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Cina: la pace della terra di mezzo

In meno di due anni il governo cinese ha compiuto un’opera di pacificazione del Medio-Oriente che, per tempi e modi, non ha pari nella storia dell’area.

La monarchia dell’Arabia Saudita sunnita e la Repubblica iraniana, in maggioranza sciita, hanno siglato una tregua. Negli ultimi giorni i leader delle due nazioni si sono incontrati in Cina, promettendo di incontrarsi nei rispettivi Paesi, l’uno ospite dell’altro. L’accordo è solido e parla una lingua comune ad entrambe le nazioni: i soldi. La crescente domanda cinese di energie fossili (gas e petrolio), di cui le due nazioni sono ricche, si tradurrà in mld di yuan nelle casse delle due nazioni medio orientali.

È importante comprendere che l’accordo ha numerose implicazioni per il futuro dell’area, l’intero blocco euroasiatico, fino a lambire gli interessi dell’Africa orientale. Cerchiamo di fare il punto.

Il pasdarano ti dà una mano

Arabia Saudita e Iran si guardano male da quando il pupazzo degli americani in Iran, Reza Pahlavi, (messo al potere dagli Usa dopo aver cacciato Mossadeq), fu cacciato dal popolo iraniano, guidato dal clerico sciita Ruhollah Khomeini.

Da quel momento gli Usa hanno tentato differenti approcci per contenere la Repubblica iraniana.

Il primo tentativo fu scatenare contro l’Iran l’Iraq, guidato dall’allora alleato degli americani Saddam Hussein: un nazionalista convinto che aveva preso il potere, lui parte della minoranza sunnita, in una nazione a maggioranza sciita. La guerra fu cruenta, l’esercito iraniano, fiaccato dalle pulizie post caduta dello Sha, era sul punto di crollare. I Pasdaran, guardiani della rivoluzione, fecero il miracolo resistendo all’esercito iracheno. Una resistenza con metodi di guerra estremi, pagata con il sangue, con una violenza che il mondo orientale non aveva mai visto in una guerra moderna.

La seconda soluzione americana fu, supportando la monarchia Saudita, creare un muro di contenimento sunnita che avesse come stato cuscinetto lo stesso Iraq.

I pasdaran intanto crebbero di potere, supportando la guida suprema religiosa dell’Iran e, di fatto, colonizzando tutti i gangli del potere iraniano. La caduta dell’Iraq, per mano di Bush padre, figlio e sauditi, gettò il medio oriente nel caos.

Sino ad oggi sauditi e iraniani si sono confrontati, con guerre proxy di media intensità, in almeno 3 fronti: Iraq (Iran contro Al Qaeda e poi Isis), Siria (sauditi contro il governo ufficiale supportato da Iran e Russia) e Yemen.

I tre fronti si sono più o meno cristallizzati in un guerre a bassa intensità, per lo più di logoramento. Dei tre fronti lo Yemen è il più dimenticato. Invaso dai Sauditi continua a resistere grazie ai guerrieri della libertà yemeniti supportati dagli iraniani.

La Siria è ancora una palude dove non si capisce chi fa cosa e contro chi. Giusto per ricapitolare: gli americani combattono contro i regolari siriani insieme ai curdi siriani, i turchi sono alleati degli americani ma bombardano i curdi, gli iraniani sono contro i curdi ma supportano Assad, i mercenari russi sono contro i curdi ma non toccano gli americani, Al Qaeda e Isis sono cani sciolti e non si vuole comprendere con esattezza chi li supporta.

L’Iraq è forse il territorio più ‘contenuto’: il Nord ricco di petrolio è in mano a un governo curdo semi indipendente, sotto l’autorità centrale di Baghdad. Il Centro è in mano al governo centrale sciita, filo-iraniano.

In tutti questi conflitti la longa mano dei pasdaran è presente: forniscono addestramento, supporto logistico, armamenti e finanziamenti, quando necessario. Una tregua tra Saudi Arabia e Iran implicherebbe che queste aree divengano più quiete.

La tregua come national branding

Nel dicembre del 2022 è stato il presidente cinese XI Jinping che ha proposto l’idea di un incontro tra i leader dei due Stati durante un summit regionale che attese a Riyadh. L’idea venne accolta con interesse da parte delle 6 nazioni che compongono il Gulf Cooperation Council (GCC).

La tregua è storica per l’intera area: ristabilisce non solo le relazioni tra i due stati, ma porta in sé i germi di una più grande strategia che interessa l’area medio Orientale, come elemento fondante della strategia cinese nel ‘Sud globale’.

La Cina ha subito manifestato al mondo la sua capacità di porsi come agente della pace: un tipo di national branding che i cinesi non fan segreto essere opposta (secondo la visione cinese) alla pax americana (visto come agente di discordia e violenza globale). Anche nello scenario ucraino la Cina ha provato a proporre un piano di pace, un piano mal visto dal presidente ucraino Zelensky e i suoi protettori occidentali.

Militarmente parlando la Cina conta solo un paio di basi militari fuori dai confini nazionali: Gwdar in Pakistan e nella capitale del Djibouti. Sono posizioni strategiche che il dragone presidia, per monitorare il traffico navale di merci e materie prime tra Cina e il resto del blocco euroasiatico (Europa inclusa) e africano. Per avere un termine di paragone gli Usa hanno nel mondo oltre 700 basi militari di varie dimensioni: dalle basi in medio oriente, eredità della guerra al terrore scatenata da Bush figlio, alle basi nel pacifico (in prossimità delle rotte marine cinesi da e per Europa e Africa). Negli ultimi anni, pur con critiche importanti, la Cina ha promosso una strategia di sviluppo economico e diplomatico in tutta l’Africa, Centro Asia e medio oriente. Una strategia basata su prestiti per lo sviluppo di infrastrutture, impianti industriali e logistica.

La grande visione cinese

La Cina, in epoca recente, diciamo da quanto è stata trascinata nel WTO, è sempre stata rivolta alla crescita economica nazionale, con una parte (crescente) di investimenti verso i Paesi del cosiddetto ‘Sud del mondo’. Durante le decadi di globalizzazione la Cina è divenuta la fabbrica del mondo occidentale: per gentile concessione dei manager occidentali, in cerca di facili trimestri con margini di guadagno importanti, il dragone ha avuto modo di acquisire gratuitamente tecnologie occidentali. Questa evoluzione ha permesso alla Cina, e le sue imprese semi private, di colmare la distanza scientifica e tecnologica che aveva rispetto all’Occidente.

Il percorso di penetrazione cinese nel mondo della tecnologia è cominciato in silenzio, con un ‘made in China’ di bassa qualità. Prodotti economici che permisero negli anni ‘90 e ‘00 di far crescere il benessere medio dei suoi cittadini, sempre più impiegati nell’industria. Dal 2000 in poi la Cina è sempre più penetrata nei mercati occidentali con prodotti o semi lavorati di medio livello tecnologico. Nel Terzo Mondo la Cina ha giocato un ruolo fondamentale, per spostare l’asse e gli interessi dei leader di queste nazioni, verso il dragone.

Vi sono differenti strategie dusate dalla Cina. Prima di tutto prestiti cinesi per costruire infrastrutture strategiche all’export di beni e materie prime verso la Cina. Non meno importanti gli impianti di telecomunicazioni ed energetici. Non meno rilevante la formazione della classe dirigente e finanziaria a cura della leadership cinese.

Oggi l’Africa, il Centro Asia hanno come maggior partner commerciale e/o di finanziamenti la Cina. All’interno di questa visione alla Cina mancava di acquisire fonti energetiche fossili a buon mercato. L’inaspettata (per gli occidentali) crisi ucraina ha improvvisamente offerto alla Cina la possibilità di acquisire materie prime russe (non solo energetiche) a prezzi di saldi di fine stagione.

Tuttavia la pacificazione medio orientale porta con sé, oltre a importanti fonti energetiche fossili, una visione strategica di amplio respiro. Pacificando il blocco mediorientale la Cina ottiene differenti vantaggi.

Con Pakistan, Iran e penisola arabica in pace, la Cina può permettersi una maggiore espansione nell’oceano Indiano: nell’area passano circa il 60% di tutte le navi mercantili del mondo. La Cina sta costruendo gasdotti e oleodotti che dall’Iran porteranno carburanti nella nazione del drago. Non è impensabile che questi oleodotti possano venir estesi verso la penisola arabica. Se questo scenario divenisse reale la Cina potrebbe rendere sicure le sue rotte energetiche, evitando di far passare petroliere e navi porta gas nell’oceano Idiano, pattugliato anche da navi occidentali.

Pax arabica

Se i vantaggi per la Cina in Medio Oriente sono evidenti è da comprendere cosa essa significhi per l’equilibrio tra quest’area e l’Occidente, in particolare Europa e Usa. L’Arabia Saudita e il Qatar sono sempre stati alleati dell’Occidente, in particolare degli Usa.

La presenza di militari americani nell’area, sia con basi e operazioni ufficiali sia con operazioni ‘borderline’, si registra in ogni Stato della penisola dalla Siria all’Arabia Saudita per non dimenticare Iraq e Qatar. L’attività di politica estera americana si è spesso avvantaggiata del supporto logistico e militare dei suoi alleati locali: dal supporto saudita alla seconda guerra irachena alle operazioni dei curdi siriani a favore di una coalizione volta a deporre il presidente siriano eletto Assad.

Al momento la pax arabica cinese ha una connotazione prettamente economica, volta a migliorare l’ecosistema energetico locale a beneficio dell’export verso la Cina. Il dragone di norma non fa politica estera nello stesso modo degli Usa. Tuttavia le tensioni tra Cina e occidente si sono già registrate in Africa occidentale: a fronte della perdita di potere dei francesi colonialisti nelle loro ex colonie le tensioni nell’area, ora maggiormente vicina alla Cina, si sono acuite.

Non è plausibile pensare che, da un giorno all’altro, l’Arabia saudita rinneghi i rapporti storici con l’alleato americano. Tuttavia ci sono alcuni aspetti che spingono a pensare che l’equilibrio di forze stia mutando.

Petrolyuan o Petroldollaro

Il maggior cambiamento indotto dalle azioni cinesi nel Sud del mondo, di cui il Medio Oriente è parte, è un lento ma deciso spostamento dal dollaro allo yuan, quando si parla di pagamenti di materie prime. È ancora prematuro definire uno scenario di crollo del dollaro ma ci sono differenti segnali che indicano questa tendenza. L’Arabia Saudita da mesi ha cominciato a disattendere le ‘indicazioni’ degli Usa, in materia di petrolio e gas. Iran e penisola arabica han deciso, in modo più o meno manifesto, di accettare pagamenti in yuan (e altre valute non occidentali) in cambio di petrolio e Gas, quando commerciano con la Cina.

La Russia ha accettato la stessa soluzione e persino la Francia, solido alleato americano, ha iniziato a pagare in Yuan il gas liquefatto. Consideriamo che, uniti, il blocco medio orientale e quello russo sono produttori di quasi la metà del petrolio e gas mondiale, se questi prodotti verranno sempre più spesso pagati in Yuan, invece di dollari, lo scenario dei prossimi anni vedrà un’espansione dello Yuan; del potere economico della Cina, a sfavore del dollaro che potrebbe divenire una moneta meno scambiabile e meno accettata. Un rischio che gli Usa non possono permettersi di correre.

 

 

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