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Crisi Ucraina e corsa all’acquisto di iodio, l’analisi

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Chernobyl radiazioni

Dopo quella di Chernobyl anche la centrale nucleare ucraina di Zaporizhzhia ha cessato le consuete comunicazioni alla sede centrale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea). Lo ha reso noto lo stesso direttore dell’Aiea Rafael Mariano Grossi lo scorso 6 marzo, aggiungendo che “la situazione che vede il deterioramento delle comunicazioni vitali tra l’ente regolatore e la centrale di Zaporizhzhia è fonte di profonda preoccupazione, specialmente durante un conflitto armato che potrebbe mettere a repentaglio i siti nucleari del Paese in qualsiasi momento. Comunicazioni affidabili tra l’agenzia e il sito rappresentano infatti una parte fondamentale della sicurezza e protezione nucleare generale”.

Queste notizie, insieme al perdurare dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, hanno innescato una corsa all’acquisto di ioduro di potassio a protezione dagli effetti delle radiazioni nucleari, nell’evenienza di incidenti nelle centrali ucraine.

Ma gli esperti italiani invitano a non farsi prendere dalla psicosi. Se da un lato i possibili effetti di esposizione a radiazioni di nubi tossiche sarebbero primariamente a carico delle popolazioni residenti nelle immediate vicinanze del luogo in cui si verificasse un incidente nucleare, dall’altro prodotti a base di iodio sarebbero da assumere meno di 24 ore prima e fino a due ore dopo l’esposizione. Oltre al fatto che la iodoprofilassi non sarebbe prevista per tutti, ma solo per le persone a maggiore rischio di sviluppare tumore alla tiroide conseguente alle radiazioni, cioè bambini e ragazzi tra 0 e 17 anni, oltre alle donne in gravidanza e in allattamento. Fortune Italia ne ha parlato con Fabrizio Banci Buonamici, coordinatore del comitato di radioprotezione dell’Aifm (Associazione italiana di Fisica Medica).

Dottor Buonamici, andiamo con ordine. Nell’ipotesi di un incidente a una delle centrali nucleari ucraine potrebbe verificarsi un’esposizione della popolazione italiana alle radiazioni ambientali?
Considerato il tipo di centrali nucleari, ritengo improbabile che si possa verificare un evento anche solo lontanamente paragonabile a quello che nel 1986 interessò Chernobyl.
Quella centrale nucleare allora era stata progettata male. Non aveva uno schermo biologico. E il personale che vi lavorava non era a conoscenza di quell’errore di progettazione. Allora si verificò una esplosione chimica che sollevò il tetto della centrale. Ciò provocò l’immediata diffusione nell’aria del materiale radioattivo altamente volatile che era contenuto nella centrale.
Nel caso del sito di Zaporizhzhia invece, la centrale è dotata di un “tappo” di cemento armato progettato per resistere alle esplosioni. L’unico rischio che potrebbe paventarsi sarebbe quello derivante da una deliberata distruzione della centrale nucleare. Se così anche fosse, e ci auguriamo non accada, i 1.400 chilometri circa che separano l’Italia da quelle zone ci metterebbe ragionevolmente al sicuro da esposizioni a particelle radioattive.

Potrebbero esserci altri rischi di esposizione a radiazioni, per esempio con l’alimentazione?
Le radiazioni che dovessero arrivare sarebbero molto basse. Dovremmo prima evidenziare la presenza di radionuclidi nell’aria. Solo successivamente potremmo ritrovarle come depositi sul terreno e sulle coltivazioni. Ricordo che l’ingresso delle particelle radioattive nella catena alimentare può avvenire per tre vie:
• per inalazione di aria contaminata
• a seguito di assunzione di latte e derivati, prodotti da animali ruminanti che su cibano di foraggi contaminati
• a seguito di assunzione di ortaggi, specialmente a foglia larga che a causa dell’ampia superficie fogliare hanno maggiore probabilità di essere zona di deposito dei radionuclidi.

Esistono profilassi utili per prevenire i danni da esposizione alle radiazioni nucleari?
In realtà l’unica vera profilassi è quella di evitare l’esposizione alla radioattività. Che significa stare chiusi in casa fino a quando il pericolo è presente.

E la iodoprofilassi?
Si tratta dell’assunzione di una forma stabile di iodio, generalmente ioduro di potassio, che va a saturare la tiroide impedendo il legame dello iodio radioattivo eventualmente presente nell’ambiente o negli alimenti.

In quali condizioni di esposizione sarebbe consigliata la iodoprofilassi?
Studi scientifici mostrano che elevate concentrazioni di iodio in età evolutiva possono causare danni anche permanenti, come l’ipotiroidismo.
Come indicato dal Piano nazionale per la gestione delle emergenze radiologiche e nucleari, l’assunzione di ioduro di potassio deve avvenire secondo precise indicazioni , cioè fino a meno di 24 ore prima e fino a due ore dopo l’esposizione alle particelle radioattive.
Queste tempistiche sono dettate dal tempo di dimezzamento della carica di radioattività delle particelle. Nel caso dello iodio 131, uno dei principali isotopi radioattivi prodotti nelle centrali nucleari, il tempo di dimezzamento è di 8 giorni. Il che significa che ogni otto giorni la carica residua si dimezza. La iodoprofilassi è poi indicata solo per chi ha un rischio maggiore di sviluppare danni provocati dagli isotopi radioattivi. Questi soggetti sono le persone fino a 17 anni e le donne in gravidanza e allattamento.

Lo ioduro di potassio è un farmaco di facile o difficile reperimento sul mercato nazionale?
Credo che in Italia ci sia una quantità di iodio sufficiente per la iodoprofilassi di quanti dovessero averne bisogno. Qualora si verificasse un “incidente” nucleare lo verremmo a sapere in tempo reale e la Protezione Civile, che già è allertata, sarebbe certamente in grado di organizzare la distribuzione del farmaco in modo veloce ed efficiente.

Quindi, se capiamo bene, non ha senso farsi prendere dalla piscosi. La corsa all’acquisto di questo prodotto non ha senso giacchè sarebbe reso facilmente disponibile per chi ne avesse necessità. E soprattutto non si dovrebbe optare per un fai-da-te per il rischio di avere più danni che benefici….
Il messaggio che dobbiamo passare è che non bisogna farsi prendere dal panico. No all’automedicazione e soprattutto avere fiducia nella Protezione Civile italiana, una delle migliori al mondo.

Intanto il governo italiano ha aggiornato il “Piano nazionale per la gestione delle emergenze radiologiche e nucleari”, inviandolo alla Conferenza delle Regioni che ieri ha dato il suo via libera. “Proprio per consentire una rapida approvazione si sono svolte diverse riunioni di confronto con le amministrazioni centrali e fra le Regioni. Tutto ciò ha portato a un testo condiviso”, ha dichiarato il presidente della Conferenza delle Regioni, Massimiliano Fedriga. “Rispetto alla iodoprofilassi chiediamo al Governo – ha aggiunto Fedriga – di facilitare la distribuzione dello iodio stabile, anche con riferimento alla sua classificazione farmacologica, e di emanare un documento attuativo integrativo che specifichi tempistiche, modalità, attività di comunicazione, soggetti coinvolti, ruoli e responsabilità”.

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