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1 Aprile 2020

Coronavirus, UniTo lavora su kit che dice se puoi tornare in ufficio

Fortune

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Un kit riconosciuto a livello nazionale, interamente made in Italy, in grado di rilevare la presenza di Covid-19 o i segni di un’infezione pregressa e non più in corso. Uno strumento ufficiale grazie al quale sia possibile rilasciare un ‘certificato di immunità’ che permette alla persona di riprendere il lavoro (e la vita) senza rischi far ripiombare il Paese in una seconda ondata di casi di Covid-19. È la scommessa del team di Sergio Rosati, ordinario di malattie infettive del Dipartimento di scienze veterinarie dell’Università di Torino, che partendo dai test sierologici – ad oggi disponibili nei laboratori privati a pagamento – mira a sviluppare un ‘pacchetto’ standardizzato e validato a livello centrale per un utilizzo omogeneo sul territorio nazionale.

“Abbiamo già il test, ma prima di produrre il kit dobbiamo procedere alla sua validazione: abbiamo avviato la richiesta per usare il siero dei pazienti, ci siamo rivolti a Comitato etico del nostro ateneo e, in collaborazione con le Molinette, proporremo una sperimentazione unica a livello regionale per ricevere i sieri dei pazienti. A quel punto serviranno 7-10 giorni per avere le risposte”, spiega Rosati all’Adnkronos Salute.

Le risposte ottenute dalla sperimentazione “ci permettono di arrivare a uno strumento per questa sorta di certificato di immunità. A fronte di oltre 100 mila casi in Italia, si stima che ci siano in giro più di un milione e mezzo di immuni senza saperlo. Dobbiamo scovarli per ripartire. I primi a beneficiarne – riflette Rosati – potrebbero essere i sanitari: come categoria sono i più esposti: sapere di aver sviluppato gli anticorpi a livelli tali da essere protetti, potrebbe aiutarli a lavorare adottando sempre tutte le precauzioni, ma con più tranquillità”. Il test a Torino già c’è. “Siamo partiti un mese e mezzo fa con questa idea, vedendo ciò che era successo in Cina, ma all’inizio ci davano poco retta. Adesso – riflette l’esperto – tutti ne parlano. Nel frattempo siamo riusciti a sviluppare due proteine del virus Sars-CoV-2 in forma ricombinante: una vede gli anticorpi protettivi, l’altra sembra più sensibile”.

Per portare avanti il progetto, “a questo punto occorre sperimentare il test su campioni negativi (usando sieri prelevati nel 2018, quando il virus non esisteva, ndr) e su quelli dei pazienti – aggiunge Rosati – per valutare il grado di accuratezza. Non si tratta di un test rapido, questi esami hanno infatti dei limiti. Il nostro è un test che può essere eseguito nei laboratori ed è di tipo qualitativo e quantitativo: ci dice se ci sono gli anticorpi protettivi e quanti”. Gli Igm “sono i primi a comparire – spiega Rosati – e ci dicono che l’infezione è recente: il tampone potrà ancora essere positivo e il paziente infettivo. Quando appaiono gli anticorpi Igg per lo più il virus è sparito e abbiamo la guarigione eziologica”.

La speranza “è che le persone sieropositive siano resistenti a successive infezioni con lo stesso virus, almeno per un certo periodo. Un po’ come se queste persone avessero vinto un biglietto della lotteria”. La ricerca è nata da una collaborazione con l’Istituto zooprofilattico sperimentale della Lombardia ed Emilia Romagna e il dipartimento di chimica dell’Università di Torino. “Presto avremo i risultati. Ma per la produzione avremo bisogno del supporto dell’Istituto zooprofilattico e della validazione dell’Iss. Avere un test made in Italy garantirebbe una produzione locale, senza dipendenze da produttori stranieri, che potrebbero non assicurare un adeguato flusso di reagenti verso il nostro Paese”, conclude il virologo. Le strutture che volessero partecipare alla sperimentazione possono contattare il gruppo di Rosati all’Università di Torino.

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