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Estate e crisi dei pronto soccorso, l’analisi del presidente Simeu

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Fortune Italia lo aveva anticipato settimane prima che accadesse: le ferie del personale sanitario che lavora nei Pronto Soccorso e nei reparti di Emergenza-Urgenza stanno acuendo la situazione già drammatica che vivono questi reparti della sanità ospedaliera, provati dall’atavica carenza di personale e dal burnout. E a farne le spese sono i cittadini, ma anche gli stessi operatori, come sottolineano dalla Società italiana di Medicina d’Emergenza Urgenza.

La lunga estate calda della sanità

“Nei Pronto Soccorso italiani si continua a operare come sempre. Eroghiamo le stesse prestazioni del periodo non estivo. L’unica vera differenza è l’organico, assai ridotto perché anche noi cerchiamo di prendere le due settimane consecutive di ferie estive”, previste dal contratto di lavoro, “che sono una piccola boccata d’ossigeno per riprenderci dallo stress e dai turni massacranti che abbiamo sostenuto nei mesi precedenti”, racconta il presidente della Società italiana di Medicina d’Emergenza Urgenza (Simeu) Fabio de Iaco.

Sanità chiusa per ferie? I medici e il report Fadoi

Che però evidenzia come il prezzo del riposo di soli 15 giorni è molto alto. “Per arrivare alle tanto agognate ferie estive i medici di Pronto Soccorso hanno lavorato indefessamente per mesi, su turni molto impegnativi e spesso facendo anche tanti straordinari per coprire almeno in parte la carenza di personale che da anni caratterizza questo tipo di reparto ospedaliero. E che oggi è divenuta, se possibile, ancora più pesante a causa del burnout che porta gli specialisti alle dimissioni e talvolta al lavoro privato nelle cooperative”.

I cosiddetti medici gettonisti, a cui la sanità pubblica è costretta sempre più spesso a rivolgersi per tappare le falle. Ma che, a detta dei diretti interessati, non è efficace per il raggiungimento dello scopo: in effetti i gettonisti assoldati dai pronto soccorso pubblici non sono medici in più che entrano di turno, ma sono sostanzialmente quelli che se ne sono andati. Tirata la riga dei più e dei meno il risultato delle teste che lavorano nelle Emergenze Urgenze è sempre lo stesso.

Spiega il presidente Simeu: “Diversamente da quanto accade in alcuni reparti di chirurgia e internistica dove d’estate si riduce molto e talvolta si sospende l’attività perché non ci sono medici a sufficienza, nei pronto soccorso le prestazioni erogate che per definizione rispondono alle situazioni emergenziali non si possono tagliare. Il che implica che chi resta mentre altri colleghi sono in ferie deve sobbarcarsi il relativo carico di lavoro. Che va così ad aumentare la stanchezza e lo stress, già a livelli oltre la soglia di guardia”.

Si potrebbe pensare però che d’estate i pronto soccorso registrino un minor afflusso di ‘clienti’, giacchè i cittadini vanno anch’essi in vacanza. E invece no. Evidenzia De Iaco: “Nelle città gli accessi al pronto soccorso restano invariati perché a quelli dei cittadini partiti per la villeggiatura si sostituiscono quelli di coloro che restano. E che spesso sono persone sole, anziane, pazienti cronici privi dell’usale assistenza dei caregiver familiari. E che non vedono dove altro andare per ricevere assistenza sanitaria se non da noi. Talvolta anche rappresentando accessi inappropriati, identificabili più come richieste di assistenza sociale che vere e proprie domande di salute insoddisfatta di tipo urgente”.

Diversa la situazione nelle località di vacanza. “Qui il numero di accessi aumenta moltissimo rispetto al resto dell’anno – spiega De Iaco – soprattutto per la piccola traumatologia. E va comunque gestita. Mentre in alcune zone come sulla costa emiliano-romagnola gli ospedali riescono ad aumentare l’organico almeno un po’ delocalizzandolo da altre strutture meno sotto pressione, in altre regioni come la Liguria ciò non è possibile. Conseguenza: altro lavoro e altro stress per i pochi medici che restano in corsia. E, naturalmente, allungamento delle liste d’attesa al triage”.

Insomma una situazione al limite. Che potrebbe essere risolta “solo con l’incremento dell’organico”, asserisce lo specialista. Nuove leve che “non possono essere prese dalle cooperative, perché come dicevamo prima non vanno a cambiare il conto complessivo delle teste. Ma che potrebbero invece derivare da serbatoi diversi come le scuole di specialità. Da pochi mesi è possibile che i medici entrino in corsia prima del termine della specializzazione come liberi professionisti. È un primo piccolo sblocco della situazione, che però non è ancora risolutiva perché i numeri da coprire sono molto elevati. E questa nuova opportunità deve ancora andare a regime”.

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