Bandiere, deficit e spread

Bandiere e cori, in piazza, per festeggiare ‘la manovra del popolo’: tifosi che hanno visto la loro squadra espugnare un campo difficile, il Tesoro, e tornare a casa con un trofeo, il deficit, che forse è meglio aspettare ad esporre in bacheca. Si è chiusa con questa immagine una giornata, quella di giovedì 27 settembre, che sarà ricordata per una vera e propria resa dei conti.

Da una parte chi, M5S e Lega, ha giocato tutte le carte a disposizione per ottenere le risorse necessarie a mantenere almeno parte delle promesse fatte. Dall’altra chi, il ministro dell’Economia Giovanni Tria con il sostegno di Quirinale, Bankitalia e Bce, ha tentato invano di difendere le ragioni dell’equilibrio dei conti pubblici. La narrazione di queste ore, che poi è la stessa da mesi, vede il ‘Governo del cambiamento’, guidato dall’ ‘avvocato del popolo’, prevalere sull’Europa, sui vincoli di bilancio e sulle pressioni dei poteri forti.

La realtà è scritta in un numero, quello del rapporto deficit/pil al 2,4%. Non serve essere addetti ai lavori per capire la portata della scommessa, o del gioco d’azzardo, che si è consumato in Cdm. Si mette nero su bianco la scelta di interrompere il percorso di risanamento dei conti, si mettono le ‘esigenze del popolo’ di fronte alle regole della convivenza europea e alle logiche dei mercati. Lo si fa con il coraggio, o l’incoscenza, di chi non vuole più fare compromessi. Una rottura, nel bene o nel male.

E’ il prezzo da pagare per il cambiamento, si dice. Ma per fare cosa? Il reddito di cittadinanza, la controriforma delle pensioni e un tentativo di flat tax assicurano un futuro migliore al ‘popolo’ tanto osannato? Oppure, lo strappo di oggi aumenta il rischio che il prezzo alla fine lo paghi proprio quel ‘popolo’ finalmente liberato dall’oppressione dei vincoli di bilancio? La prima risposta è arrivata venerdì, con il tonfo in Borsa (-3,72%) e la risalita dello spread a 269 punti . E altre arriveranno nei prossimi giorni, settimane e mesi.