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La politica come illusione di potenza

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Natale D'Amico

Già nel 1962, alla vigilia del centro-sinistra, Pietro Nenni era alla ricerca di ‘una stanza dei bottoni’, un luogo di comando, e immaginava che dovesse stare nel Governo nazionale, salvo scoprire pochi anni dopo che la stanza dei bottoni non si trovava.

Ora i poteri di governo, verrebbe da dire per fortuna, sono sempre più limitati dall’alto dai poteri sovranazionali: in molti hanno scoperto solo da qualche settimana che non basta approvare una legge nazionale se poi essa contrasta con il diritto dell’Unione europea e qualunque giudice non solo può, ma deve disapplicarla.

Dal basso premono invece i poteri delle autonomie, ormai estesi e pervasivi. Di lato preme la divisione dei poteri: il Governo può proporre norme di legge al Parlamento, ma poi questo dispone. E il potere di interpretare e applicare le norme spetta alla giurisdizione.

All’interno del governo estensione e complessità dei poteri e dei processi amministrativi finiscono per limitare e condizionare l’efficacia di quel che si chiama ‘indirizzo politico’.

C’è un luogo in cui l’illusione di potenza della politica trova sfogo: nell’imporre tasse e finanziare spese. Infatti, le une e le altre, partendo da livelli diversi, tendono ad aumentare in tutto il mondo sviluppato (le vicende di Reagan e Thatcher restano punti singolari in una tendenza ormai secolare).

Una manifestazione specifica dell’illusione di potenza è quella che passa attraverso il debito. Se il Governo, insieme al Parlamento, può decidere quanto debito fare, non può decidere quale tasso d’interesse dovrà pagare. Dipenderà dalle decisioni di coloro che decidono di acquistare i suoi titoli. Che anzitutto guarderanno ai possibili usi alternativi: quindi sarà decisivo l’atteggiamento della politica monetaria che, offrendo alle banche e tramite loro all’intero sistema economico una alternativa priva di rischio, fisserà il livello minimo del tasso d’interesse sui titoli del debito pubblico.

Per il resto, cioè per il di più di interesse che comunemente chiamiamo spread, la politica sì che può. Lo strumento da utilizzare si chiama credibilità: affidamento che gli impegni assunti saranno mantenuti. Ecco, piuttosto che coltivare vane illusioni di potenza, la politica dovrebbe concentrarsi su ciò che può manovrare: la propria credibilità, e così il famigerato spread.

Per venire all’attualità, non giova varare una manovra finanziaria in cui la prospettiva di riduzione dell’abnorme rapporto tra debito e PIL è affidata a ipotesi quanto meno incerte, se non poco realistiche. In cui alcune spese future vengono messe sotto il tappeto (finanziando misure rilevanti solo per un anno, come si potesse l’anno successivo tornare indietro), e alcune entrate appaiono fantasiose, come 20 miliardi annunciati da privatizzazioni.

Ecco perché l’Economist ha chiuso il suo editoriale sulla manovra di finanza pubblica italiana scrivendo: “una resa dei conti con la realtà è quasi certa. L’unica domanda è quanto è necessario che la situazione si faccia drammatica prima che arrivi”.

 

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