restando sul tema dell’eparina, farmaco diventato celebre in pandemia, vede delle criticità a livello di accesso? Come si potrebbe migliorare questo aspetto?
Fortunatamente, oggi non esistono criticità né in termini di accesso né di reperibilità del prodotto, grazie alla capacità produttiva che la nostra azienda, leader mondiale del settore, ha saputo sviluppare negli anni per adeguarsi alla domanda del mercato.
Oggi siamo in grado di produrre fino a 500 milioni di siringhe, grazie a due impianti produttivi totalmente automatizzati, con livelli di qualità ed efficienza tra i più alti del settore. Tuttavia, è innegabile che l’Europa – e non solo – non possa ancora fare a meno della produzione cinese.
In questo scenario globale, quale contributo può arrivare dall’Italia nel rafforzare la filiera farmaceutica, dal punto di vista produttivo, regolatorio e di attrazione di investimenti?
Da alcuni mesi sto dialogando con il nostro quartier generale per valutare la possibilità di portare una produzione in Italia, e spero che i risultati che la filiale italiana ha conseguito nel contribuire al business di Techdow in Europa li convincano a seguire questa mia idea.
Certo, servono politiche da parte del governo che superino alcuni ostacoli che rendono il nostro Paese poco attrattivo, come il payback e l’elevato costo del lavoro.
L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di dicembre 2025 – gennaio 2026 (numero 10, anno 8)

