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L’Afghanistan è tornato sul mercato

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Prima di tornare in affari con l’Afghanistan si deve aspettare il politicamente corretto cordoglio che ogni cittadino occidentale dedica agli sfortunati popoli del resto del mondo. Di norma, dura un mese: Royinga, Yazidi, le belle soldatesse curde, Yemeniti, cittadini del Mali, haitiani, siriani, cittadini di Beirut etc… l’elenco continua indietro nel tempo sino ai valorosi Montagnard o il prode Abdul Rashed Khan. Di tutti i citati, Khan è il più sfortunato: non lo ricorda mai nessuno, ma è grazie a lui se John Keane, alla testa l’armata dell’Indus, prese la fortezza di Ghazni e in seguito Kabul. Grazie a Khan, e al Commonwealth britannico, il popolo Afghano cominciò quel percorso di radicalizzazione che osserviamo oggi. Ma fu necessario tempo e pressione, due cose che l’Occidente ha in abbondanza. Prima di parlare di soldi facciamo il punto, passeggiando brevemente, nella storia.

Afghanistan allora come oggi

Da 3500 anni il Centro Asia è il crocevia di culture, religioni, commerci, imperi ed eserciti; il suo cuore è l’Afghanistan. Gli stati centro asiatici sono come una lasagna: sono fatti a strati. L’Afghanistan non fa eccezione, vediamo un po’ di strati.

Morfologia etnico-geografica: è un territorio arido, montuoso, con popolazioni organizzate in gruppi etnici, a loro volta con sub-divisioni tribali, con uno spaccato tra territori del nord e del sud, con l’apice sociale nelle grandi città commerciali (Herat, Ghazni, Kabul etc..).

Religioni: dalla buddista, alla zoroastriana per concludere con la più recente islamica (sunnita ma con sacche di sciiti come gli hazari, i prossimi a diventare “famosi” in occidente… almeno per un mese o più).

Business: qui passavano le carovane ricche di seta, spezie, oppio (prodotto qui) che andavano in occidente e tornavano cariche di argento.

Imperi, eserciti e cicatrici: in Afghanistan son passati tutti. Dai persiani (che crearono l’Iranzamin) ad Alessandro Magno fino alla recente Coalizione Occidentale. Il fallimento di un impero straniero, nel controllare questo territorio, ha sempre fatto il guadagno del suo antagonista.

Guadagni e perdite

Per guadagno non mi riferisco al mero denaro: parlo di una più amplia definizione che include sfere d’influenze, accesso a materie prime, risorse umane e soldati per condurre guerre a distanza. Consideriamo gli ultimi 2 secoli.

Le 3 guerre perse dall’impero britannico furono di guadagno per l’impero russo e quello persiano.

Dopo la caduta del governo filo-russo in Afghanistan venne, di nuovo, il turno degli anglofoni (ora americani) di guadagnarci. La trappola di Breziznski e relativa guerra di Charlie Wilson fecero tanto bene agli interessi americani. Fu un affare per gli Usa: a fronte di una spesa di meno di 4$ miliardi sconfissero i sovietici facendogli spendere oltre 50$ miliardi (oltre alla figuraccia di fronte a tutto il mondo).

Arriviamo ai giorni nostri con 2,2$ trillioni (cifre ufficiali, che non considerano le operazioni segrete) in 20 anni.

Oggi i talebani tornano a governare (lo avevano già fatto dopo la fuga dei sovietici) la nazione e, cosa non meno importante, le sue ricchezze: la posizione strategica e le risorse del sottosuolo.

Per la cronaca: c’è stato un momento “d’oro” (corrisponde all’epoca delle foto con le ragazze afghane in minigonna che vedete sempre in giro sui giornali). Dal 1921 con Amir Amanullah Khan abbiamo la creazione di uno stato laico, pacifico filo-sovietico. Tutto scorre tranquillo e sereno sino al 1978: con la dichiarazione di uno stato islamico. Il resto è storia recente.

La ricchezza afghana

Due sono le forme di ricchezza di questa nazione: le risorse naturali e la sua posizione strategica.

Partiamo dalla prima. L’Afghanistan è sorprendente ricco: un rapporto del Servizio Geologico Nazionale Usa offre una visione delle risorse e potenzialità. Sono presenti carbone, petrolio e gas in quantità valide sia per energizzare il mercato interno che per esportazione. Tra i minerali più abbondanti ferro, rame e cromite (in quantità estremamente elevate) a cui si aggiungono oro, pietre preziose, tantalio e terre rare (in quantità ancora da stabilire). Una delle scoperte più recenti è il litio. I depositi afghani potrebbero essere di quantità e qualità (3.8 mmt = million metric tonnes) tali da competere a livello mondiale con i maggiori produttori.

La posizione strategica afghana è la sua seconda ricchezza. Tale posizione si traduce nella possibilità di costruire infrastrutture di logistica, energetiche (gasdotti e oleodotti), industriale (estrattivo e processazione) che valorizzano a pieno le connessioni per tutto il centro asia e sfruttarne i relativi diritti di passaggio. Il mercato delle costruzioni, grazie ai capitali occidentali, ha visto una crescita sostenuta. Per una mappatura del settore edile leggete questa analisi, ha spunti interessanti. C’è da ricordare che le commesse più rilevanti sono state, ad oggi, appannaggio dei gruppi americani, che poi le sub appaltavano ad aziende locali. Mentre l’edilizia di piccolo cabotaggio (centri commerciali, logistica minore, industria leggera, abitazioni) è in mano, principalmente, a cinesi, indiani, iraniani, pakistani.

2.2$ trillioni spesi in l’Afghanistan. Chi ci ha guadagnato?

Parlando d’investimenti esteri (per lo più americani), una precisazione. Uno dei più grandi errori della gestione americana è stato, di fatto, investire oltre 2$ trillioni in una nazione senza, in effetti, investirli veramente. I veri vincitori che hanno guadagnato dall’Afghanistan sono state le aziende americane. Giusto alcuni esempi, senza voler essere critici. Solo per i fornitori di servizi all’esercito, in 20 anni, il governo Usa e le aziende americane hanno incassato 107$ miliardi. Poi ci sono i soldi spesi in compagnie di mercenari. Poi ci sono i soldi “persi” di cui non si ha traccia (salvo il buco lasciato nei bilanci del SIGAR) e cosi via. Per avere un quadro abbastanza dettagliato sulle spese leggete il rapporto dello Special Inspector General for Afghanistan Reconstruction (SIGAR appunto). Dal 2008 monitorava i flussi economici Usa in Afghanistan: un’affermazione emerge violenta nel rapporto di cui sopra: “il DOD (Dipartimento della Difesa) non teneva una rendicontazione precisa delle risorse allocate”.

Per aggiungere danno alla beffa, in 20 anni tutte le aziende di supporto civile non hanno fatto formazione ai loro corrispettivi afgani, per la manutenzione di sistemi complessi (meccanica civile e militare). Di conseguenza quando i contractor sono stati evacuati l’intero sistema moderno afgano (incluso l’esercito) è divenuto inefficace. L’ultimo rapporto del SIGAR di agosto mette una pietra tombale sull’avventura Afghana.

Sul tema training e formazione militare ho chiesto un’opinione a Mike Jason: ex colonnello di brigata, attivo nella formazione del personale militare e civile afgano dal 2012. “La nostra formazione si misura in Mop e Moe. La prima misura le performance, la seconda misura l’effettività: in pratica la capacità operativa di un soldato/poliziotto. Ho formato molti poliziotti, erano scelti dagli anziani del villaggio. Imparavano, ma era un percorso lento. Molti di loro, pur se volenterosi, erano analfabeti e la loro preparazione era molto basica”.

Con i primi successi di Jason il progetto prende una svolta politica, diciamo inaspettata. “Il successo dei primi progetti di ALP (Afghan Local Police) divenne presto un fatto politico: Bismillah Khan Mohammadi, allora ministro degli interni, voleva ampliare il progetto. Il suo interesse pareva essere più quello di aumentare l’occupazione e i cittadini stipendiati nei distretti del nord (suo territorio di origine) che non lo sviluppo di una forza di polizia efficace, cosa che richiedeva molto tempo. Con questa scelta afghana ci siamo ritrovati ad avere unità che sulla carta erano formate (Mop) ma la cui efficacia sul campo era tutta da testare (Moe)”.

E non dimentichiamo i leader afghani che, in quanto a sprechi, si sono impegnati. Il Rolling stone da un’ottima descrizione del passato presidente Karzai… e non parliamo del fratello Amid Wali Karzai, che aveva messo su uno dei migliori traffici di eroina del paese (ovvio grazie alla produzione afgana di oppio).

Peggio fa solo il successore di Karzai. Ghani, la cui conoscenza pratica della sua nazione era pari a zero, ma era un uomo con una “visione” in merito a come gestire l’Afghanistan. Nel 1989 scriveva sul Los Angeles Times “l’amministrazione di George Bush dovrebbe insistere che agli afgani sia data la capacità di auto determinare il proprio destino e (gli Usa) dovrebbero limitarsi ad offrire assistenza economica solo a un governo liberamente scelto (dagli afgani).” Parole sagge scritte da un individuo che, completamente distaccato dal suo popolo, è scappato con un aereo cosi carico di contanti (169$ milioni), che faticava a sollevarsi da terra.

Afghanistan: il futuro passa dalle pubbliche relazioni

I talebani sono aperti al business, lo hanno detto a tutti: cinesi, russi, ai loro vicini di casa (turkmeni, uzbeki, pakistani, iraniani, tajiki) e hanno persino buttato lì un osso agli americani. Sulla carta le opportunità non mancano. Gli indiani han già investito oltre 3$ miliardi in questi anni e sperano di fare altri affari. I cinesi hanno già investimenti nelle miniere rame (temporaneamente sospesi). I turkmeni sbavano all’idea di vendere gas ai cinesi (e l’Afghanistan è la via più breve, cosa che i talebani han fatto presente ai turkmeni di recente). Alla Cina fa gola anche litio e terre rare (di cui ambisce a rimanere la quasi monopolista). Anche ai russi interessa il gas (lo importavano già durante la guerra). In più la lista di aziende (appartenenti agli stati limitrofi) pronte a costruire e investire in Afghanistan è kilometrica. A questi temi si aggiunge l’accesso alla finanza internazionale (la banca afghana possiede circa 9$ miliardi, al momento congelati, dopo la fuga del suo Ceo, un ex dipendente di management consultant e World Bank). Per far funzionare tutto, inoltre, serviranno esperti: tecnici, ingenieri, economisti, architetti, burocrati senza cui uno stato non può esistere, tantomeno crescere.

Prima di poter valorizzare queste opportunità i talebani devono risolvere un problema di pubbliche relazioni. Sono coscienti che, se non si legittimano presso la comunità internazionale, nessuno potrà fare affari con loro. “Quello che molti non capiscono è che non sono i talebani di 20 anni fa. Molti di loro erano bambini nel 2001.” Mi spiega Jason. “Pensare che si torni al 2001 è illogico. Oggi i talebani devono gestire una nazione con città importanti e avanzate, non si tratta più di gestire un popolo uscito da 10 anni di conflitto post sovietico. A questo si aggiunge che la minaccia di Al Qaeda è ridotta, e, a loro stessi, non fa gioco alimentarla”. Conclude Jason.

I talebani stanno facendo proclami molto pacifici ma hanno temi che devono “sdoganare” al pubblico occidentale, prima di mettersi sul mercato.

La produzione di droga. Si rammenti che, quando i talebani governavano la nazione, ci fu un giro di vite alla produzione di oppio, crollata ai minimi storici del 90%. Salvo poi tornare a crescere, durante i 20 anni di occupazione occidentale. Se i nuovi talebani faranno come in passato, potrebbero guadagnarsi una pubblicità positiva.

Shariah. I talebani han detto che applicheranno la shariah nel gestire gli affari interni, in vero è già applicata in questo stato. La parola Shariah terrorizza l’occidente se non fosse che… molti degli alleati fidati e storici dell’Occidente applicano già la Shariah: Arabia Saudita (la nazione che la usa nel modo più estremo, con tanto di pene di morte), Qatar, Emirati arabi, Pakistan, Iraq.

Regolamento di conti e diritti umani. Molto dipende dal livello di applicazione della Shariah. Ma, anche in questo caso, ricordiamoci che noi occidentali, sempre politicamente corretti, abbiamo partner commerciali che i diritti umani non li filano di striscio. Noi italiani, per esempio, abbiamo venduto bombe ai sauditi (con cui massacrano gli Yemeniti, uno dei popoli dimenticati). Non sono da meno gli inglesi: se parliamo di armamenti, come spiega il Guardian, vendono tutto a tutti. Si potrebbe obbiettare che i Talebani potrebbero, in futuro, non rispettare i diritti umani. Non c’è problema, il Regno Unito già traffica con altri stati i cui diritti umani sono secondari come Bahrain, Bangladesh, Colombia, Egitto e Arabia saudita (la lista è molto più lunga). Sono solo due esempi di nazioni occidentali virtuose che ci tengono ai diritti umani delle nazioni loro clienti.

Pur risolvendo le sfide di cui sopra, i Talebani dovranno comunque smacchiare la loro reputazione passata. Il modo più rapido ed efficiente è usare agenzie di pubbliche relazioni occidentali, sono le migliori. Per una lista di stati che si sono sbiancati grazie alle agenzie di Pr occidentali, politicamente corrette, potete leggere qui (c’è di tutto).

Non dimentichiamo che lo stesso Biden ha già dato una “piccola mano”, nello sdoganare i talebani (inconsciamente immagino). Già nel 2011 Biden spiegò che i talebani non erano nemici dell’America; concetto ribadito di recente spiegando che gli Usa erano in Afghanistan per combattere Al Qaeda (creata da un figlio di papà saudita, non da un talebano). Viene da riflettere: se i talebani non son nemici dell’America, ma solo gente un pò radicale… magari ci si può sempre lavorare insieme, in futuro. Dopo tutto l’Occidente già ha partner commerciali islamici un “filo” radicali (leggi sopra la lista).

Vale la pena chiudere quest’analisi con le parole delle due persone che hanno cominciato e finito questa avventura occidentale.

“In tempi come questi può essere difficile restare ottimisti. Ma Laura e io restiamo tali. Come la nostra nazione anche l’Afghanistan è composto di persone resilienti e vivaci. […] Rimaniamo uniti nel salvare vite e pregare per l’Afghanistan”, George Bush

“Ora è il tempo in cui saranno testate le nostre abilità di servire e proteggere la nostra gente, per assicurare loro un futuro e una buona vita”, Mullah Baradar.

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