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La necessità di valutare la spesa pubblica

Natale D'Amico

Natale D'Amico

Di norma le persone quando spendono i propri quattrini tendono a pensare bene a come impiegarli. Scelgono dove andare a mangiare la pizza considerando la propria esperienza relativa a quel determinato locale, la distanza, la qualità del cibo, del servizio, dell’ambiente. Se la cena è un impegno rilevante rispetto alle loro possibilità, leggono recensioni su recensioni per ottenere informazioni da clienti sconosciuti. E così via, per ogni tipo di spesa.

Ma le persone che vivono nei Paesi sviluppati in media spendono circa la metà dei propri quattrini. L’altra metà viene loro sottratta con un prelievo fiscale forzoso, e viene spesa ‘dallo Stato’, nelle sue diverse articolazioni.

Sempre con finalità alte e nobili: garantire la sicurezza interna e la difesa esterna, fornire servizi essenziali quali scuola, sanità, trasporti, aiutare i più deboli…

A ciascuno di noi dovrebbe essere riconosciuto il diritto di pretendere che, quando i suoi quattrini gli vengono sottratti, chi poi si incarica di spenderli debba valutare a-priori se quella spesa è capace di perseguire le finalità enunciate, e valuti a-posteriori se il risultato si è raggiunto, e in che misura. Chi spende i quattrini degli altri dovrebbe essere costretto a una valutazione più completa rispetto a chi spende i quattrini propri.

Ma avviene davvero così?

Nel periodo natalizio la Ragioneria generale dello Stato ha diffuso il proprio rapporto ‘Valutazione delle politiche pubbliche e revisione della spesa’. La lettura è pesante ma istruttiva. Le conclusioni sono disperanti. “Non esiste, in Italia, un quadro regolatorio sistematico, che definisca il mandato e l’organizzazione delle attività valutative… Nelle amministrazioni non è presente, di regola, una struttura interna di coordinamento, responsabile della valutazione delle politiche pubbliche… È riscontrata una generale e diffusa carenza di competenze specifiche sulla valutazione… La qualità dei dati è ancora bassa, con particolare riferimento agli indicatori di realizzazione fisica e di risultato degli interventi (indicatori di output e di outcome). L’utilizzo degli esiti della valutazione non è, generalmente, incardinato nei processi decisionali e ciò costituisce un punto di debolezza, che si lega alla scarsa domanda di valutazione da parte dei policy maker. Allo stesso modo, le proposte di allocazione delle risorse non beneficiano della valutazione dei risultati delle politiche pubbliche”.

Il florilegio potrebbe continuare.

Di fronte a questa disperante evidenza, è giunto il momento in cui ciascuno di noi quando, sempre con finalità dichiarate alte e nobili, gli viene prospettata questa o quell’altra spesa aggiuntiva – aumentando le tasse di oggi o emettendo nuovo debito, che vuol dire aumentando le tasse di domani – pretenda di sapere come sono stati spesi i suoi quattrini già prelevati per perseguire quella determinata finalità, con che risultati, e chieda se è stato verificato che non esistevano strade meno dispendiose per raggiungere risultati simili.

Se non si riesce a diffondere la ‘cultura della valutazione’ nelle amministrazioni, che almeno si diffonda tra coloro che pagano il conto, cioè i cittadini-contribuenti. Solo così forse si riuscirà a mettere un freno alla generale tendenza ad accrescere la quota di spesa sottratta alle libere scelte di chi la produce.

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