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13 Gennaio 2020

23andMe ha sviluppato il suo primo farmaco. Grazie al Dna dei suoi clienti

Alessandro Pulcini

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I milioni di clienti che hanno acconsentito all’utilizzo dei loro dati (quanto mai privati: quelli relativi al Dna) hanno aiutato 23andMe ad entrare in una nuova fase del suo business: dai test per scoprire la propria discendenza genetica al mercato farmaceutico. La società della Silicon Valley che ha unito web e provette ha concesso in licenza un farmaco, sviluppato in proprio (ed è la prima volta) per trattare le malattie infiammatorie, alla casa farmaceutica spagnola Almirall. È stata la stessa Almirall ad annunciare l’accordo.

“Questo è un momento fondamentale per 23andMe”, ha dichiarato Emily Drabant Conley, vicepresidente dello sviluppo aziendale, come riporta Bloomberg. “Siamo passati dal database alla scoperta e allo sviluppo di un farmaco”.

Non si tratta di un vero e proprio debutto sul mercato, considerato l’accordo di un paio di anni fa con i britannici di GlaxoSmithKline, con cui la collaborazione ha previsto, oltre alla condivisione dei dati, anche l’acquisto di una quota da 300 milioni di dollari nella società da parte della casa farmaceutica. Ma ora è la prima volta che 23andMe ha in mano quasi l’intero processo, dall’utilizzo del database per la ricerca farmaceutica allo sviluppo interno fino alla concessione della licenza.

Attraverso l’utilizzo del suo enorme database, costruito attraverso il consenso dei suoi clienti (interessati con ogni probabilità ad avere informazioni sui propri antenati, più che ad aiutare a sviluppare un nuovo farmaco) 23andMe si è concentrata sulla ricerca delle malattie infiammatorie e autoimmuni. In particolare nel settore dermatologico: l’obiettivo è contrastare gravi forme di psoriasi. I test sugli animali ci sono già stati, mentre mancano ancora le sperimentazioni cliniche sull’uomo. La Almirall intanto si è comprata il diritto di commercializzare il farmaco a livello mondiale, ed ha dichiarato che lo svilupperà ulteriormente, riporta sempre Bloomberg.

I dati genetici di 23andMe, per i ricercatori, costituiscono un tesoro immenso, come riporta The Verge: milioni di dati genetici consentono di sperimentare diverse combinazioni tra caratteristiche genetiche e trattamenti. Dei suoi 10 milioni di clienti, circa l’80% avrebbe consentito a questo tipo di utilizzo dei dati, ovvero per la ricerca farmacologica. Accettando quindi anche di non poter pretendere “benefici finanziari” nel caso di eventuale commercializzazione successiva alle ricerche. (“You understand that you should not expect any financial benefit from 23andMe as a result of having your Genetic Information processed”) 23andMe ha avuto questa idea “cinque anni fa: sfruttare il nostro set di dati genetici per sviluppare farmaci migliori, e ora stiamo vedendo che la cosa si concretizzerà”, ha detto Drabant Conley.

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