21 Settembre 2019

Economia circolare, il mondo segreto del Plm

Enrico Verga

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Si fa un gran parlare di economia circolare e industria 4.0: più business per tutti, la soluzione per salvare il pianeta, piena occupazione etc..  Quello che, tuttavia, non si discute molto, è come queste due realtà possano interagire per sviluppare questo future dorato. Scomponiamo il tema, focalizzandoci sulla filiera dei prodotti fisici.

Dati

Si può convenire che ogni industria ha una filiera e ogni filiera è composta da differenti aziende che producono oggetti che, una volta plasmati, combinati, e valorizzati diventano un abito, un mobile o un computer, un motore di aereo etc… La definizione di una completa strategia d’acquisizione e valorizzazione dei dati è alla base della economia circolare. Come si può ottenere? “Per fare un paragone pensiamo al curriculum vitae di un individuo”, spiega Sergio Terzi, professore al MIP del Politecnico di Milano: “Se un azienda deve decider come valorizzarlo dovrà conoscere le sue competenze: quali possono essere valorizzate, quali sofskill possono permettere al dipendente di spostarsi da una sezione all’altra dell’azienda”.

Ora se questa logica è comprensibile nell’essere umano diviene vitale se si applica a una filiera. Il termine corretto, per inquadrare il processo di creazione di questa sorta di carta di identità di un prodotto, è PLM. L’acronimio sta per Product Lifecycle Management. Esso definisce la tracciatura di ogni singola fase della vita di un prodotto: dal filo di lana della pecora mongola sino al maglione venduto in un negozio. L’esempio della moda (per quanto la filiera della moda abbia una serie di impatti sull’ambiente molti importanti) può apparire semplice quindi consideriamo quello di un motore di aereo.

Le single parti provengono, di fatto, da tutto il mondo, soprattutto se includiamo la filiera partendo dalle materie prime di cui sono fatti i motori. Cosa c’entra questo con l’economia circolare? Sostanzialmente tutto.

Da dove proviene la Bauxite che, una volta processata diventa alluminio? In che modo è stata estratta? L’azienda che l’ha estratta è compliance con tutte le leggi per l’inclusione, il diritto dei lavoratori, il diritti umani (questi dovrebbero essere scontati ma… non sempre). L’alluminio processato nelle forme dei singoli pezzi del motore è stato valorizzato da aziende che utilizzano fonti di energia rinnovabile? I diritti dei lavoratori son sempre rispettati nelle fasi di lavorazione? La fatturazione delle single parti è avvenuta senza violare la legge (leggasi evasione del fiscale o mispricing). L’assemblaggio ha avuto luogo in un ambiente sanitizzato che impedisce al motore di avere granelli di polvere? Ora però cerchiamo di comprendere come questi dati possono essere di beneficio all’ambiente.

Materie Prime

L’estrazione delle materie prime (abbiamo citato la bauxite) o la coltivazione/allevamento (cotone, lana, pelle etc.) sono spesso lavori sporchi. Non mi riferisco solo agli aspetti igienici di base (polvere etc..) ma al sistema della filiera della materia prima. Gli scandali legati a questa parte della filiera sono numerosi e continui. Uno degli aspetti che molto colpisce è come un’estrazione/acquisizione di materie prima possa portare a danni ambientali importanti. Consideriamo, per esempio, i liquami derivati dall’allevamento intensivo degli animali (bovini, suini, ovini etc..) che possono essere sversati nei corsi d’acqua. Oppure i fertilizzanti utilizzati in modo inappropriato che vanno a confluire (ancora!) nei fiumi e di seguito nel mare, dando luogo a proliferazioni di alghe (giusto per citare il caso meno pericoloso, salvo per i pesci).

Una serie di certificazioni, emesse da enti terzi, che permettano, di tracciare (dando per assunto che alla base vi sia una volontà efficace di certificazione, spinta dalle leggi e dal mercato che chiede prodotti “green”) possono essere inseriti in una carta di identità del prodotto. “Le sinergie tra PLM e industria 4.0 sono molteplici”, spiega Silvano Joly, Country Manager di Centric Software Italia “e va detto che il PLM è di fatto la “spina dorsale” per l’industria 4.0. Ancor più quando si parla della ricerca di nuove soluzioni, da parte delle aziende, in ambito di certificazione di sostenibilità e impatto ambientale lungo l’intera filiera. L’industria 4.0 significa sviluppare e produrre non solamente beni di consumo ma orchestrare anche l’intera filiera che vi sottende: non solo macchinari, impianti unità energetiche ma anche fornitori, lavorazioni intermedie, trasporti etc..

per acquisire il blasone I4.0 è necessaria l’integrazione digitale dell’intera catena del valore (value chain) durante l’intero ciclo di vita del prodotto. Non solo di qualche macchina, magari nel proprio capannone. Ripeto: la “spina dorsale” di questa digitalizzazione non è niente di più che il Plm. Una, anzi la fonte centrale di tutti i dati che riguardano un prodotto, dalla sua idea iniziale alla produzione incluso i passaggi e le interazioni con vendite e marketing, la manutenzione fino al ritiro e fine vita.”

Marketing e Csr

Come accennato sopra, il tema marketing e Csr (Corporate social responsability) trovano nel Plm un valido supporto in termini di dati certificabili. Facciamo un esempio. Se io azienda di moda dico che i miei capi vengono prodotti rispettando la natura e i diritti umani devo (meglio dire dovrei) essere capace di certificare ogni singolo passaggio.

Certo già oggi questo avviene… in teoria, poi succedono eventi come Rana Plaza, dove i grandi manager del fast retailing si percuotono il petto lacrimanti dichiarando “mai più”… mentre le polo con i loghi dei loro brand sbucano qui e la tra le macerie e i corpi mutilate.

Un azienda che adotta il Plm su tutta la sua filiera avrebbe evitato Rana Plaza?

“Se ci riferiamo al crollo strutturale dell’edificio non si può pensare che il PLM lo avrebbe evitato. Quello che invece una pratica di supply chain strutturata, integrata e gestita con il PLM avrebbe evitato sarebbe stato il ricorrere a fornitori e sub-fornitori, che avevano una serie di certificazioni sulla struttura dell’edificio insufficienti per assicurare l’agibilità dell’edificio. Funzionalità di Factory Audit che i Clienti Centric realizzano con una App avrebbero in effetti potuto squalificare i fornitori che erano al Rana Plaza obbligandoli a migliorare le condizioni e la sede di lavoro dei loro operai”, spiega Joly.

Marketing e Csr, ormai, vanno spesso a braccetto. Specialmente con il revamp delle “cose verdi” (revamp di successo grazie anche ad un’adolescente proveniente dal nord Europa) il tema tracciabilità diventa sempre più una notizia da lanciare per i marketer delle aziende, pescando, a piene mani, dai dati forniti dal csr.

Csr che, a sua volta, se vuole dare certificazioni corrette non può esimersi dal recuperare dati lungo l’intera filiera dei suoi fornitori o dei suoi impianti di proprietà.

Manutenzione e smaltimento

Ogni elemento sia esso un pezzo di ricambio oppure un intero prodotto (pensiamo ad un cellulare) ha un percorso di vita e, auspicabilmente, un percorso ciclico di riutilizzo.

Sino ad oggi il riciclaggio è stato un tema dibattuto, affrontato solo quando vi era una effettiva pratica di “enforcing legislativo” (in pratica renderlo obbligatorio per legge)”.

“Un sistema di Plm”, spiega Terzi “ è indispensabile se vogliamo valorizzare un prodotto complesso a fine vita: la sua evoluzione negli anni di lavoro, eventuali manutenzioni, sostituzioni di parti, accedendo al Plm puoi visualizzarli in un semplice click. Decidere se alcune parti di un’autovettura possono essere rimosse con sicurezza e riutilizzate su altre unità. Il tutto a vantaggio dell’utente finale dell’autovettura, con un risparmio sui costi ma essendo certo che la seconda mano sia certificata”, chiarisce Terzi.

Il tema ambiente e circolarità e vantaggi economici si fa ancora più caldo quando riconosciamo che il Plm diventa una necessità in uno scenario di taglio dei costi sulla manutenzione e la necessità di contenere i costi di smaltimento e/o riciclaggio dei prodotti a fine vita, specialmente di origine meccanica o elettronica.

“La manutenzione predittiva è il classico caso dove il PLM può dimostrare la sua efficacia maggiore. Consideriamo sempre che il PLM acquisisce e valorizza i dati, non basta che lungo l’intera filiera vengano installati sensori attivi e passive che raccolgono le informazioni, telecamere, microfoni per raccogliere dati. Occorre che tutti questi dati, i famosi Big Data, diventino informazioni così da essere utili essi stessi e forniti in tempo reale. E questo si può fare collegando i dati raccolti sul campo con le specifiche progettuali definite nel PLM. Nell’ambito dello smaltimento di un prodotto comprendere quali parti sono difettose e quindi devono essere riciclate, quali possono essere riutilizzate o rigenerate è una decisione sicuramente ambientale ma anche economica. È il tema di quella che viene chiamata reverse logistic, logistica al contrario: la logistica è interessata dal percorso all’indietro dei prodotti di seconda mano (usati) e la condizione stessa dei singoli prodotti. Quando le aziende devono scegliere il successivo utilizzo, all’interno di un ciclo, per i prodotti che ritornano, è necessario avere tutte le informazioni sul sistema e su ogni suo componente per deciderne riutilizzo, rimodulazione, riparazione oppure dismissione. Sono spinte tecnologiche e commerciali: la deregulation commerciale che ha avuto luogo nel settore avionico negli ultimi anni (anche per star dietro alla domanda di compagnie low cost la cui manutenzione è ridotta all’osso Nds) ha spinto Roll Royce a gestire i suoi propulsori aerei in logica just in time e pay per use, grazie a sistemi legati al PLM. Non solo per gestire lo sviluppo ma anche la vita e l’operatività di un oggetto complesso, integrato a sua volta in un apparato ancora più complesso come un aereo. Un processo gestito correttamente che è diventato differenziatore commerciale, ha incrementato i margini ed aumentato il fatturato”, conclude Joly.

Giusto per offrire un ulteriore punto di vista sul tema riuso/riciclo consideriamo che il sottile filo rosso che lega tecnologia, economia e ambiente è vitale per ottenere il massimo risultato dall’economia circolare. La fondazione Ellen MacArthur conviene su questa visione: già nel 2015 calcolava che, integrando tecnologia ed economia si poteva acquisire1.8 trillioni di € entro il 2030 con un aumento di circa 0.9 trilioni € rispetto ad un evoluzione lineare (quella attuale per intenderci). In un successivo paper del 2016 la fondazione discuteva dell’utilità di rendere ogni singolo pezzo (per esempio in un ambito meccanico) digitale e intelligente (il termine intelligente deriva dall’inglese “smart” letteralmente furbo). Si discute amplamente di come la manutenzione predittiva possa essere di grande beneficio per l’intera filiera del valore in modo da allungare la vita di ogni singolo pezzo di ricambio. Se escludiamo, infatti, l’usura naturale (pensiamo alle pastiglie dei freni dove l’usura del materiale è logica) vi sono un numero molto elevato di pezzi in un sistema meccanico complessi la cui manutenzione potrebbe facilmente allungare la vita del pezzo e conseguenza ridurre i costi per un acquisto di una nuova macchina o parti di essi. In tutto questo una “carta di identità” come quella fornita dal Plm risulta una carta vincente.

Nemici del Plm e nemici dell’ambiente ne abbiamo?

Sembrerebbe sorprendente ma questo nuova soluzione di software, e relativi benefici per le industrie, l’economia e l’ambiente hanno dei nemici. E, forse ancora più scioccante, i loro nemici sono coloro che hanno la capacità di meglio comprendere come funziona il Plm. A sparare ad alzo zero è Terzi:” il nemico del Plm è il CIO (Chief Innovation Officer) o i più semplici IT manager. La ragione è tanto elementare quanto scioccante: entrambi sono stati addestrati sui sistemi ERP. Il sistema del PLM, con tutti i suoi moduli, sconfina facilmente nel mondo della progettazione (il tema Economia circolare menzionato prima Nds). Se si aggiunge che il mondo della sensoristica quali chip rfid, big data etc.. è di ulteriore supporto al Plm è chiaro osservare come i CIO possano ritrovarsi con meno potere, meno discrezionalità e, sul lungo, una riduzione dei loro budget e area di influenza. Anche al politecnico abbiamo osservato che gli IT e i CIO sono più che altro bastioni di protezione nelle aziende. Non mi riferisco ad una scelta economica, qui la scelta è di difendere il loro giardinetto, tutto a rischio, brutto a dirsi, di una maggior efficienza, economia di scala migliorate e, ultimo ma non per questo meno importante, un miglioramento del rapporto tra industria, consumi e ambiente, il tutto a favore di quest’ultimo”. Conclude Terzi.

Bene inteso non è mia intenzione con questa analisi di trovare un “colpevole” tra le figure del middle management, che si oppone all’innovazione e alla protezione dell’ambiente, ma se l’innovazione non arriva, come ben spiegato dalla fondazione Ellen MacArthur, potrebbero esseri problemi seri. Cercasi una Greta del IT disperatamente.

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