Solo Pelosi potrebbe andare in Cina

Nancy Pelosi

Un antico proverbio vulcaniano recita “solo Nixon potrebbe andare in Cina”. Rassicuratevi non sono impazzito, ma apprezzo la fantascienza che, curiosamente, spesso anticipa il futuro.
All’epoca dei fatti Kissinger aveva attentamente preparato il viaggio dell’allora presidente americano. Nixon non era un presidente popolare in patria e i rapporti tra la Cina comunista e l’America capitalista erano ai minimi storici.

La strategia di Kissinger (oggi 99 anni) fu la distensione. Il riconoscimento di una “sola Cina” fu uno dei maggiori successi degli strateghi americani dell’epoca. Kissinger, più di Nixon, comprendeva che gli Usa potevano permettersi solo una guerra fredda. Avere due nazioni comuniste contro sarebbe stato troppo persino per gli americani.

Negli ultimi giorni invece, forse mancando un consigliere come Kissinger tra i ranghi dell’attuale amministrazione, la ricca signora Pelosi ha deciso di mostrare al governo cinese che lei non ha paura; forse una sorta di machismo al femminile, forse qualcosa di più. Per capire quanto le azioni della signora Pelosi, il cui marito ha una smodata passione per gli investimenti in borsa (e casualmente sembra anticipare gli eventi quando investe), siano importanti dobbiamo comprendere alcune cose sulla Cina e le sue relazioni con gli Usa.

Sociologia cinese

La faccia (mianzi in lingua locale) è una cosa molto importante in Cina. Il concetto di “perdere la faccia” o “salvare la faccia” è un elemento fondamentale della società cinese.

Anche in Occidente abbiamo questo concetto ma vi sono fondamentali differenze: in Occidente perdere la faccia è una questione legata al proprio ego; in Oriente è fortemente legato a come gli altri ci percepiscono e ci considerano. Per molti aspetti il concetto di “faccia” cinese è assimilabile al concetto di “onore” nel mondo medio orientale e islamico.

Per una persona di potere perdere la faccia è un insulto insostenibile, al limite dello stigma sociale. Veniamo a Xi. L’amministrazione cinese ha fatto notare all’amministrazione Biden, potremmo aggiungere con una certa veemenza, che il viaggio della Pelosi a Taiwan non era gradito. Per correttezza si deve ricordare che Xi ha chiamato Biden pochi giorni prima della visita per rassicurare che “non era tempo per una guerra”. Un po’ come dire “senti Joe a me non va che la signora venga qui, ma tranquillo che non facciamo guerra per questa visita”. Per scrupolo si deve ammettere che lo stesso Biden era assai perplesso, almeno in apparenza, dalla scelta della Pelosi.

A ogni modo la visita a Taipei ha umiliato pubblicamente Xi. Per comprendere la gravità della situazione dobbiamo considerare che il modello di potere politico cinese si basa su elementi strettamente correlati. Non si arriva a guidare la Cina per elezioni più o meno trasparenti, come succede in Usa. Divenire la guida della Cina è un percorso che richiede tempo, stima, credibilità all’interno del Politburo.

Quindi quando una figura come Xi viene offesa è l’intero partito comunista cinese a essere offeso. Malgrado quello che potrebbe essere la percezione occidentale, Xi non è un “uomo solo al comando”; per conseguenza un’offesa a Xi è un’offesa a un intera collettività.
Al concetto di perdere la faccia dobbiamo aggiungere la percezione che i cinesi hanno dell’Occidente.

Il cittadino cinese comune, financo il politico, valuta le azioni politiche straniere con il filtro culturale della politica cinese. Stante quindi la struttura di comando politico cinese, per il cittadino cinese medio non esiste che un membro politico possa compiere un’azione estrema, senza l’approvazione del partito. Per conseguenza l’azione della Pelosi viene vista, dai cinesi, come approvata da Biden, di conseguenza una scelta del governo americano e del suo presidente (assimilato per poteri e discrezionalità a Xi).

Seguendo questa logica di pensiero, i politici cinesi sono propensi a credere che il presidente Usa stia rinnegando la precedente visione americana di “una sola Cina”, costruita con fatica dai predecessori di Biden.

L’azione della Pelosi, con le speculazioni cinesi di cui sopra, rischia di indurre i cinesi a confermare le posizioni della Russia, in materia di “promesse americane” disattese. In pratica cinesi e russi cominciano a convenire, sempre più spesso, che le promesse “storiche americane (vedasi le promesse di non espansione Nato verso le nazioni ex Urss)” non sono attendibili. Per gli standard euroasiatici una perdita della faccia (da parte degli americani che vengono meno alla parola data) è difficile da accettare.

Una scelta solo di Pelosi?

Le scelte di Pelosi confermano ai cinesi che gli Usa non hanno posizioni amichevoli. D’altro canto, da Obama in poi, gli Usa sono stati sempre più aggressivi con la Cina: dal progetto di una “Contro Bri (il sogno di Obama del Trans-Pacific Partnership)”, alle recenti sanzioni, o “moral dissuasions”, verso tutte le aziende produttrici di microchip (o parti della filiera) nel collaborare con la Cina. Se la visita dell’anziana signora può, in generale, aver irritato i cinesi è bene, tuttavia, considerare cosa ha fatto quando stava a Taipei. Pelosi ha infatti incontrato Mark Liu, chaiman della Taiwan Semiconductor Manufacturing Co. o Tsmc. Questo gruppo è il più grande produttore di microchip al mondo. Tra i suoi clienti “famosi” Apple, Nvidia e gli altri produttori di cellulari, console e computer. Questa visita sembra sottolineare la crescente linea di scontro tra Cina e Usa: i microchip.

La Pelosi sembra aver voluto ribadire in modo indipendente, pare, che i microchip prodotti a Taiwan devono essere venduti solo a Paesi amici, e la Cina non sembra essere in questa lista. I microchip sono un oggetto che i cinesi non possono ancora produrre, con le stesse qualità, su suolo nazionale, e che gli americani li considerano parte della loro supremazia tecnologica. Data la sua attività a Taiwan, differente per tipo di meeting e temi rispetto al resto del tour della Pelosi in Asia, gli osservatori cinesi sono propensi a credere che, forse, malgrado le ufficiali rimostranze, Biden abbia in qualche modo approvato la visita della signora a una nazione, e un’azienda in particolare, che è vitale per gli interessi americani.

La risposta cinese arriverà a rate

Una delle grandi criticità del mondo occidentale post illuminismo (diciamo dalla rivoluzione industriale in poi) è la totale incapacità, salvo pochi individui, di comprendere a pieno la mentalità euroasiatica. I pochi che comprendono il pensiero orientale di rado sono in posizioni di supporto a leader politici (Kissinger fu una lodevole eccezione).

I media occidentali considerano le esercitazioni militari cinesi intorno all’isola di Taiwan una risposta del dragone, dimenticando che i cinesi non pensano in termini “immediati”, stile “trimestrale”, come noi occidentali. Queste azioni, così immediate, sono solo una prima azione tattica, solo un sospiro del dragone, un po’ come dire: “Guarda che ti ho visto”.

Sicuramente è una prima risposta, ma la Cina ha una lunga tradizione di pianificazione. Una seconda reazione cinese, già più strutturata, riguarda l’economia di Taipei: l’importazione di sabbia, da parte di due società taiwanesi, è stata vietata. Ricordiamo che la sabbia è un elemento fondamentale per la produzione dei chip. Per quanto i giornali di Taiwan abbiano minimizzato il blocco delle importazioni di sabbia, a Taipei sanno che questo è solo l’inizio di una catena di eventi.

Sul fronte americano giusto per dare una punzecchiata all’economia stelle e strisce, la Catl ha deciso di sospendere i suoi investimenti in Usa. La Catl, il più grande produttore mondiale di batterie al litio, progettava un nuovo impianto in Usa, per un totale di 5 miliardi di dollari investiti e occupazione per circa 10 mila americani. Questo progetto è sospeso a tempo indeterminato. Si aggiunga, caso vuole, che 5 delle principali aziende cinesi, partecipate dallo stato, abbiano deciso di de-listarsi dalla borsa americana.

Per correttezza si deve riportare che la Sec voleva una maggior trasparenza nei bilanci di queste aziende. Con l’aria che tira le aziende cinesi han preferito non perdere tempo e abbandonare la borsa americana. Come dire: “Vabbè tanto possiamo fare senza i soldi degli investitori americani”.

Quando parliamo di vera risposta cinese dobbiamo aspettarcene una strategica, elaborata su anni. Sul fronte “interno”, leggasi Taiwan, è plausibile una crescente strategia di assedio cinese all’isola, restrizioni al traffico marittimo, alle zone di pesca, al commercio di beni e servizi (attualmente la Cina rappresenta circa il 30% delle esportazioni di Taiwan).

Se la risposta a Taiwan sarà chiara quella agli Usa sarà più lenta e sfuggente. Le azioni cinesi, in fatto di sinergie con il resto delle nazioni asiatiche ed euroasiatiche, stanno evolvendosi sempre più rapidamente. Le conferenze per estendere i Brics (includendo per esempio anche l’Iran e l’Argentina) e integrare questa realtà economica nel più strutturato Sco e Unione economica Euroasiatica è un percorso che i cinesi e i russi stanno sviluppando. Oltre agli aspetti commerciali, è importante ricordare che russi e cinesi (invero più i secondi che i primi) mirano alla creazione di un paniere di monete/valute (eccetto i dollari) con cui pagare le materie prime. Ovviamente questo è un percorso lento, che i cinesi stanno accarezzando da tempo; l’assedio economico ai russi è stato un insperato fattore di accelerazione.

La battaglia della valle di La Drang fu un evento topico nel conflitto in Vietnam. Le statistiche: “Un morto americano ogni 12 nord vietnamiti” convinsero gli strateghi americani che, mandando più truppe e mezzi, il Vietnam del Nord sarebbe capitolato. Dall’altro fronte la sconfitta dei regolari vietnamiti convinse i leader militari asiatici che gli Usa sarebbero stati massacrati, perché riponevano troppo affidamento nella loro tecnologia.

La vera criticità è che questi due fronti, al netto del conflitto militare, non comprendevano il modo di ragionare dell’altro. L’esito del conflitto del Vietnam rappresenta, nel piccolo la sconfitta di un popolo che non ha saputo capire il suo antagonista, come lo stesso McNamara (allora consigliere del presidente) spiegò in seguito. L’unico inconveniente, nella nuova contesa tra Occidente e Oriente, è che la Cina è un poco più grande del Vietnam.

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