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Illy: servono i manager, imprese padronali più fragili

“Che cosa manca all’Italia per essere il Paese più felice del mondo?”. È la provocazione da cui parte Andrea Illy, imprenditore del caffè, ambasciatore del made in Italy come presidente di Fondazione Altagamma e capitano di un’azienda apprezzata nei cinque continenti per la sua lunga storia di ricerca, etica, qualità ed eccellenza. Presidente di Illycaffè, chimico umanista con diploma ad Harvard, ha l’ossessione di “offrire il miglior caffè al mondo” e di promuovere un nuovo modello di impresa sostenibile.

A cosa è dovuto secondo lei il fatto che in Italia si siano ancora poche grandi imprese e che solo 43 imprenditori hanno un patrimonio personale netto superiore al miliardo di euro?

A un certo tipo di cultura impresa che c’è in Italia di cui parlo nel libro Italia Felix. Imprese di proprietà familiare, ma anche di conduzione familiare. Noi siamo come di tutti i Paesi al mondo con circa 85% di imprese familiari. Due terzi di queste sono anche a conduzione familiare e un terzo a guida manageriale mentre invece dovrebbe essere il contrario. Questo è dovuto al fatto che l’impresa è un po’ la proiezione dell’ego dell’imprenditore. Io parlo un po’ sarcasticamente di egonomia, non di economia. Questo fa vivere l’impresa un po’ come il proprio regno con una cultura simile a quella dei comuni di un tempo e antropologicamente molto coerente con questo spiccato individualismo degli italiani. Questo porta le aziende che sono gestite in modo padronale a essere fragili perché nessuno può gestire tutto da solo. Un’azienda sotto strutturata nell’organizzazione e sottocapitalizzata sarà fragile e resterà piccola. Siamo quasi condannati al nanismo. Anche aziende molto grandi che fanno parte di quelle 43, sono aziende padronali.

Quindi secondo lei sono solo 43 i miliardari italiani perché c’è una cultura di impresa di tipo padronale?

Esattamente. L’azienda padronale aiuta a crescere le imprese finché sono piccole. Ma per passare dal piccolo al medio devono managerializzarsi. Se non fanno quel passaggio rimangono piccole. Tra quelle 43 ci sarà invece una parte di imprenditori più illuminati che hanno fatto la scelta di managerializzare la propria impresa.

Quali sono i punti più importanti del Sustainable Value Report di Illy Caffè?

Sicuramente quella di essere una stakeholder company, cioè un’azienda orientata a tutti i portatori di interessi. Il consumatore che è il vero padrone della impresa, i clienti che sono i nostri partner nel deliziare il consumatore, i talenti, i fornitori senza i quali non avremmo il prodotto magico, le comunità che sono i bacini di talenti e infine l’azionista che è a sostegno dell’impresa. Questo ci porta ad avere una forte attenzione alla collaborazione con tutti i nostri colleghi dell’industria per rendere più forte e contribuire alla crescita di tutto il settore.

La Fondazione Altagamma raggruppa le eccellenze del Made in Italy. Qual è la Sua idea di eccellenza?

L’eccellenza è il buono, bello e ben fatto. Prodotti ad alto contenuto culturale estetico esperienziale o di ingegno. Sto parlando di industria simbolica come la cultura, la moda, il design, l’alimentare, l’ospitalità, la gioielleria, ma anche industria più tecnologica come lo sport, i motori, la nautica, l’aeronautica, di cui l’esperienza di consumo è altamente emozionante e dove vi è una produzione con un raffinatissimo saper fare che discende da una tradizione secolare, anzi millenaria, perché l’Italia ha tre millenni di storia.

Cosa serve a un imprenditore per far crescere la propria azienda?

Raccomando innanzitutto quello che dice Draghi: “Whatever it takes” applicato al mondo dell’impresa. Fare qualsiasi cosa possa essere utile all’impresa per crescere, perché un’impresa non può non crescere. Il tempo va avanti ed è un fattore universale fisico che deriva dalla dilatazione dell’universo e pertanto non si può che andare avanti e attraverso la crescita anche noi. Chi non cresce va indietro e chi va indietro poi finisce travolto dai tempi. Il “Whatever it takes” di Draghi per far crescere le imprese parte dalla governance, dalla struttura organizzativa, dall’apertura del capitale e tutto ciò che può rendere l’impresa competitiva. Secondo. Ricercare nella ricchezza incommensurabile della bellezza e della cultura italiana il vantaggio competitivo, perché la nostra industria ormai ha come noblesse oblige l’alto di gamma. Terzo trarre soddisfazione e ispirazione dal viaggio, come ho detto prima, e non dal traguardo magari difficile da raggiungere che ci si pone.

Ci riassuma tre consigli per ‘uscire dalla crisi e tornare a sorridere’, come dice il sottotitolo del Suo libro ‘Italia Felix’

Buona parte dei problemi che vediamo in Italia non sono problemi. Abbiamo una visione distorta a partire dalla ricchezza del Paese, che non si misura con il pil. Si misura con la ricchezza della natura e della cultura. Il pil è solo quanto di questa ricchezza viene portata nel conto economico in un anno e comunque anche con il pil non siamo messi male, se siamo la settima potenza economica mondiale e la seconda europea. È sbagliato misurare il debito pubblico solamente sul pil. Va misurato anche sulle capacità di produrre pil in futuro. Su questo l’Italia ha delle riserve straordinarie. Siamo dell’1% della popolazione mondiale, ma abbiamo una ricchezza di bellezza, qualità e cultura apprezzata dal rimanente 99% della popolazione mondiale che ama l’Italia per la sua cultura e il suo stile di vita e a cui non frega niente delle difficoltà della politica e delle istituzioni italiane. Quindi valorizziamo e cerchiamo semmai di andare a vendere di più di questa bellezza italiana nel mondo che fa parte della ricchezza. Innanzitutto cerchiamo di amare dice un nostro Paese. Perché dobbiamo essere noi detrattori di questa meraviglia che è l’Italia? Rimbocchiamoci le maniche quindi. Cerchiamo di essere un po’ più saggi e consapevoli che non tutto può essere perfetto.