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Il Nobel, il cambiamento climatico e lo scenario peggiore

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“Le scoperte riconosciute quest’anno dimostrano che le nostre conoscenze sul clima poggiano su solide basi scientifiche, basate su una rigorosa analisi delle osservazioni. I vincitori di quest’anno hanno tutti contribuito a farci conoscere più a fondo le proprietà e l’evoluzione dei sistemi fisici complessi”, ha spiegato Thors Hans Hansson, il presidente del Comitato Nobel per la fisica che quest’anno ha assegnato il premio all’italiano Giorgio Parisi, all’americano Syukuro Manabe e al tedesco Klaus Hasselmann.

Ricevendo il Nobel per la fisica, Parisi ha lanciato un appello a fare di più per il clima. “Ai decisori politici ribadirei che è urgente prendere decisioni forti in questa fase, e che ci si muova a ritmo molto più sostenuto verso dei provvedimenti a favore del clima” ha affermato.

“C’è il rischio che si instauri un feedback positivo che aumenti ancora di più le temperature. Dobbiamo agire ora, dobbiamo agire per le generazioni future”. Necessità dettata dall’evidenza e dalla gravità della crisi climatica: “Gli eventi meteorologici estremi a cui assistiamo quotidianamente ci dicono quanto sia importante studiare i modelli meteorologici per prevenire le catastrofi”, ha proseguito.

“Ci sono dettagli che dobbiamo ancora capire (come ad esempio il ruolo degli oceani), ma ciò che è ormai chiaro è che il riscaldamento globale immette più energia nell’atmosfera e che, di conseguenza, più aumentano le temperature più aumenta l’insorgenza di eventi estremi”.

Il segnale che arriva da Stoccolma e le parole del premio Nobel italiano sono decisive nella misura in cui rappresentano un ulteriore cambio nella gestione del tema nell’opinione pubblica.

Uno dei maggiori ostacoli per convincere il pubblico a prendere sul serio il riscaldamento nei trent’anni in cui questo argomento è entrato nell’agenda internazionale è stato il linguaggio cauto che gli scienziati hanno sempre usato.

L’accusa di esagerare nelle previsioni ha spesso indotto a parlare del caso più probabile piuttosto che del caso peggiore. Se si assume il caso più probabile, non si contrarrebbe mai un contratto assicurativo a copertura dell’incendio di casa propria Dopotutto è molto improbabile che bruci, quindi perché non risparmiare i soldi? Tranne, naturalmente, che si resterebbe immediatamente senza casa se il caso peggiore accadesse davvero, e non si sarebbe mai in grado di comprarne un’altra.

“In condizioni di incertezza, ci si deve sempre concentrare sullo scenario peggiore“, ha detto Luke Kemp, un ricercatore australiano associato al Centro per lo Studio del Rischio Esistenziale dell’Università di Cambridge.

“Non lo abbiamo fatto finora. Direi che non siamo nemmeno concentrati sullo scenario più probabile. In realtà stiamo sbagliando sul lato del ‘meno drammatico’. A causa delle procedure decisionali di consenso dell’IPCC, e a causa della pressione esercitata sugli scienziati del clima dai mercanti del dubbio, la realtà è che si gravita sempre sull’estremità inferiore dello spettro evitando i cambiamenti climatici estremi”.

È dunque vero che Kemp e colleghi abbiano praticamente minato i rapporti dell’IPCC guardando i riferimenti a diversi scenari di temperatura.

Se si guarda a uno scenario medio per la fine del secolo, la probabilità più realistica è che avvenga un riscaldamento superiore ai tre gradi Celsius. Eppure meno del 10% delle temperature menzionate nei rapporti dell’IPCC sono di tre gradi e oltre.

Quasi tutta l’attenzione si concentra su 1,5°C e 2°C, che sembrano incredibilmente improbabili.

Come ribadisce Kemp ” in realtà sappiamo meno degli scenari che contano di più. Il rapporto del ‘Working Group One’ dell’IPCC, che si occupa delle realtà scientifiche fisiche del cambiamento climatico e che è stato pubblicato in preparazione del grande summit sul clima di novembre a Glasgow (COP-26), è sicuramente un miglioramento rispetto ai suoi predecessori: un linguaggio più franco e meno parole ambigue”.

Il più grande miglioramento singolo è stato l’uso di quello che chiamano “linguaggio calibrato”. Ad ogni affermazione viene dato un livello di fiducia espresso da cinque ‘qualificatori’ espressi su una scala di previsione. Tutti gli scienziati del clima stanno scalando una curva molto ripida, perché trent’anni fa la disciplina esisteva appena. Non conosciamo nessun sistema più complesso del ‘sistema Terra’, e quasi ogni settimana porta nuove scoperte e nuove intuizioni. Ma c’è la sensazione, in quest’ultimo rapporto, che alla fine si sia davvero arrivati in cima all’argomento.

Questo non significa che la COP-26 ci metterà finalmente su una rotta che ci porterà ad un futuro sicuro. Un futuro veramente sicuro non è più nemmeno una possibilità, ed è difficile credere che i governi a cui gli scienziati faranno rapporto a Glasgow siano pronti anche ora a varare misure di emergenza.

È come la pensa anche Luke Kemp “La ragione per cui non stiamo agendo non è a causa della tecnologia o della mancanza di volontà pubblica; è a causa dell’economia politica. È a causa della lobby dei combustibili fossili. È a causa dei politici che sono sotto il controllo dell’industria. Quindi (abbiamo bisogno di) catalizzare una reazione pubblica che vedrà cambiamenti su larga scala non solo nella politica, ma anche nella società più in generale”.

Il prestigioso riconoscimento agli studi di Parisi e ai agli altri scienziati nonché le sue parole sono fondamentali. Questa ennesima vittoria italiana frutto di un lavoro e di intelligenza incredibile non vanno solo rubricati come l’ennesimo segnale di un’Italian Renaissance, ma come un impegno a mantenere alta l’attenzione dell’opinione pubblica su di un tema politico tra i più scivolosi.

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