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La cultura e i lavoratori che mancano

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Secondo il rapporto ‘Io sono cultura’ – della Fondazione Symbola e di Unioncamere – in Italia il settore della produzione culturale e creativa copre il 5,6% del valore aggiunto totale e assorbe il 5,8% dell’occupazione. Le dimensioni in gioco si fanno ancora più grandi se si considera il settore turistico, che ovviamente si intreccia con l’offerta culturale: tenendo conto degli effetti indiretti, secondo l’Istat rappresenta circa il 13% del valore aggiunto totale. Un livello nettamente superiore alla media dei Paesi sviluppati.

L’avanzo della bilancia dei pagamenti turistica – di fonte Banca d’Italia – è prossimo all’1% del PIL. La quota di mercato dell’Italia sul turismo internazionale è pari a circa il 4%.

Numeri importanti, che vanno coltivati e difesi. Come sempre, ci rivolgiamo un po’ tutti alla politica affinché faccia qualcosa di più per sostenere settori così importanti.

E, come sempre, la sventurata risponde. Sennonché, come spesso accade, le risposte sono sbagliate. Si pensi alle sfortunate esperienze di ‘portali pubblici’ destinati a far conoscere le ricchezze culturali e le offerte turistiche nazionali. O alle scomposte campagne promozionali delle varie regioni, per lo più meridionali, che in realtà avevano lo scopo recondito di spendere i fondi di coesione europei che non si riusciva a impiegare in attività più produttive.

Le risposte giuste sarebbero invece meno fantasiose: anzitutto garantire il decoro urbano per evitare che le bellezze culturali risultino immerse nell’incuria e nel degrado; per farsi un’idea del problema basta fare un giro a Roma intorno ai suoi monumenti più attrattivi. Far funzionare la rete dei trasporti pubblici, a partire da quelli urbani. Garantire che i punti di accesso alle principali città italiane siano e appaiano luoghi sicuri, cioè un bel po’ diversi dalle stazioni di Roma e Milano dopo il tramonto.

Cose banali, si dirà. E purtuttavia essenziali, e non risolvibili senza una diversa qualità dell’azione pubblica.

Sullo sfondo rimane un tema gigantesco. Rendere fruibile ai viaggiatori di tutto il mondo il patrimonio culturale e ambientale italiano richiede che si mantenga un’offerta ricettiva e nella ristorazione adeguata alla potenziale domanda. Ma le imprese che operano nel settore lamentano tutte la scarsità di manodopera disponibile. Ci sono lavori (servire ai tavoli, riassettare le stanze) che,

piaccia o meno, sempre meno italiani sono disposti a fare. Non vi è alternativa a una politica dell’immigrazione che consenta a un maggior numero di persone di entrare in Italia per svolgere quei lavori che gli italiani rifiutano. Il Governo ha dato un primo segnale positivo, prevedendo con il ‘decreto flussi’ per il 2023 la possibilità di arrivo per oltre 80.000 lavoratori stranieri. Ma le domande sono state quattro volte tante; e non riflettono solo la voglia di tanti di venire a lavorare qui, ma anche la necessità di tante imprese di impiegarli. Ecco, in primis il settore turistico ha bisogno che i flussi in ingresso si allarghino. Starà poi alla politica prevedere regole, strumenti, meccanismi che aiutino i nuovi arrivati a integrarsi. Ma il tema non è più rinviabile, se vogliamo evitare che i numeri citati in principio, che rendono conto dell’importanza del settore culturale, creativo, turistico italiano, siano costretti a rattrappirsi.

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