13 Settembre 2019

C’è una ragione per chiamarla ricerca

Fortune

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Quando abbiamo pensato al Fortune Health Italia abbiamo immaginato una presenza che potesse portare un valore aggiunto a una discussione di alto livello. Il professor Mauro Ferrari ha una storia personale, accademica e di ricercatore – è stato fino a poco fa il Ceodi uno dei primi dieci ospedali americani, lo Houston Methodist Research Institute – che si lega al futuro in un ruolo chiave: sarà dal 2020 alla guida dello European research council. Ecco parte dell’intervista al Fortune Health Italia 2019.

Ci stiamo occupando del rapporto tra tecnologia e salute. Partiamo da qui, a che punto siamo e dove stiamo andando?

Questo interessantissimo dibattito è veramente uno dei cardini dello sviluppo della società umana. L’importanza di questo è seconda a niente, questi sono i temiche decidono il futuro dell’umanità. Qualche anno fa, nel mio primo incontro significativo con Fortune, un tuo collega americano mi disse: “professore, vorrei che tu scrivessi un libro per dire come si fa ad avere successo con le spin-off biotecnologiche”. Questo, visto che avevo avuto un po’ di fortuna in un paio di avventure. Gli dissi: “carissimo, con molto piacere, però temo che se prendessi in considerazione le storie di successo non riuscirei a vedere tanti fattori in comune. Sono tutte molto diversel’una dall’altra e non credo che io possa fare una mappa per indicare come si va dal punto A al traguardo. E non credo che nessuno in realtà possa farlo”. Scherzando, visto che era appena uscito un film, orribile e che spero non abbiate visto, che si chiamava ‘A million ways to die in the West’ mi venne in mente la risposta più appropriata: “non posso dirti come avere successo ma posso dirti ‘A million ways to die in biotech’”. Era uno scherzo ma lui mi disse: “sì, dai, scriviamolo”. E forse lo scriveremo…Qui parliamo di come avere successo nella digital health e credo che non sia totalmente analogo al caso del biotech, in cui fondamentalmente si devono evitare le cose che ti ammazzano. La grande maggioranza delle aziende biotech restano in uno stato zombificato, per 10, 15 o 20 anni e aspettare di morire non è una grandissima vita. Credo che nella digital health la situazione sia molto diversa perché l’entità della trasformazione è così enorme che non morire basta. È sufficiente non fare alcuni errori bestiali e secondo me i risultati successivi arrivano di sicuro perché qui stiamo parlando di trasformazioni epocali.

Quindi, come va affrontata la trasformazione digitale?

Il primo caposaldo è che vincono sempre i dati. E i dati in sanità vengono declinati nel concetto di cartella elettronica ed è chiaramente lì che si vincono e si perdono le battaglie, su cosa ci va dentro, su chi ha accesso, con tutti i problemi anche etici che ne discendono. Poi c’è una considerazione tattica, perché può veramente cambiareil profilo del pharma. La considerazione strategica ha un pochino più a che fare con il mio mestiere prossimo, ovvero quello di dirigere l’European research council. Come sapete, si occupa di ricerca di base e sembra un paradosso che a guidarlo vada qualcuno come me che ha passato gli ultimi 20 anni a ridurre in pratica la scienza di base. Ma forse è proprio per aver passato tanto tempo a fare riduzione in pratica di sistemi di ricerca di base che mi rendo conto di quanto ci sia bisogno della ricerca di base di partenza. Ho da poco chiuso la mia esperienza allo Houston Methodist. Nel corso di 10 anni ho assunto più o meno 2000 persone, siamo passati da 0 a 2000 sperimentazioni cliniche a da 0 a quasi 200 milioni di investimento di ricerca annuale in tanti settori diversi.

La versione completa di questo articolo è disponibile sul numero di Fortune Italia di settembre.

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