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17 Novembre 2020

5G fondamentale per l’Italia post Covid

Lorenzo Principali

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La pandemia, il conseguente lockdown e il sensibile incremento nell’utilizzo dei servizi digitali hanno mostrato tutta l’importanza delle reti di comunicazione sia nelle precedenti fasi di crisi, sia in quella attuale, sia nella ricerca di una nuova normalità. In particolare, nel campo delle reti mobili, lo standard di quinta generazione (5G) può giocare un ruolo fondamentale per la ripresa nazionale nell’attuale fase di incertezza, dopo il crollo dovuto alla prima ondata di Covid-19. Il 5G costituisce infatti un’importante opportunità di sviluppo e crescita a livello planetario, con un contributo potenziale all’economia mondiale stimato da GSMA fino a 2,2 trilioni di dollari tra il 2024 e il 2034.

 

Attualmente, il numero di utenti attivi nelle principali aree sviluppate del globo indica la netta prevalenza cinese con quasi 180 milioni di utenti, seguita da Corea del Sud (circa 9 milioni), Stati Uniti (8milioni) ed Europa (4 milioni). Anche osservando gli utenti rispetto alla popolazione, i Paesi asiatici restano in vantaggio, con la Corea del Sud in testa (quasi 17mila utenti ogni 100 mila abitanti), seguita dalla Cina (12.800), mentre Stati Uniti ed Europa risultano notevolmente indietro, rispettivamente con appena 2.313 e 779 utenti 5G ogni 100.000 abitanti.

 

Secondo le stime GSMA, l’Europa si troverebbe indietro anche a livello di infrastrutture, con circa il 34% di copertura 5G entro il 2025, a fronte del 48% che si registrerebbe in Nord America e del 47% in Cina. D’altro canto il 5G comporta un cambio di paradigma tecnologico così rivoluzionario che l’Europa, se vuole mantenere un ruolo di primo piano a livello internazionale, non può lasciarsi sfuggire.  Nel prossimo futuro, insieme alla diffusione di un’altra tecnologia abilitante quale il cloud computing, il 5G consentirà di fruire di immense capacità di calcolo – e quindi anche di algoritmi di intelligenza artificiale che ne miglioreranno progressivamente le performance – da parte di oggetti, macchine e dispositivi in movimento (il cosiddetto Internet of Things).

 

Non solo auto a guida autonoma, per le quali probabilmente ci sarà ancora un po’ da aspettare, ma anche infrastrutture viarie ed energetiche gestite in tempo reale per aumentarne l’efficienza, sistemi di produzione autonomi che si adattano alle esigenze e alla domanda del mercato, telemedicina in tempo reale e manutenzione predittiva sono solo alcune delle possibili applicazioni che vedranno la luce nei prossimi anni. E che necessitano di essere supportate da infrastrutture mobili di nuova generazione. Non è un caso che l’ultimo scontro di influenza geopolitica si concentri su questa tecnologia, con l’amministrazione americana impegnata a rallentare l’avanzata tecnologica cinese che, dal canto suo, ha fatto degli investimenti in R&S digitale – in particolare 5G, Intelligenza Artificiale e IoT – i propri cavalli di battaglia.

 

In questo quadro, rilanciare gli investimenti europei sul 5G e rendere effettive la roadmap e le attività di infrastrutturazione e standardizzazione appare fondamentale. A ben vedere, si tratta di uno sforzo non di poco conto: le stime parlano di una forchetta che va dai 515 ai 590 miliardi per l’implementazione della rete 5G europea. Il recovery plan potrebbe quindi configurarsi come un’occasione imperdibile per aprire le porte all’Europa del futuro.

 

Una discriminante fondamentale, a tal proposito, è relativa alla sicurezza. L’esclusione ex-ante degli operatori extra-europei rischia di essere piuttosto costosa (fino a 55 miliardi secondo GSMA) oltre a determinare un rallentamento a livello di infrastrutturazione, di sviluppo e di adozione delle future applicazioni, con impatti diretti e indiretti ancora maggiori.

A riguardo, i maggiori Paesi europei hanno adottato approcci differenti, con il Regno Unito che, dopo vari aggiustamenti, ha optato per l’esclusione degli operatori extra-Eu (sebbene per i contratti sottoscritti a partire dal 31 dicembre), la Germania che si trova a metà tra il liberismo proveniente dal fronte aziendale (con Deutsche Telekom tra i più favorevoli) e i falchi della CDU pronti a calare la scure, la Francia che ha adottato un approccio caso per caso, coinvolgendo l’apparato di sicurezza nazionale, e la Spagna che al momento sembra quella maggiormente aperta all’internazionalismo, oltre che guidata da un approccio multi-fornitore.

 

Appare assolutamente necessario, come recentemente dichiarato dal segretario generale del Presidenza del Consiglio dei ministri Roberto Chieppa, che sui fornitori extra-EU considerati high risk vendor si arrivi ad un approccio comune a livello europeo. Allo stesso modo, aggiungiamo noi, appare dirimente che si arrivi ad un approccio comune anche sotto il profilo delle certificazioni relative alla sicurezza.  La Direttiva NIS del 2016, il “Cybersecurity Act” del 2019 e il più recente Toolbox sul 5G dovrebbero essere seguiti da effettive attività di armonizzazione, soprattutto in materia di standard e certificazioni, per assicurare quella semplificazione e quella chiarezza indispensabili a creare un ecosistema favorevole agli investimenti ed agevolare l’operato delle aziende operanti in diversi Stati membri. A tal proposito, un approccio interessante sembra quello costituito dallo standard Nesas: costituito a livello associativo (GSMA), porta tra i propri vantaggi l’interoperabilità, la riduzione dei costi per operatori e fornitori e la possibilità per ogni Paese sia di implementarlo così com’è, sia di integrarlo con ulteriori certificazioni a livello nazionale.

 

Anche a livello italiano, semplificazione normativa, rapidità di esecuzione e chiarezza del quadro di riferimento sono gli elementi chiave per favorire investimenti e infrastrutturazione delle reti 5G.

 

A tale riguardo si segnala la duplice esigenza, da un lato, di assicurare che la complessa procedura per la definizione del perimetro di sicurezza nazionale cibernetica sia portata rapidamente a compimento e, dall’altro, che il mosaico normativo che si andrà man mano componendo con l’adozione dei diversi decreti e regolamenti assicuri un set di norme quanto più possibile chiaro.

 

A livello di investimenti, inoltre, potrebbero essere necessari dai 50 ai 75 miliardi nei prossimi 5 anni. Comparando tale dato con quanto investito dagli operatori nell’ultimo quinquennio, ovvero poco meno di 14 miliardi (Fonte: Agcom), si deduce la portata dello sforzo che ci attende. Proprio per questo, semplificazione, chiarezza e agevolazioni sono indispensabili per centrare l’obiettivo di effettuare l’upgrade della rete mobile al 5G.

 

La portata dello sforzo non deve farci desistere. Secondo i dati della Commissione europea, uno sviluppo coordinato delle reti 5G produrrebbe un effetto moltiplicatore sugli investimenti di circa 2 volte e mezzo, equivalente a benefici fino a 113 miliardi l’anno. È una sfida da vincere insieme, rafforzando il ruolo tecnologico dell’Italia in Europa e dell’Europa nel mondo.

 

Lorenzo Principali è Senior Research Fellow Istituto per la Competitività, I-Com

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