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West Nile, l’aumento dei casi in Italia deve allarmarci?

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Nell’estate dei virus più o meno esotici l’allarme West Nile è cresciuto, in Italia, con il numero di casi. Se a inizio agosto l’Istituto superiore di sanità ha segnalato come i pazienti contagiati siano più che raddoppiati in poco meno di una settimana, i dati ufficiali parlano di 94 casi confermati, con circa cinquanta ricoveri a Padova, e 7 decessi (tra Veneto, Piemonte ed Emilia Romagna).

In effetti le notizie relative alla diffusione in Veneto e in altre regioni del Nord del virus West Nile – la cui infezione causa la malattia di West Nile o Febbre del Nilo occidentale – stanno destando una certa preoccupazione. Ma di cosa si tratta, quali sono i rischi associati a questa patologia e cosa possiamo fare per proteggerci? A rispondere sono i medici anti-bufale di Dottoremaeveroche.it, il sito della Fnomceo (Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e odontoiatri) dedicato alla corretta informazione sulla salute.

Ma di che si tratta? La malattia di West Nile è causata da un virus, denominato appunto West Nile, che si trasmette generalmente dalle zanzare comuni agli uccelli e viceversa. Talvolta le zanzare possono però trasmettere il virus anche a ospiti accidentali, tra cui i cavalli e gli esseri umani. Una volta giunto a questo tipo di ospiti, tuttavia, il ciclo di trasmissione si ferma perché il virus non raggiunge concentrazioni tali da determinare, in condizioni normali, un contagio. Gli unici rischi in questo senso riguardano altri mezzi di infezione, come trapianti di organo, trasfusioni di sangue e trasmissioni madre-feto durante una gravidanza 

Il virus è stato isolato per la prima volta nel 1937 in una donna residente in Uganda, nel distretto del Nilo occidentale, da cui prende il nome. L’agente infettivo è però divenuto ‘celebre’ nel 1999, quando l’infezione – che circolava in Israele, dove aveva causato molti decessi in diverse specie di uccelli, e Tunisia – è stata esportata nella città di New York, negli Stati Uniti. Da qui la malattia di West Nile si è poi diffusa in tutto il Nord America e, successivamente, anche in altre zone del mondo: focolai epidemici si sono registrati, ad esempio, in Grecia, Romania, Russia, Canada e Venezuela.

In Italia non è nuovo: esiste da più di dieci anni un sistema di sorveglianza della malattia di West Nile, coordinato dal ministero della Salute. I dati raccolti attraverso questo tipo di monitoraggio mostrano come nel 2022 il virus abbia iniziato a circolare più precocemente rispetto agli anni precedenti, con l’individuazione delle prime zanzare positive all’infezione che risale al 7 giugno. Tuttavia, come ha recentemente spiegato Concetta Castilletti, coordinatrice del Gruppo di Lavoro sulle Infezioni Virali Emergenti dell’Associazione Microbiologi Clinici Italiani (Amcli), “il numero dei casi oggi è più alto, ma comunque confrontabile a quello registrato negli altri anni non epidemici, e lontano dai valori registrati nel 2018”. Proprio quattro anni fa, infatti, si era registrato nel nostro Paese un notevole aumento dei contagi, localizzati principalmente in Emilia-Romagna e Lombardia, con riscontri sia negli esseri umani sia nelle zanzare.

Quali sono i sintomi e le possibili conseguenze dell’infezione da virus West Nile?

Nell’80% dei casi le persone che contraggono il virus West Nile non sviluppano alcun sintomo. Nel resto dei casi, invece, i soggetti colpiti vanno incontro a una sindrome simil-influenzale che si manifesta – nel corso di un periodo di incubazione che può andare dai 2 ai 14 giorni – con febbre, mal di testa, mal di gola, dolore muscolare e articolare, congiuntivite, eruzioni cutanee (solitamente a livello del tronco, degli arti e della testa), ingrossamento dei linfonodi, anoressia, nausea, dolori addominali, diarrea e sintomi respiratori.

Solo in meno dell’1% dei casi (circa 1 su 150), infine, il virus può portare allo sviluppo di sintomi neurologici – come rigidità del collo, stato di stupore e disorientamento – sovrapponibili a quelli di malattie come la meningite, l’encefalite e la poliomielite. Le persone più a rischio sono gli anziani, i soggetti con un sistema immunitario compromesso (in cui il periodo di incubazione può arrivare anche a 21 giorni [8]) e quelli con altre patologie, come tumori, diabete, ipertensione e malattie renali.

Esistono dei vaccini o delle terapie efficaci?

Ahimè, attualmente non esistono vaccini in grado di proteggere l’essere umano dall’infezione da virus West Nile. Allo stesso modo, non esistono neanche terapie specifiche. Nella maggior parte dei casi in cui i pazienti sviluppano dei sintomi, tuttavia, questi scompaiono autonomamente nel giro di qualche giorno o al massimo settimana. Quando è necessario un ricovero, invece, il trattamento si basa principalmente sulla somministrazione di liquidi, impiego della respirazione assistita e, successivamente, programmi di riabilitazione utili a ottenere un recupero completo.

Come proteggersi?

La strategia di prevenzione più efficace nei confronti della malattia di West Nile consiste nell’evitare le punture di zanzara. A un livello di salute pubblica, quindi, gli interventi principali consistono nella bonifica ambientale delle aree più favorevoli alla riproduzione e alla circolazione di questi insetti.

Anche a un livello individuale è però possibile mettere in atto delle strategie protettive, come l’utilizzo di repellenti cutanei, di insetticidi a uso domestico e zanzariere.

Gli esperti consigliano di evitare la formazione di depositi di acqua gli insetti possono deporre le uova: mettere al riparo dalla pioggia tutto ciò che può raccogliere acqua, chiudere con coperchi e teli i recipienti che non possono essere spostati, svuotare i sottovasi delle piante almeno una volta a settimana.

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