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27 Febbraio 2020

Autostrade, sedersi al tavolo e trattare

Morena Pivetti

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Come un gigantesco e avvolgente mantello nero, una cortina abbassata che tutto copre e nasconde, l’emergenza coronavirus ha oscurato qualunque altra scadenza, criticità o urgenza economica del Paese. Almeno mediaticamente. Eppure, il tempo scorre inesorabile, le crisi non scompaiono come per magia, le deadline non cambiano. La più ravvicinata è il 29 febbraio, data ultima per l’approvazione in Senato del decreto Milleproroghe con quell’articolo 35 che interviene sulle concessioni autostradali modificando l’articolo 9, comma terzo della convenzione firmata nel 2007 tra il Ministero delle Infrastrutture e Trasporti e Autostrade per l’Italia.

“Motu proprio” il governo (che l’ha proposto) e il Parlamento (che l’avrà approvato) cambiano le condizioni contrattuali pattuite e abbassano da 23 a 7 miliardi (in comode rate) la penale che lo Stato dovrà pagare alla società in caso di revoca unilaterale. Un intervento che non ha precedenti, che ha reso l’Italia ‘lo zimbello’ – così riferisce un analista di una importante banca d’investimento europea reduce dall’ultimo giro di visite ai suoi clienti in Nord America ed Europa – dei grandi fondi infrastrutturali mondiali: d’ora in poi il nostro Paese non vogliono proprio sentirlo nominare. E non solo per le autostrade, ma per qualunque altro investimento che coinvolga aziende pubbliche.

L’approvazione del Milleproroghe è la classica palla di neve che può innescare la valanga, quel che rischia di essere il punto di non ritorno. “Perso per perso”, cosa potrà trattenere Aspi dal ricorrere in tutte le sedi possibili contro la nuova norma per difendere la propria esistenza? Dalla Corte di Giustizia Europea (che le ha già dato ragione una volta in passato) alla Corte Costituzionale, come del resto ha annunciato. Perché l’unico possibile senso di questa forzatura è tenere una pistola puntata alla tempia di Aspi e Atlantia al tavolo della trattativa. Come se non fosse abbastanza quel che lo Stato può vantare dopo un evento tragico come la caduta del Ponte Morandi e le successive criticità su gallerie e viadotti.

Forzatura su cui, secondo le indiscrezioni dei giornali, anche l’Avvocatura dello Stato avrebbe avanzato forti dubbi, in particolare rispetto all’esito di un eventuale giudizio davanti alla Corte di Giustizia Ue: la mano di poker che il governo ha scelto di giocare potrebbe anche concludersi con la condanna a dover pagare tutti i 23 miliardi con gli interessi. Che finirebbero in collo ai contribuenti italiani.

Per uscire dall’impasse la soluzione a cui si starebbe lavorando, secondo quanto riportato dai media, in particolare Il Sole 24 Ore, sarebbe la creazione del cosiddetto “fondo Aspi”, il fondo in cui, da una parte, Atlantia conferirebbe il controllo di Autostrade per l’Italia e F2i tutti i suoi asset autostradali e aeroportuali. Fondo che poi sarebbe aperto ad altri investitori: italiani viene da pensare, visto che di stranieri disponibili pare non ce ne siano. L’obiettivo dichiarato è far uscire di scena la famiglia Benetton, che si diluirebbe fino diventare azionista non di controllo, facendo finalmente contento il Movimento 5 Stelle.

Soluzione che, analizzata da vicino e con sguardo limpido, mostra tante, troppe criticità, per essere credibile. La prima, fondamentale, è la valutazione di Aspi: la spada di Damocle della revoca ha ridotto il rating del titolo a spazzatura. Dunque, a quale prezzo verrebbero stimate le azioni? L’unica via sarebbe togliere dal tavolo la revoca e lasciare che riacquistino, sul mercato e nel mercato, il loro vero valore. Altrimenti l’unico numero disponibile nero su bianco sono i 7 miliardi di indennizzo del decreto: un valore arbitrario, senza senso, concluderebbe un analista, che svaluta la società. E anche gli investimenti dei 17mila bondholders, i piccoli risparmiatori che  nessuno mai ricorda.

Seconda criticità: quanto tempo serve per mettere in piedi un’operazione di sistema di queste dimensioni, che creerebbe un player mondiale nel campo delle infrastrutture? Certamente assai più di quel che è stato immaginato, mentre Atlantia, nell’incertezza, rimanda la presentazione del bilancio 2019. Terza criticità: F2i è partecipata da Cassa Depositi e Prestiti: siamo sicuri che la Commissione europea di fronte a un suo intervento, seppure indiretto, non lo valuterebbe aiuto di Stato e farebbe scattare la procedura d’infrazione?

Torniamo alle ultime dichiarazioni di Carlo Bertazzo, numero uno di Atlantia, al Corriere della Sera: il mancato accordo con la politica “sarebbe una catastrofe per tutti. Verrebbe distrutta un’azienda che ha fatto la storia dell’Italia, con oltre 7mila dipendenti e un piano d’investimenti di 14 miliardi di euro. Serve un’intesa su Autostrade con più investimenti e regole inflessibili. In caso di revoca Aspi farebbe un default da dieci miliardi, con una forte perdita per le famiglie italiane, che detengono 750 milioni di euro di un’obbligazione retail, per Cassa Depositi e Prestiti e la Banca Europea degli Investimenti che hanno 2 miliardi di euro, e per numerosi obbligazionisti italiani e internazionali. Sarebbe pesantemente colpita anche Atlantia, che garantisce cinque di questi dieci miliardi”.

L’unica alternativa credibile resta sempre quella: sedersi al tavolo e trattare, sugli indennizzi per la caduta del Morandi, sugli investimenti aggiuntivi e futuri, sulla rimodulazione delle tariffe. Duramente e senza sconti. Solo dopo, a fronte della certezza del diritto, si potrà lavorare a nuovi assetti di sistema.

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