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Medici e dipendenza, tra Speranza e Oliveti (Enpam)

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medici

La rifondazione della sanità territoriale non potrà fare a meno dello studio dei medici di famiglia. “Io non rinuncerò mai al presidio sanitario di prossimità sul territorio che lo studio del medico di famiglia rappresenta. Per me è un presidio irrinunciabile”, ha sottolineato il ministro della Salute, Roberto Speranza, alla platea dei camici bianchi riunita al Congresso annuale della Federazione italiana dei medici di medicina generale (Fimmg), a Villasimius (Ca).

E se i medici di famiglia sono alle prese con la questione spinosa del passaggio alla dipendenza, Speranza getta acqua sul fuoco. “È un tema da discutere in un secondo momento. Non è il cuore della vicenda, e chi insiste su questo tema vuole solo alimentare uno scontro. A me interessa costruire un Ssn migliore, valorizzando i medici di famiglia”.

La questione importante è un’altra: il modo in cui inserire ”il lavoro del medico di medicina generale dentro una riforma del territorio”. Le Case di comunità, fulcro della proposta del Governo di riforma del territorio, secondo il ministro ”sono un hub. Lo studio del medico di medicina generale è uno spoke. Quante volte i medici di medicina generale mi hanno detto ‘io mi sono sentito solo in alcuni passaggi e in alcuni momenti’. Questo non deve avvenire. Io voglio che quel presidio sia aperto perché è essenziale della nostra rete sanitaria. E voglio che quel medico non si senta solo, che sia dentro una rete in cui c’è multidisciplinarietà. Io penso che con questo spirito possiamo fare una riforma che sia davvero utile per il Paese”.

Il ministro della Salute invita i medici a “lavorare insieme per capire come valorizzare al meglio la figura del medico di famiglia, insostituibile nel Servizio sanitario nazionale, mettendolo il più possibile in una relazione di connessione, di rapporto positivo con il resto del Ssn. Per me la relazione fiduciaria è un patrimonio che sarebbe criminale disperdere. E’ il valore più importante che abbiamo. Ma dobbiamo evitare che quel valore si chiuda in un contesto in cui poi non ci sia il resto del Ssn”.

C’è poi la questione dei finanziamenti per la sanità. “Quando sono diventato ministro c’era un miliardo in più sul Fondo sanitario nazionale e riuscimmo alla fine del 2019 ad arrivare a 2 miliardi. Poi durante il 2020 abbiamo messo 10 miliardi, di cui 6 a regime. Poi è arrivato il Pnrr che in un colpo solo ci da l’opportunità di avere 20 miliardi. Basta vedere il ciclo di questi numeri, uno, due, dieci, venti, per avere il senso di come siamo in una fase di straordinaria opportunità”.

La possibile riforma dell’assistenza territoriale alla luce del Pnrr è stata al centro anche dell’intervento del presidente dell’Enpam Alberto Oliveti, che non ha usato mezzi termini: il passaggio alla dipendenza segnerebbe la morte dell’ente di previdenza dei medici.

“Il new normal, la nuova normalità che dovremmo raggiungere nel dopo Covid, ci consegna forte e intensa l’impressione che non si possa contare più su rendite di posizione – ha dichiarato Oliveti – La stabilità sociale appare fondamentale per ottenere da un lato la ripresa, ma anche un cambio del modello di sviluppo. Ma a noi non sembra che si stia andando in tal senso nella medicina pubblica territoriale con il medico di medicina generale che – mentre in tutti i servizi sanitari universalistici è considerato il fulcro – da noi corre il rischio di una rimozione forzata perché accusato di uso indegno del territorio pubblico. Questo credo non sia accettabile. Ci sarebbe da chiedersi a vantaggio di chi andrebbe questa rimozione”.

“Dal Pnrr con la missione 6 abbiamo investimenti su reti, su strutture, su tecnologia, su telemedicina, su innovazione digitale e ricerca. Il governo ha annunciato l’intenzione di creare 1350 Case di comunità – ha detto Oliveti – benissimo: si facciano e senza sprechi di fondi. Sono state promesse all’Europa e per il 2026 dovrebbero essere operative. Noi le giudichiamo positivamente se intese come integrazione alla rete degli studi professionali, capillari e fiduciari, già esistenti sul territorio, che peraltro vanno potenziati. Le consideriamo invece come una riduzione del diritto individuale alla salute se considerate in alternativa agli studi professionali”.

L’ipotesi del passaggio alla dipendenza dei convenzionati “significherebbe la morte per l’Enpam, con un costo stimato per la Fondazione pari a 84 miliardi di euro. Noi siamo costituzionalmente depositari di un compito che ci viene assegnato dallo Stato, per garantire le provvidenze previste dall’articolo 38 della Costituzione. Questo non va dimenticato. Restando focalizzati sul rapporto convenzionale, auspico che venga chiuso rapidamente il nuovo accordo collettivo nazionale. Siamo infatti nel post Covid, siamo in una nuova normalità e non possiamo ancora discutere dell’accordo normativo 2016-2018: sfioriamo il ridicolo. Questa nuova normalità potrà condurre alla perdita di posizioni di rendita, però può significare anche attività nuove da rilanciare. In questo senso credo che il mix tra quota capitaria e quota oraria sia la chiave per affrontare il rapporto con i nuovi spazi di attività: case di comunità, aggregazioni funzionali territoriali, studi professionali, micro-team”.

Infine, “proprio in vista di tutti questi compiti che attendono i medici, credo nel valore di una casa comune previdenziale che accolga tutti i medici, anche relativamente al reddito da lavoro dipendente. Credo che in prospettiva – ha detto Oliveti – sarà sempre più importante puntare su una comunità di professionisti iscritti a un unico ordine professionale, a due volendo considerare gli odontoiatri, piuttosto che essere identificati sulla base del rapporto di lavoro esercitato. Credo che sia giunto il tempo per fare anche questa nuova rivoluzione”.

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