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Il Baluchistan, i cinesi e gli americani

Le guerre proxy, per mandato tradotto volgarmente, sono uno dei modi principali in cui i grandi fratelli (Usa, Cina, Russia, in passato anche Regno Unito) operano. 

Prima di introdurre il prossimo “ospite”, che potrebbe ospitare una nuova guerra proxy facciamo mente locale a come funzionano usando un caso storico.

La Crimea e gli inglesi

La guerra in Crimea del 1853-56 ufficialmente venne combattuta da impero russo contro impero ottomano. La vittoria di quest’ultimo ricacciò i russi sulle sponde del mar nero. Fu una vittoria di Pirro. Pochi anni dopo i russi tornarono a militarizzare i vascelli commerciali, gli avamposti in Crimea e l’accesso ai mari caldi, tanto anelato dall’impero russo di allora. Nel tempo l’impero russo è divenuto Urss e oggi Russia e, ancora oggi, l’accesso alle acque calde è un tema di confronto tra occidente e Eurasia. 

La guerra in Crimea, pur se vinta dagli ottomani, vide un altro tipo di vincitori: i finanziatori di quella guerra. La guerra tra impero Ottomano e impero Russo fu di fatto una delle prime guerre basate sul concetto di “capitalismo di guerra”: l’arte cioè di strutturare intere strategie atte a valorizzare economicamente e finanziariamente una guerra, e la ricostruzione che segue alla pace.

L’impero ottomano si era indebitato febbrilmente con i grassi industriali e banchieri franco-inglesi come un bimbo obeso in overdose da zuccheri in un fast food. 

Quando l’impero ottomano, poco dopo il conflitto “vinto”, fece fallimento sovrano gli avvoltoi inglesi, francesi e anche italiani calarono su Istanbul depredandola selvaggiamente. 

Finirono in mano all’OPDA (un ente di riscossione più violento della Troika occidentale dispiegata nella Grecia) tutte le maggiori materie prime, il canale di Suez e molti altri asset dell’impero ottomano. 

I turchi erano divenuti ricchi chiedendo tassando i traffici commerciali Oriente-Occidente: debilitata questa entrata, grazie al commercio navale europeo che lo by-passava (girando intorno al continente africano), i turchi si ritrovavano con un impero gonfio, costoso, emaciato e incapace di gestire le sue grandi risorse naturali. 

Non a caso l’impero Ottomano dell’epoca veniva chiamato “il malato d’Europa”.  

Le guerre proxy sono così, vince chi gioca bene le sue carte e si espone il meno possibile. Ancor di più oggi, con le democrazie moderne, dove ogni soldato morto o ferito è una rogna per il presidente che deve chieder la fiducia alle elezioni successive.

Uno dei modi migliori per innescare una guerra proxy è seguire le linee etniche e religiose sino al punto in cui, valorizzandole, si può creare una frattura in uno stato riconosciuto. Di li il passo successivo è aumentare la pressione sulla frattura sino ad ottenere una crisi civile e uno scontro. 

Perché parlare di Impero ottomano e Crimea? 

Perché c’è una nuova potenziale guerra proxy ancora inespressa, che potrebbe essere altamente valorizzata nel prossimo mandato presidenziale. Una guerra dove Cina e Usa potrebbero “non confrontarsi” su un nuovo territorio. 

In medio oriente una opportunità spesso valorizzata è il popolo curdo e le sue aspettative di avere un grande Kurdistan. Aspettative che difficilmente saranno mai ripagate. 

Ma c’è un nuovo soggetto che, stante le crescenti tensioni tra occidente e oriente (leggasi Cina e Usa) potrebbe divenire il campione delle prossime guerre proxy: il grande Baluchistan, un non-stato di cui i cittadini-sostenitori sono ferventi attivisti in azioni un poco estreme. 

Il non-stato del Baluchistan

Il Baluchistan è una regione situata a cavallo tra sud Afghanistan, Iran sud orientale e Pakistan sud occidentale. È un territorio con una forte connotazione etnica che, da secoli, ha cercato la sua indipendenza scontrandosi violentemente sia con l’impero persiano (oggi Iran) e gli inglesi (che ai tempi controllavano l’Afghanistan dopo averlo sottratto alla Persia). È un territorio duro, arido, con una popolazione che, al pari dei pashtu afghani, è cresciuta nel tempo sapendo che non ci sono pasti gratis. 

La parte più grande del Baluchistan è in territorio pakistano e ha una storia di “incomprensioni” con il governo nazionale. Tra errori di comunicazioni, mancati investimenti del governo centrale a favore della popolazione e scelte politiche infelici, la regione è sempre stata teatro di scontri, spesso sanguinosi, tra forze nazionali (e relativa intelligence) e insorti più o meno organizzati. Il Baluchistan pakistano e iraniano sono le aree che includono, o sono limitrofe, a due dei più importanti porti di Iran e Pakistan: rispettivamente Chabahar e Gwadar. 

Questi due porti da tempo hanno sinergie sia per l’export di petrolio iraniano tramite flotte fantasma iraniane che investimenti cinesi. Questi due porti sono la punta del triangolo cinese che vede legati insieme il porto di Doraleh in Djibouti, il porto di Srilanka di Hambantota e quello di Gwadar (di cui Chabahar è l’appendice iraniana vitale per il petrolio dal porto centrale di Karg). 

Le incursioni baluche contro questi due porti non solo mettono a rischio gli investimenti cinesi nell’area, in particolare Gwadar, ma rischiano di innescar un processo di continue recriminazioni tra i due stati e, nel caso più estremo, spingerli a un conflitto regionale. L’attività di questi insorti tuttavia potrebbe essere a vantaggio di uno o più stati occidentali che mirano a contenere il consolidamento cinese marino commerciale nel tratto di oceano della regione dell’oceano Indiano (IOR). Ricordiamo che il porto di Gwadar è il punto di entrata del petrolio iraniano che, grazie alle condutture, porta il prezioso carburante sino in Cina, bypassando la rotta intorno all’India, alleato degli americani. 

C’era una volta un balucho, un pakistano e un iraniano

In risposta ai continui attacchi delle milizie baluche le forze regolari pakistane, controllate dal governo centrale, hanno attivato numerose strategie di contro insurrezione, dispiegando sia truppe regolari per il controllo di porti e infrastrutture, sia vaste operazioni di intelligence. L’azione pakistana ha ovviamente infiammato gli animi baluchi che, negli anni, han visto numerosi compagni, amici, familiari, sparire nelle prigioni pakistane senza far ritorno. Una delle voci più attive e famose nel mondo balucho è Mahrang Baloch: emersa negli ultimi anni, la sua capacità comunicativa e la sua visione internazionale le ha permesso di guadagnar e visibilità nei media occidentali, di norma poco interessati a questa regione. 

Se le relazioni tra baluchi e pakistani non sono buone lo stesso si può dire dal lato iraniano. Poco meno di un mese fa (primi di aprile) 11 guardie della rivoluzione iraniane (più comunemente noti come pasdaran) sono stati uccisi a Chabahar: l’attacco è stato rivendicato dal gruppo separatista Jaish al-Adl. Il gruppo separatista balucho-iraniano di Jaish al-Adl aveva già guadagnato popolarità presso i media occidentali a inizio anno, quando avevano subito un attacco aereo da parte delle forze regolari iraniane, mentre i terroristi si stavano rifugiando in Pakistan. In Iran gli attacchi a gruppi separatisti, spesso considerati terroristi, come quelli curdi (nord-ovest dell’Iran) e Baluchi (sud-east dell’iran) sono aumentati, specialmente dopo la morte di Mahsa Amini nelle proteste del 2022. 

Il movimento balucho e la guerra fredda sino-americana

Il nodo dei porti di Gwadar e Chabahar deve essere inserito in un più amplio teatro di operazioni che include un’opera di contenimento americana della forza congiunta russo cinese nell’area dell’oceano indiano e del pacifico. 

Gwadar è il porto terminal del corridoio economico cino-pakistano (CPEC), che, a sua volta, rappresenta uno delle rotte commerciali vitali della Belt & Road Initiative (BRI) cinese. 

A sua volta Chabahar è il terminale marittimo del North-South Transport Corridor (NSTC) che connette l’India con l’Afghanistan, l’Asia centrale e la Russia via Iran. Per quanto i due corridoi possano apparire in qualche modo antagonisti, con i due rispettivi stati (Iran e Pakistan) pronti a difenderli con le unghie e coi denti, la realtà geopolitica è più complessa. 

Da quando la Cina ha siglato un accordo strategico del valore di 400$ miliardi (su 20 anni), che vede l’interesse nel dragone confermarsi a favore del petrolio e del gas iraniano, è chiaro che gli interessi degli iraniani siano di assecondare la strategia cinese (quindi anche il CPEC).  Il rischio che l’Iran voglia innescare un conflitto aperto, o segreto, contro il Pakistan è remoto. Tuttavia il Pakistan è una nazione più complessa. Formalmente è alleata degli Usa, che l’hanno sempre valorizzata per bilanciare le ambizioni regionali indiane (altro alleato degli Usa). Dopo il cambio di governo, che ha visto il leader multipolare Imran Khan lasciare spazio ad una nuova leadership filo americana, gli Usa sono tornati ad avere una maggior facilità di dialogo con il governo di Islamabad. L’attacco dei Baluchi a Chabahar è avvenuto pochi giorni dopo l’attacco israeliano al consolato iraniano di Damasco. Un raffreddamento dei rapporti commerciali e delle sinergie tra i due porti, e i rispettivi stati, potrebbero divenire un perfetto fronte per una nuova guerra proxy dove le aspettative territoriali, o etniche, di un gruppo storicamente presente nell’area, i baluchi, potrebbe essere sfruttato per creare una crepa tra due elementi fondamentali delle strategie di proiezione navale e commerciale russe e cinesi. 

D’altro canto già da due anni, da quanto è iniziata la guerra in ucraina, sono differenti le think tank americane, una tra tutte la Rand, a suggerire al governo di Biden di ridurre gli investimenti sull’Ucraina a favore di una più amplia strategia di dispiegamento di risorse finanziarie e belliche per contenere l’espansione cinese sia nel pacifico che nell’Oceano indiano. 

Con l’avvento di Trump, da molti considerato il vincitore delle prossime elezioni, le cose potrebbero estremizzarsi: Trump ha già dichiarato di non aver interesse nella lite russo ucraina. Al contrario già in passato ha trovato di interesse innescare un confronto economico con la Cina. Se eletto presidente, una volta chiusa la questione Ucraina, dovrà dare in pasto al combinato militare-industrial e deep state americano una nuova guerra, qualcosa che richieda un dispiegamento di risorse ingenti e, non meno importanti massicci investimenti in armamenti (una delle industrie americane di maggior successo). Data la dipendenza della filiera bellica americana da fornitori cinesi è improbabile una guerra calda, mentre una guerra fredda cino americana, con alcune guerre proxy per mantenere l’attenzione focalizzata e danneggiare le strategie commerciali cino russe sarebbe un’ottima strategia. Sperando di sbagliarsi, si intende. 

@enricoverga

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