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Gender gap in Italia, a che punto siamo

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Natale D'Amico

In preparazione del summit del G7, tenutosi a Hiroshima nel maggio scorso, l’OCSE ha predisposto per ogni Paese un rapporto molto agile volto a fornire uno ‘sguardo a volo d’uccello’ sul gender gap. Per quel che riguarda l’Italia, ci sono alcune buone notizie.

È vero che anche in Italia le donne guadagnano meno degli uomini, ma qui da noi la differenza sfavorevole è pari al 6%, nella media G7 e OCSE rispettivamente 14 e 12%.

Nei consigli di amministrazione delle grandi società quotate italiane oltre il 40% dei componenti sono donne; una quota ben maggiore di quella coperta nei Paesi G7 e OCSE. Nella nostra Camera dei Deputati le donne sono circa il 32%, più o meno lo stesso avviene nella media dei gruppi di Paesi presi a confronto.

Sul piano degli indicatori sociali, come è noto, l’Italia spicca per il basso tasso di mortalità delle partorienti: 3 ogni 100.000 nascite, con valori G7 pari a oltre il doppio e OCSE pari al triplo.

Venendo al triste indicatore della quota di donne che subiscono violenza a causa del loro partner, il valore italiano (4%) è certamente inaccettabile, ma purtroppo nei Paesi del G7 e dell’OCSE le cose vanno ancora un po’ peggio.

Poi si arriva agli indicatori che segnalano come alcuni risultati italiani siano pessimi. Qui da noi la quota di persone tra i 15 e i 64 anni che partecipa alla forza di lavoro (cioè che ha un’occupazione o la sta attivamente cercando) è relativamente bassa. Ma, mentre per gli uomini la differenza rispetto a G7 e OCSE è del 6%, per le donne è il 15. Ne risulta che le donne sono appena il 42% delle forze di lavoro italiane, ma coprono i tre quarti delle persone che lavorano a tempo parziale. In Italia ottengono la laurea più donne (il 23%) che uomini (il 17%); nonostante questi valori siano aumentati nell’ultimo decennio, sono pari ad appena la metà di quelli riferiti ai Paesi G7 e OCSE. I risultati nei test PISA (somministrati ai ragazzi di 15 anni) in matematica testimoniano un ritardo di ragazzi e ragazze italiane, ma mentre lo svantaggio per i primi è pari a circa il 2%, per le ragazze si amplia al 4%.

In Italia le donne dedicano alla cura dei familiari e della casa circa 3 ore al giorno più degli uomini; nei Paesi Ocse e G7 questa differenza si riduce a due ore.

Forse questa sfilza di dati può orientare nella scelta delle politiche necessarie per contrastare il gender gap nei suoi diversi aspetti, senza farsi troppo influenzare da temi che, per motivi più o meno accidentali, finiscono per occupare un grande spazio sui media.

Volendo scegliere un indicatore, val la pena concentrarsi sulla scarsa partecipazione femminile al mercato del lavoro. Portare questa partecipazione allo stesso livello dei maschi (come detto, anch’esso basso nel confronto internazionale) vorrebbe dire recuperare alla produzione di reddito circa tre milioni di donne. Con benefici certi per il loro bilancio e per la loro autonomia, non solo finanziaria. Le cause del fenomeno sono molteplici, e si illude chi ritiene vi sia una sola misura risolutiva. Ciascuna di quelle cause va studiata in dettaglio, con serietà e rigore, per predisporre una politica intesa a ovviare a una situazione che colpisce in particolare le donne, ma finisce per indebolire l’economia italiana nel suo complesso.

 

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