AI e robot possono rivelarsi una straordinaria opportunità per un mondo che invecchia. L’analisi del bioingegnere Leandro Pecchia.
Come ai tempi della rivoluzione industriale, le nuove tecnologie sono destinate a lasciare il segno sul mondo del lavoro. Circa 10 milioni di lavoratori italiani si troveranno a fare i conti con l’impatto dell’intelligenza artificiale (stima Randstad Research per Fondazione Randstad AI & Humanities). Ma, mentre si moltiplicano le preoccupazioni, c’è anche chi ha una visione positiva.
È il caso di Leandro Pecchia, ordinario di Ingegneria Biomedica all’Università Campus Bio-Medico di Roma, alla guida del Laboratorio di Tecnologie intelligenti per la salute e il benessere. Convinto che “l’introduzione di robotica e AI possa diventare una straordinaria opportunità per sopperire alla carenza di personale sanitario”. Ma anche che “nessun robot potrà replicare il potere di toccare l’anima di un altro essere umano”. Ecco perché “solo chi non fa il suo lavoro con passione e spirito di servizio dovrebbe preoccuparsi dell’AI”.
È vero che “la paura per ciò che non conosciamo è profondamente umana. Chi vive una condizione di fragilità teme di perdere le poche certezze che possiede; chi gode di una posizione privilegiata teme di essere spinto fuori dalla propria zona di comfort. Ma se c’è qualcosa che ci definisce come specie – riflette lo scienziato – è il desiderio di andare oltre. Oltre le colonne d’Ercole, oltre verità che solo ieri sembravano granitiche. In questa tensione tra paura e scoperta sta il nostro cammino. Ebbene, io credo che l’AI guidata con responsabilità e visione possa essere una grande alleata dei lavoratori. Non per sostituirli, ma per liberarli. Dalle incombenze ripetitive, dai carichi burocratici, da tutto ciò che non richiede il meglio della nostra umanità: empatia, creatività, capacità di ascolto, visione, e persino quella rara virtù del disobbedire per ciò che è giusto. Le macchine eccellono nell’obbedienza e nell’efficienza, ma solo gli esseri umani hanno il coraggio di rischiare. Se non lo avessimo fatto nei secoli, oggi saremmo ancora immersi in schiavitù e diseguaglianze inaccettabili”.
Per gli stessi motivi “non dobbiamo deridere o ignorare le paure che l’AI solleva, ma prenderle sul serio. Affrontandole con formazione continua, regole chiare che mettano l’AI a servizio della persona, e non il contrario. Ma anche con politiche che accompagnino il cambiamento: formazione, protezione sociale, valorizzazione del lavoro umano. In Italia siamo ancora in cammino, specie per proteggere i lavoratori più esposti: giovani, donne, chi non ha ruoli altamente qualificati. Ma guardando ad altri Paesi, vediamo che un altro modello è possibile: fatto di sicurezza e innovazione che camminano insieme”.
Quali sono i lavori per cui in futuro i candidati saranno umanoidi dotati di AI?
“Nessuno – assicura Pecchia – In futuro non ci saranno lavori ‘per’ gli umanoidi’. Ma per tutti i lavori ci saranno assistenti intelligenti: alcuni robotici, altri digitali, a volte con sembianze umane, ma spesso no. L’intelligenza artificiale e l’automazione saranno compagne rispettose e silenziose delle nostre attività quotidiane, anche professionali. Ma saranno strumenti, non sostituti”.
Ragiona lo studioso: “Nessuna AI potrà spiegare con empatia, mostrare passione, o gioire per un gesto di gratitudine ricevuto in cambio del proprio lavoro. Una macchina potrebbe rispondere alle vostre domande meglio di me – ci dice – ma non con lo stesso ardore. Invece è la mia capacità di far emozionare gli studenti che li aiuterà a cambiare il mondo, e la capacità di emozionarsi dei lettori consentirà loro di aiutare i miei studenti a farlo”.
Torniamo alla sanità: oggi gli operatori fanno i conti con carichi di lavoro insostenibili, aggravati da compiti ripetitivi e amministrativi che rubano tempo ed energie al prendersi cura delle persone.
“In questo senso – assicura Pecchia – l’intelligenza artificiale può aiutare, velocizzando la burocrazia, monitorando i parametri vitali, anticipando i rischi clinici”. I robot possono muoversi nei reparti, portare farmaci, sanificare ambienti, scovare patogeni, sollevare pazienti. Applicazioni che non sono fantascienza, come mostrano Freki, il ‘lupo di Odino’ che aiuta a combattere le infezioni che si sviluppano all’interno degli ospedali; Thiago, un robot umanoide dotato di sensori, telecamere e bracci meccanici che trasporta medicinali, organi e materiali delicati; e Hosbot, utilizzato nei servizi di logistica ospedaliera.
Tecnologie, robot realtà aumentata: alla scoperta del Simulation center
“Questo non è sostituzione dei lavoratori, ma un modo per dare loro il tempo di fare quello che sognavano da bambini: curare le persone”. Un sogno condiviso da Pecchia: “Quando ero piccolo – ci racconta – ero orgoglioso del fatto che mia madre fosse un’infermiera, mentre mio padre è un ingegnere mancato. Volevo essere come loro, così mi sono trovato a fare l’ingegnere biomedico”, sorride.
Insomma, la sfida in sanità è far sì che l’intelligenza artificiale non riduca la dimensione umana della cura, ma la esalti, in un mondo che invecchia e ha sempre più bisogno di assistenza. Pecchia è convinto che l’AI non sostituirà mai medici e infermieri, “ma dovrà essere impiegata per liberare il loro tempo e ridare dignità al loro lavoro”.
Bias ed errori di programmazione
Piuttosto, a preoccuparci devono essere bias, errori di programmazione, chatbot che mentono o sono protagonisti di molestie sessuali. Episodi che “devono richiamare la nostra attenzione, il nostro senso critico e la nostra responsabilità collettiva. I sistemi di intelligenza artificiale non sono neutri. Apprendono dai dati che ricevono, e quei dati riflettono spesso le storture del mondo in cui viviamo: discriminazioni, pregiudizi, esclusioni. I dati dimostrano che alcune etnie sono meno inserite di altre nei trial clinici. Quei trial genereranno dei bias. Se non corretti, questi possono essere addirittura amplificati dalle macchine, diventando sistemici”.
“Lo stesso vale per errori di programmazione o comportamenti anomali, come chatbot che mentono o, peggio, generano contenuti offensivi o inappropriati. Sono segnali chiari che non possiamo ‘lasciare fare’ alla tecnologia senza regole e controllo – ammonisce Pecchia – Devo ammettere che questa corsa all’AI, mi ricorda i primi tempi in cui uscirono le macchine fotografiche digitali. All’improvviso diventammo tutti fotografi. L’AI per la salute è un dispositivo medico: device progettati dagli ingegneri biomedici. Ma è importante distinguere: errori, bias e comportamenti inappropriati non sono ‘intenzionali’. Le AI non hanno coscienza, né morale. Fanno quello che sono addestrate a fare. La vera responsabilità resta nostra: di chi le progetta, di chi le usa e, soprattutto, di chi le regola”.
Per questo, secondo lo scienziato, serve un’alleanza forte tra sviluppatori, istituzioni e società civile. “Occorre trasparenza, supervisione, formazione, e anche strumenti di incapsulamento che vigilino sulle risposte, ma soprattutto sulle domande che si fanno all’AI. Serve anche una nuova cultura che non insegua solo l’efficienza, ma anche l’equità, la sicurezza, il rispetto. Non dobbiamo avere paura della tecnologia, ma dobbiamo avere il coraggio di governarla”. Tenendo ben presente le opportunità per le nuove generazioni. “Oggi un giovane non può crescere senza avere una profonda conoscenza dell’AI. Abbiamo l’urgenza di formarli, rivedendo i programmi fin dalle elementari, e forse anche dalle materne, per insegnare ai bambini a distinguere tra uomo e macchina. Ma anche per fare in modo che sappiano relazionarsi con l’AI in maniera costruttiva. Insomma, auguro ai ragazzi di diventare ingegneri biomedici migliori di me”.
Il lupo robot
Sviluppato all’interno del progetto Odin da Mosaico Monitoraggio Integrato, il lupo robot Freki individua patogeni di natura batterica, automatizzando il campionamento in ambienti sanitari in modo efficace e ripetibile.
L’obiettivo è quello di ridurre l’incidenza delle infezioni ospedaliere, migliorando l’esperienza dei pazienti e riducendo i rischi degli operatori. Freki si muove autonomamente tra sale operatorie e reparti, individua obiettivi di interesse e ne campiona le superfici alla ricerca di patogeni.
La soluzione è stata validata con successo nel Simulation Center e Living Lab dell’Università Campus Bio-Medico di Roma. “Freki è uno dei due lupi di Odino, famoso per il suo eccezionale olfatto e la vista aquilina, con cui cacciava i mostri più pericolosi, anche se ben nascosti”, ha raccontato Leandro Pecchia.
L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia del giugno 2025 (numero 5, anno 8)

