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Riforme istituzionali: è la volta buona?

Natale D'Amico

Natale D'Amico

L’economia italiana ristagna da ormai trent’anni. Come conseguenza, solo per fare un esempio, a inizio anni ’90 il salario di un operaio italiano era abbastanza simile a quello di un suo collega tedesco, ora è inferiore di oltre un terzo. Le cause di questo declino dell’economia italiana sono molteplici. Ma molte hanno a che fare con un apparato pubblico costoso (la metà del Pil) e scarsamente efficiente. Il che chiama in causa il ruolo della politica, e nello specifico la legittimazione, la forza, la stabilità del governo.

L’Italia repubblicana ha conosciuto un’instabilità dei governi che non ha confronto negli altri Paesi sviluppati. A partire dagli anni ’80, sono stati fatti numerosi tentativi di “razionalizzare” la nostra forma di governo, tentativi tutti falliti. Dunque il problema permane.

Dovrebbero esserne consapevoli tanto coloro che credono – come chi scrive – che lo Stato debba ridurre il suo campo di azione, quanto chi ritiene che lo Stato debba fare ancora più cose: nuove politiche industriali, guida nella transizione tecnologica e ambientale. Né l’una direzione – quella liberale – né l’altra – quella dirigista – potranno essere prese credibilmente senza un Governo che goda della legittimazione, della forza, della stabilità necessarie.

Ora il Governo Meloni ha riportato nell’agenda politica il tema del cambiamento della forma di governo, presentando in Parlamento una propria proposta. Il centro-destra ha abbandonato il suo favore – espresso nel programma elettorale – verso un modello presidenzialista, optando per un parlamentarismo corretto attraverso l’elezione diretta del capo del Governo. Una posizione che dovrebbe incontrare la non ostilità del centro-sinistra, che fin dal programma dell’Ulivo del 1996, e poi ripetutamente, si era pronunciato a favore di soluzioni simili.

Fin qui le cose stanno purtroppo andando diversamente da come si poteva sperare: il centro-sinistra si contrappone alla proposta governativa non per correggerne i problemi e le incongruenze, che pure ci sono, ma in nome di un parlamentarismo estremo che contraddice la sua stessa storia degli ultimi 30 anni. Per parte sua, il centro-destra sembra essere guidato nella discussione dalla necessità di tenere assieme i diversi interessi delle sue componenti interne piuttosto che dal desiderio di giungere a una soluzione efficace e il più possibile condivisa.

Il tentativo di riforma rischia di concludersi con un referendum in cui, a guardare l’andazzo in corso, come già avvenuto con la proposta di riforma del governo Renzi, le posizioni saranno più determinate dalle pregiudiziali politiche che dal contenuto della proposta.

Vanno per fortuna emergendo posizioni di chi riconosce la necessità della riforma, e vuole discuterla nel merito per migliorarla. Si è tenuta una iniziativa promossa da IoCambio (associazione fondata, tra gli altri, da Nicola Drago, che vede la partecipazione di imprenditori della old e della new economy), da LibertàEguale (che raggruppa personalità della sinistra riformista), da Magna Charta (con personalità prevalentemente riconducibili al centro-destra), volta a spingere la politica sulla strada del confronto scevro da pregiudiziali di schieramento. L’Istituto Bruno Leoni (think thank pro-mercato) in un suo position paper spinge nella medesima direzione. Altre iniziative seguiranno.

È ora necessario che l’opinione pubblica segua e sostenga queste iniziative. È vero: le persone comuni sono assorbite dalla cura del benessere proprio, della propria famiglia, della propria impresa, e non hanno tempo né voglia di occuparsi di riforme istituzionali. Ma è il momento di rendersi conto che quel benessere non potrà essere accresciuto e neanche salvaguardato se non saremo in grado di rinnovare, modernizzare, rendere più efficienti le nostre istituzioni politiche. 

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