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Liberalizzare i commerci per contenere l’inflazione

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Nel 2020 le economie sviluppate hanno subito una brusca caduta del prodotto, conseguenza della pandemia da Covid-19. Venute meno le restrizioni più brutali alla mobilità e all’attività economica – i lockdown – nel 2021 le economie hanno conosciuto un forte rimbalzo: sostenute anche da uno straordinario e generalizzato aumento della spesa pubblica, sono crescite a ritmi sostenuti, che non si vedevano da decenni. Per motivi apparentemente incomprensibili, che toccherà agli storici dell’economia indagare, le banche centrali hanno prolungato le loro politiche non convenzionali, mantenendo i tassi d’interesse ufficiali a livelli molto bassi e continuando ad acquistare titoli nonostante fosse in corso una brusca ripresa economica e già si vedessero chiarissimi segnali di rialzo dell’inflazione. Gli stessi costi dei beni energetici, oggi sostenuti dalle conseguenze della guerra in Ucraina, avevano cominciato a salire ben prima dell’invasione russa del 24 febbraio scorso.

A questo punto i buoi sono scappati dalla stalla. L’inflazione corrente ha raggiunto livelli che non si vedevano da decenni. Le banche centrali non hanno alternativa: devono fare quel che è loro dovere e quanto è in loro potere per piegare verso il basso l’inflazione corrente, e con essa le aspettative. Anche coloro che nella manichea distinzione tra falchi e colombe sono sempre stati annoverati tra le seconde – tra di loro il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco – riconoscono che non è possibile evitare un rialzo deciso dei tassi d’interesse.

Se una politica monetaria restrittiva, o almeno non espansiva, fosse stata intrapresa per tempo, sarebbe stato forse possibile piegare l’inflazione e le aspettative senza passare attraverso una robusta caduta del prodotto. Ma riportare i buoi nella stalla è più faticoso che impedire loro di uscire. Data la situazione attuale – incrementi su base annua dei livelli dei prezzi che raggiungono valori a due cifre – la restrizione dovrà essere più brutale, e il cosiddetto ‘soft landing’ si fa sempre meno probabile.

In teoria gli effetti sociali di una restrizione monetaria potrebbero essere parzialmente attutiti da politiche di bilancio espansive, magari concentrate su coloro che pagheranno il prezzo più alto per la recessione. Ma i bilanci pubblici registrano livelli di deficit mai visti prima in tempo di pace. Andranno in difficoltà a causa dell’aumento del costo da pagare sul debito accumulato; difficile che possano evitare di volgersi anch’essi in direzione restrittiva.

Sembra quindi che non esista alternativa a una caduta brusca del prodotto, con i suoi inevitabili effetti sociali, a partire da livelli elevati di disoccupazione. L’unico strumento in grado di contrastare questi effetti, altrimenti inevitabili, è forse una manovra delle politiche commerciali.

È di tutta evidenza come, da numerosi anni, i Paesi occidentali, guidati dagli Stati Uniti, abbiano introdotto una serie di limitazioni, tariffarie e non, al commercio internazionale. Non si tratta solo delle sanzioni commerciali alla Russia, varate in conseguenza dell’aggressione all’Ucraina. Ben prima di allora, in particolare nei confronti della Cina, fin dall’amministrazione Obama, e senza mutamenti di indirizzo né con Trump né con Biden, gli Usa, seguiti da un’Europa pur recalcitrante, hanno innalzato dazi, limitato gli investimenti diretti nelle due direzioni, introdotto ostacoli di varia natura agli scambi, interrotto i colloqui relativi ad accordi regionali per la liberalizzazione dei commerci.

Queste scelte hanno motivazioni ‘alte e nobili’, legate alla nuova confrontation strategica con la Cina; e altre più prosaiche, elettorali, legate alla difesa di quelle parti dei sistemi produttivi interni che soffrono la competizione internazionale.

Nella liberalizzazione dei commerci, nella riduzione dei dazi, nell’abbattimento delle barriere non tariffarie vi è un potenziale anti-inflazionistico rilevante. Essi equivarrebbero a un aumento dell’offerta globale; si ridurrebbero le restrizioni che le banche centrali dovrebbero porre in atto per equilibrare la moneta disponibile con la quantità dell’offerta. In altre parole, la liberalizzazione dei commerci potrebbe consentire il recupero del controllo sull’inflazione con un aumento dei tassi d’interesse minore di quello altrimenti necessario, e quindi con una caduta dell’attività economica inferiore a quelle che altrimenti è inevitabile.

La versione originale di questo articolo è disponibile sul numero di Fortune Italia di luglio-agosto 2022. Ci si può abbonare al magazine di Fortune Italia a questo link: potrete scegliere tra la versione cartacea, quella digitale oppure entrambe. Qui invece si possono acquistare i singoli numeri della rivista in versione digitale.

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