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14 Luglio 2020

Si fa presto a dire smart working. E le pmi?

Enrico Verga

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Di smart working (di seguito SW) si parla molto. Lato dipendente lo SW è semplice: un pc/mac, cellulare e banda larga. Si lavora da casa e stop. Il meeting si fa in zoom: con lo spaccato top business suite e down mutanda. Si sta con il gatto sullo stomaco mentre si scrive un report. Si cucina mentre si fa trading. Tutto bello. Che lo SW offra dei potenziali risparmi per aziende e dipendenti non è un segreto. Di recente è persino nata una piattaforma che permette di calcolare al centesimo il risparmio. Tuttavia, l’applicazione operativa dello SW, lato azienda, è tutt’altro che semplice, specialmente se parliamo di una Pmi.

 

Localizzazione, pendolarismo e banda.

 

Partiamo dalla localizzazione. Le aziende di servizi spesso hanno gli uffici nelle aree urbane, dove la connettività è di ottima qualità. Tema differente se l’azienda si occupa di manifattura. Il tessuto economico italiano è composto di migliaia di aziende manifatturiere, Pmi di filiera, sparse per il territorio. Molte Pmi sono nate e cresciute in aree collinari, valli, oltre la cerchia urbana ed extra urbana. La scelta non è casuale: i terreni costano meno, comoda logistica per trasporti pesanti, connessioni interportuali e parcheggi per centinaia di dipendenti (provate voi a parcheggiare a Milano centro alle 9 del mattino e capirete cosa intendo). L’accelerazione verso la digitalizzazione in atto nelle aziende post Covid-19 e lo SW, però, richiedono una maggiore infrastruttura, capace di garantire una connessione ad alta capacità e velocità e, in zone poco abitate, con poche aziende, può comportare un rapporto costo installazione poco favorevole per gli utenti, con tempi allungati. Inoltre, in certe aree d’Italia, non esiste un’infrastruttura di base sufficiente per garantire connettività veloce, anche a fronte di investimenti importanti da parte degli utenti. Pensiamo soprattutto alle cosiddette aree bianche: dove la fibra ottica, la tecnologia ad oggi più performante è quella che consente i collegamenti anche tra antenne FWA. Oggi non è sempre presente e richiede tempo per essere installata.  Di qui, il rischio che molte aziende restino tagliate fuori per un lungo periodo e che debbano usufruire di altre soluzioni tecnologiche, non sempre performanti. Senza infrastruttura insomma, lo SW e la digitalizzazione delle aziende diventa improbabile. “La produttività sta diventando a-territoriale e diffusa, quindi non più centralizzata nelle grandi metropoli”, sottolinea Federico Protto Amministratore Delegato di Retelit. “Pensiamo ai numerosi lavoratori che quotidianamente o settimanalmente si spostano per andare nelle grandi città da una località collinare o di montagna: lo spostamento, in certe circostanze, può essere evitato grazie ad una buona connettività che elimina tutti i confini spazio-temporali. Inoltre, aziende che si trovano nella necessità di aprire siti produttivi o filiali in luoghi ritenuti strategici perché geograficamente centrali, adesso, con un’opportuna infrastruttura di telecomunicazione, possono scegliere di rimanere anche in altre regioni e gestire tutte le attività digitalmente, una formidabile opportunità di sviluppo per le diverse aree del Paese”. La carenza di banda larga nelle aree non suburbane (valli, colline etc.) è certificata anche dal nuovo sito governativo. Le aree blu rappresentano le aree coperte. Se osservate la mappa, regione per regione, scoprirete che di aree blu ve ne sono ben poche (e non parliamo delle aree collinari o le valli).

 

Arriva la banda e ora?

 

Diamo per assunto che ci sia il cabinet della fibra davanti alla nostra azienda, pur se ubicata in una valle. Ora qualcuno deve fare il cosiddetto ultimo miglio ma soprattutto cablare l’azienda fisicamente e ‘mentalmente’. “Non possiamo più parlare solo di soluzioni tecnologiche: oggi nelle aziende; è indispensabile adottare una strategia digitale che coinvolga tutti i collaboratori on site e in SW”, spiega Chiara Zanette, Executive Manager di LantechLongwave. “Una strategia digitale parte dagli aspetti più tecnici che riguardano l’infrastruttura come il cablaggio fisico dell’azienda, il posizionamento dei ripetitori, router, i Pc forniti per i collegamenti da remoto, le soluzioni di sicurezza IT implementate, ma si estende anche alla formazione dei collaboratori che debbono essere pienamente consapevoli dell’importanza di ogni singolo comportamento. Le minacce maggiori vengono infatti spesso involontariamente proprio dall’interno. Pensiamo all’home working, (perchè smartworking, non è…) di questi ultimi tre mesi: figli in casa che usano il pc aziendale del genitore per vedere Youtube, dipendenti che attivano la posta aziendale sullo smartphone e involontariamente scaricano mail di phishing, chiavette usb con le foto dell’ultima vacanza che vengono utilizzare per salvare le presentazioni in power point, etc… Sono tutte potenziali minacce. L’attenzione alla cybersecurity e la costante formazione di tutti i dipendenti sugli ultimi attacchi informatici sono elementi fondamentali che devono rientrare nelle policy di sicurezza aziendale, tanto quanto gli standard di configurazione di tutti i dispositivi che vengono utilizzati. È bene ricordare poi che una banda dati in entrata e in uscita da un’azienda verso i propri dipendenti o terzi (clienti, fornitori, consumatori) deve essere costantemente presidiata e gestita”.

 

Continuità del business

 

Molti l’hanno imparato a proprie spese nei tre mesi di lockdown. L’evento shock non ha interessato solo gli aspetti “umani” dell’azienda ma anche quelli hardware e software. Pensiamo alle unità di backup. Come detto, non tutte le aziende erano/sono dotate di una banda larga in uscita, adatta a reggere grandi carichi di lavoro digitale. Secondo una recente analisi dell’Osservatorio digitale nelle Pmi del Politecnico di Milano, in Italia il 34% delle Pmi può essere considerato digitalmente maturo. Comprenderete che è un numero insufficiente se vogliamo veramente competere. Esiste un 11% di Pmi che hanno una cultura digitale e il restante 55% è ancora analogico. Anche in questo caso lo SW è un fattore che può far pendere l’ago della bilancia. Spiega Federico Protto: “I servizi digitali e ICT oggi in circolazione consentono di far fare un grosso balzo in avanti alle Pmi che vogliano andare verso un percorso di digitalizzazione e traghettare il proprio business verso il futuro e meglio competere anche a livello internazionale. Numerose aziende italiane si stanno muovendo in questa direzione, avendo capito e sperimentato in occasione del lock down le potenzialità del lavoro da remoto e hanno spianato la strada verso una definitiva affermazione dello smartworking quello che è importante è affidarsi ad aziende del settore che possano fornire tutti gli strumenti idonei per poter svolgere il lavoro nella massima sicurezza da un punto di vista informatico”.

 

Il futuro dello smartworking?

 

I 3 mesi hanno insegnato poche cose utili a ogni azienda. Prima di tutto che lo SW può funzionare. Secondo, che permette continuità aziendale anche in situazioni estreme. Terzo, che può far risparmiare tempo (pendolari) e costi (per l’azienda). Ora resta da comprendere come si struttureranno le Pmi. “I mesi di lockdown sono stati emergenziali – sottolinea Chiara Zanette – Ora notiamo una serie di richieste di soluzioni SW più strutturate e soprattutto più sicure e performanti. Il vero SW si ottiene solo grazie ad un’infrastruttura di rete che sia in grado di garantire continuità del business, collaborazione su tutti i livelli e sicurezza delle informazioni. Le aziende ci richiedono progetti consulenziali che partono dall’analisi dei loro asset attuali per comprendere come migliorare performance e affidabilità Potremmo dire che ora le aziende stanno entrando in una modalità di pianificazione di lungo periodo; un approccio strutturato in modo più strategico su cui sono aumentati considerevolmente gli investimenti in ambito comunicazione, sicurezza della rete e servizi gestiti di monitoring per definire così una soluzione di SW modulari”. Ora la partita è in mano alle aziende. Le Pmi devono capire che vi sono sfide da affrontare: la prima è quella economica, e, tuttavia, non è la sfida principale. La vera sfida che attende le Pmi è psicologica. È importante che le Pmi comprendano che, ove possibile, lo SW rappresenta un investimento iniziale per la psicologia stessa dell’azienda. Un approccio che richiede la transizione dal lavoro a ore (8 di solito, salvo straordinari, si spera pagati) a un lavoro per obbiettivi. Un approccio che molti imprenditori-padroni non hanno ancora metabolizzato. È auspicabile che la voce “costi-risparmi” estesa nel tempo possa diventare una chiave di volta per indurre molte Pmi a divenire maggiormente digitali e sviluppare una strategia strutturata per lo SW.

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