Strutture per anziani, diagnostica, ma anche cure ospedaliere e riabilitazione. Dopo gli anni difficili di Covid-19 la sanità privata in Italia è tornata a crescere. A dirlo è il report dell’Area Studi Mediobanca sui maggiori operatori del settore in Italia, le cosiddette ‘sette sorelle’ d’oro.
L’analisi analizza i principali gruppi con fatturato individuale superiore a 100 milioni. E, per il 2024, prevede per gli operatori esaminati, una crescita aggregata del giro d’affari pari al 4,8%, con dinamiche variabili tra i comparti considerati: +8,6% per i gestori di strutture per anziani, del +6,5% per la diagnostica, del +4,9% per l’assistenza ospedaliera e del +4,1% per la riabilitazione.
Come riporta Adnkronos Salute, inoltre, nel 2023 al primo posto per ricavi si colloca Papiniano, holding del Gruppo San Donato e Ospedale San Raffaele (1.835 milioni), che precede Humanitas (1.188 mln), Policlinico Universitario A. Gemelli (917 mln), Gvm – Gruppo Villa Maria (897 mln) e Kos (75 2mln).
Nati in momenti diversi, spesso per iniziativa di un fondatore che era anche medico, alcuni gruppi hanno ormai una presenza geografica capillare sul territorio nazionale: Kos, Segesta, S.O. Holding e Don Gnocchi sono operativi in 9 o più regioni italiane, con una presenza più marcata al Nord. Tra i player ospedalieri si distinguono Gvm e Ghc con attività, rispettivamente, in 10 e 8 regioni.
Papiniano e Humanitas dalla Lombardia sono attivi anche il primo in Emilia Romagna dove sviluppa il 4,5% dei ricavi, il secondo in Piemonte e Sicilia (20,3% del fatturato), si legge nel rapporto.
“Sono 8 gli operatori che gestiscono strutture oltreconfine, per lo più con presenze marginali. Fanno eccezione Gvm, con 14 presidi esteri che realizzano il 14,1% dei ricavi, e Kos con 52 Rsa in Germania da cui deriva il 29% del fatturato. La proiezione internazionale di Papiniano è in ampliamento, grazie all’acquisizione delle polacche American Heart of Poland e Scanmed, e la stipula di un contratto biennale di gestione dell’ospedale iracheno di Al Najaf”.
Per le società analizzate “il personale iscritto a libro matricola è aumentato del 12,6% sul 2019 e del 3,7% sul 2022, superando le 92mila unità nel 2023. La ripartizione tra lavoratori dipendenti e liberi professionisti, non di agevole quantificazione, evidenzia una situazione variegata. Gvm e Ghc segnano il maggior ricorso a collaboratori esterni, con gli autonomi che rappresentano, rispettivamente, il 56% ed il 49,4% della forza lavoro complessiva”.
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L’impatto della pandemia e delle liste d’attesa
Il report segnala come, nonostante i principali operatori privati della sanità abbiano registrato ricavi superiori ai livelli del 2019 già dal 2021, nel 2023 la loro redditività, benché in aumento, rimane ancora al di sotto dei valori precedenti la crisi” pandemica. E questo “a causa della persistente presenza di diverse criticità sia di carattere macroeconomico che specifiche del settore”.
Spiccano le liste d’attesa che, insieme a motivi economici, hanno spinto quasi 1 persona su 10 nel 2024 a rinunciare a prestazioni sanitarie. Secondo l’Ipsos, proprio i tempi lunghi hanno spinto l’80% degli italiani a rinunciare più di una volta alle cure del Ssn, “con l’84% di questi che si rivolge a un privato e il 13% che rinuncia del tutto a curarsi, quota che sale al 19% tra chi è in ristrettezze economiche”.
“Dinamiche che contribuiscono al rialzo della spesa privata: una somma che vale circa 74 miliardi di euro nel 2023 tra accreditamento, spesa intermediata e spesa diretta delle famiglie, ovvero 59 miliardi al netto degli acquisti di farmaci e altri presidi sanitari a carico dei cittadini”. Inoltre l’accreditamento è cresciuto dell’1,7%, grazie alla possibilità concessa alle Regioni di avvalersi di operatori accreditati per ridurre le liste d’attesa.
Le prospettive per la sanità privata
Le stime per il triennio 2025-2027 indicano una stabilizzazione della spesa sanitaria pubblica al 6,4% del Pil in linea con il livello del 2019; è però attesa una crescita del peso della sanità sulla spesa corrente primaria (15,8% nel 2027 contro 15,3% del 2024).
“Queste proiezioni – si precisa nel report – risentono della crescente richiesta di prestazioni legata alle dinamiche demografiche, con l’incidenza degli ultrasessantacinquenni che nell’Area Ocse è salita dal 7,6% della popolazione nel 1950 al 18,3% del 2023, in previsione di portarsi al 26,6% nel 2061. E l’Italia, con il 24,3% nel 2023, ha un valore ampiamente superiore alla media Ocse (alle spalle del solo Giappone), atteso in rialzo al 33,3% entro il 2061”. Assicurare assistenza e cure a una platea di anziani in aumento non sarà un sfida facile.
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