fbpx

Capitali in farmacia, nuovo stop M5S: appello delle Big

Condividi su facebook
Condividi su google
Condividi su twitter
Condividi su linkedin
Condividi su whatsapp

L’entrata delle società di capitali nel sistema farmaceutico italiano è un tema che ha alimentato il dibattito della comunità per anni: consentire o no alle grandi catene di sbarcare in Italia? Le Federazioni e le Associazioni di categoria si sono opposte a più riprese all’introduzione di norme che consentissero alle società dei capitali di permeare la nostra rete. Sta di fatto che, nell’estate del 2017, con l’approvazione della Legge Concorrenza, è stata fatta una scelta. L’Italia ha deciso di aprire la titolarità dell’esercizio della farmacia privata anche ai capitali e alle cooperative a responsabilità limitata.

Nel frattempo, cambia il governo e cambia il vento: il 4 dicembre viene approvato all’interno della legge di bilancio un subemendamento firmato da Giorgio Trizzino che prevede lo scioglimento delle società il cui capitale sociale non sia costituito almeno per il 51% da farmacisti, per scongiurare la creazione di catene di farmacie. Emendamento eliminato a distanza di 24 ore dal presidente della camera Roberto Fico, perché giudicato non pertinente all’interno della Legge di bilancio.

Ma nel giro di pochi giorni, non a sorpresa visto l’aperto sostegno della ministra Giulia Grillo all’iniziativa, l’emendamento Trizzino viene riproposto in un’altra forma: da quanto si apprende sul Sole24Ore, “ci sarebbe una proposta presentata dal presidente della Commissione Igiene e Sanità del Senato, Pierpaolo Sileri che riprende i contenuti dell’emendamento Trizzino – si legge – Con una modifica alla legge 362/1991 sul riordino del settore farmaceutico, all’articolo 7 che riguarda la titolarità delle farmacie nel comma 2-bis”.

Per le grandi catene, questa inversione di marcia, costituisce “un grave ostacolo agli importanti investimenti già avviati negli ultimi mesi da numerose imprese, italiane ed internazionali, proprio in virtù delle modifiche introdotte dal DDL Concorrenza del 2017”, come spiegano insieme Lloyds Farmacia Admenta Italia, Alliance Healthcare, Hippocrates Holding e Dr. Max, che invitano le Istituzioni a unirsi a un tavolo di discussione.

E qui si apre un grande tema, che è quello delle imprese estere che vorrebbero investire in Italia ma non lo fanno. Non lo fanno perché l’instabilità politica e i cambi di bandiera portano incertezze che non sono compatibili con un’industria che deve fare previsioni. “Il problema principale per le imprese che desiderano investire in Italia è proprio quello dell’incertezza delle norme e delle continue modifiche che intervengono nella legislazione, in totale assenza di una discussione aperta e trasparente su quali siano le conseguenze delle decisioni assunte, anche in relazione agli sviluppi internazionali, alle ricadute in termini di investimenti mancanti e alla creazione di posti di lavoro – spiegano le società – In questo senso, i principali ranking internazionali sulla competitività italiana nell’attrarre business confermano le difficoltà sopra descritte”.

Secondo le società dei capitali interessate al business, la legge, così come approvata nell’agosto 2017, “porta vantaggi significativi anche per le farmacie indipendenti, molte delle quali in gravi difficoltà economiche, che hanno potuto e potranno decidere liberalmente se vendere, rimanere indipendenti o espandersi”. Su questo punto, potrebbero tuttavia non concordare le Federazioni dei farmacisti, che temono possa essere compromessa la capillarizzazione del sistema farmacia sul territorio.

Sicuramente, un rischio tangibile è quello di un dietrofront rispetto ad un trend che vede le farmacie evolversi e portare benefici al cittadino attraverso la gestione delle attività da parte di soggetti specializzati. È da notare che la legge sulla concorrenza, prima di diventare tale, è stata in discussione in Parlamento per anni. Contestata, odiata, oggetto di polemiche infuocate, nel bene o nel male, è stata anche la stessa benzina che ha spinto una comunità – quella dei farmacisti – che era ‘addormentata’, impigrita dalla stessa sicurezza nella quale si era assopita, a crescere, a cercare l’unione, a trovare uno spirito di appartenenza della categoria, a modernizzarsi, a trovare nuove soluzioni. La categoria è rinata stimolata dal timore dell’arrivo della concorrenza.

Una concorrenza spinta dalla stessa Commissione Europea, secondo la quale la rimozione di alcune restrizioni permetterebbe un abbattimento dei costi dei farmaci, e che adesso rischia di essere ‘eliminata’ prima di entrare in gioco. Fermo restando che non è necessariamente detto che il paradigma del libero mercato – in termine di riduzione dei prezzi – si applichi con successo al settore farmaceutico che è fortemente regolamentato, sicuramente l’ennesimo cambio di bandiera a livello normativo non sarà visto di buon occhio dai grandi investitori esteri in cerca di Paesi nei quali credere e investire.