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Le nuove città e il diritto ai 15 minuti

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città roma panorama

CHI ABITA NEI CENTRI STORICI, generalmente ha, tra gli altri, un diritto aggiuntivo: avere scuola, lavoro, svago, insomma il proprio quotidiano, nello spazio di 15 minuti a piedi (o in bicicletta) dalla propria abitazione. Chi vive così non può capire la vita dei milioni di pendolari quotidiani italiani.

 

PENSATE A CHI ARRIVA da Rieti a Roma tutte le mattine o dalla Valtellina a Milano. Auto privata, treno o pullman, altro mezzo pubblico e la sera si ritorna al contrario. Pensate ora a una città in cui tutti, o quasi, abbiano la prerogativa dei 15 minuti, anche nella periferia nelle aree interne. Il digitale rende questo obiettivo maggiormente raggiungibile. È ora di ripensare gli spazi, i tempi e la vita delle città perché tornino a essere luogo di libertà ma soprattutto di opportunità vere. Il combinato disposto di elezioni amministrative e necessità di diffondere lo smart working apre finalmente un dibattito che da molto tempo doveva essere affrontato.

 

Le città hanno, in passato, rappresentato il luogo delle opportunità, occasione di relazioni sociali, istruzione, emancipazione. In che misura lo sono ancora? Come difendere l’organizzazione, la mobilità, i tempi delle metropoli di oggi? Con qualche fatica stiamo riuscendo a capire, in modo diffuso, che la grande trasformazione digitale sta scongelando i due pilastri del lavoro: il tempo (orari) e lo spazio (i luoghi). Come si fa a non considerare sbagliato il disequilibrio di una città, se genera la propria economia con un pendolarismo inutile che la intasa, la sovraccarica, la inquina?

 

Il servo della gleba non poteva allontanarsi dalla terra che coltivava, né essere allontanato. Da qui è nato il detto tedesco ‘StadtLuft macht frei’, cioè “l’aria della città rende liberi”. Libertà che come ci ricorda Giuseppe Lupo nei suoi libri, era molto compressa anche nella nostra mitica civiltà contadina. Le città hanno rappresentato nei grandi processi di inurbamento il luogo delle opportunità, a partire dal lavoro.

 

In che misura lo sono ancora? Le metropoli che crescono sono sempre più lontane dall’Europa, e più le città crescono senza una programmazione e più le disuguaglianze aumentano al loro interno e, ancor di più, tra le aree urbane e quelle rurali.

 

Pensate che tra le zone più ricche e le più povere di San Paolo, in Brasile, ci sono 25 anni di speranza di vita di differenza. Non a questi livelli, ma ovunque le città necessitano di un grande ripensamento. C’è chi teorizza l’idea che il digitale porterà al superamento delle città. Più di tutto, serve qualche riflessione forse meno futuribile ma utile, nell’immediato, su come ripensare gli spazi, i tempi e la vita delle città. Prima ancora di occuparsi degli esercizi commerciali e dei taxi nel centro storico, bisogna ricordarsi che le loro difficoltà per lo smart working e il lockdown sono state precedute da situazioni ancora più dirompenti nelle periferie e nelle aree interne dove quegli stessi servizi sono diventati inutili per il pendolarismo quotidiano che spopola in intere aree da anni.

 

Nella città policentrica e verde bisogna portare la bellezza, i servizi, il lavoro in periferia. La rigenerazione urbana passa per la capacità di rendere meno marginali le aree interne e più vitali le periferie. Insisto: nelle periferie delle grandi città, accanto a qualche bazar cinese, sta chiudendo tutto. Servono Smart Work Hub, luoghi che aiutino le città a diventare policentriche e verdi. Luoghi dove lavorare da remoto, confortevoli, ergonomici, che consentano relazioni sociali scelte, formative, che favoriscano il coordinamento.

 

Accanto ai lavori non remotizzabili, questa è un’opportunità che oggi può essere estesa, grazie al digitale, ad ampi strati della popolazione, rivitalizzando aree che sono sempre più abbandonate e insicure perché poco più che dormitori. I cambiamenti del lavoro o si ripercuotono sul modello di sviluppo delle città, oppure si continuerà a pensare che la cattiva conciliazione del lavoro, con la vita sia l’unico ‘modello di business’ possibile per l’economia di una città.

 

D’altronde, non è la prima volta che le città cambiano. Anche nel passato, come oggi, spesso le trasformazioni sono state rallentate o impedite da corporazioni urlanti che, pur rappresentando piccoli numeri, hanno la capacità di condizionare la politica e l’informazione più dell’intera cittadinanza. Se analizzassimo le forze che hanno impedito la cura del ferro – le infrastrutture di metropolitane e ferrovie in alcune città – capiremmo che c’è un problema di democrazia e non solo di legittimi interessi materiali. È ora di pensare e mettere in capo alle priorità città a misura della persona, del suo sviluppo, del suo benessere. Oggi più che mai si può.

 

La versione originale di questo articolo, a firma di Marco Bentivogli, è disponibile sul numero di Fortune Italia di marzo 2021.

 

*Marco Bentivogli è ex Segretario generale Fim Cisl e Coordinatore nazionale di Base

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