Finanza e avvocati

Come in tutte le grandi partite finanziarie, alla fine a giocare un ruolo decisivo sono gli avvocati. Nel capitale di Tim si stanno muovendo in tanti, con interessi forti, e ognuno tenta di far valere le proprie ragioni con tutti gli strumenti a disposizione. Economici, innanzitutto, ma anche di relazione e, appunto, legali. La ricostruzione dei fatti, in estrema sintesi lo scontro fra il fondo Elliott e Vivendi per la gestione della compagnia telefonica, con un Cda spaccato e contrapposto al collegio sindacale, non può prescindere da un intricato groviglio di ricorsi, richieste di chiarimenti dalla Consob, e prevedibili sviluppi giudiziari. Con gli avvocati in primo piano, prima ancora dei manager. Poi, a valle della disputa sulla governance, c’è anche l’altra partita, quella che sta giocando Cdp con gli interessi strategici del Paese legati alla rete.

Il contenzioso legale. Tim e Vivendi hanno fatto ricorso d’urgenza al Tribunale di Milano per contrastare la decisione del collegio sindacale di riammettere all’ordine del giorno dell’assemblea del 24 aprile i punti richiesti da Elliott (su tutti, la sostituzione di 6 consiglieri) che il board Telecom, a maggioranza, ha invece ritenuto superati.

Il possibile scenario. Elliot porta dalla sua parte la maggioranza dell’azionariato e riesce a cambiare volto al cda di Tim. Vivendi perde la battaglia ma resta il primo azionista della compagnia telefonica, ottenendo garanzie sulla gestione e puntando a uscire solo quando la societarizzazione della rete avrà premiato il titolo, evitando una dolorosa minusvalenza. E’ lo scenario che si sta facendo sempre più concreto per la complicata partita che si sta giocando nel capitale di Telecom.  Sono i numeri, principalmente, a dare forza a questo possibile epilogo. Il pacchetto di voti su cui può contare la proposta del fondo americano sarebbe ormai oltre il 35%, sommando le indicazioni arrivate da tutti i proxy advisor dei fondi internazionali, ultimo Iss che si è espresso a favore di “una lista completamente indipendente”, la quota acquisita da Cdp e la notizia dell’ultimo intervento, quello del fondo tedesco Shareholder Value Management (Svm) che ha dichiarato ufficialmente una partecipazione in Tim dell’1%, che potrebbe anche raddoppiare. Vivendi può contare su una partecipazione intorno al 24%. In questo quadro, il gruppo francese si prepara a inacassare e gestire la sconfitta. Ma non vuole e non può permettersi un passo indietro. Uscire adesso farebbe perdere denaro, molto, a causa di una grossa minusvalenza, e comporterebbe lo stravolgimento della strategia complessiva in Italia. Gli analisti sono concordi nel sostenere che Vivendi resterà in Tim per usufruire dell’ipotesi ‘societarizzazione’ della rete, in attesa di decidere cosa fare anche della partecipazione in Mediaset, con una quota del 19,95% parcheggiata in un blind trust per rispettare gli obblighi imposti dall’Agcom.

La partita di Cdp. Dentro una battaglia finanziaria per un obiettivo strategico, industriale. Cdp ha deciso di intervenire direttamente nel capitale di Tim per incidere su una decisione ritenuta cruciale: lo scorporo della rete e la futura alleanza con Open Fiber, società partecipata dal gruppo di via Goito e da Enel. Ma c’e anche altro: “un’ipoteca sul futuro raggio d’azione” della stessa Cdp. Autorevoli fonti vicine al dossier hanno sintetizzato così, parlando a Fortune Italia, una mossa che, si assicura, “ha tutta la copertura politica che serve”. Non tanto quella del governo uscente, non è mancata qualche voce critica di peso, ma quella della potenziale maggioranza che potrebbe presto esprimere un nuovo governo. Del resto, ci sono stati contatti approfonditi prima di arrivare alle decisione di intervenire. In gioco, insieme a Tim e all’asset della rete, c’e’ anche, se non soprattutto, il ruolo che Cdp potrà svolgere nei prossimi anni. La partita, in sostanza, “è più ampia e riguarda anche la mission di medio-lungo termine costruita dagli attuali vertici”. Il presidente Claudio Costamagna e l’Ad Fabio Gallia hanno il mandato in scadenza a giugno, dopo la decisione di attendere il prossimo governo per procedere al rinnovo.