5 Settembre 2019

Uk e Italia, stesso dilemma

Morena Pivetti

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Novantamila nel Regno Unito, ottantamila in Italia: i numeri sono stati praticamente gli stessi nei due Paesi, a distanza di qualche settimana. Novantamila iscritti al Partito conservatore inglese hanno issato sugli scudi come loro leader Boris Johnson, nominandolo automaticamente primo ministro. Senza che ci fosse un passaggio elettorale vero. Ottantamila iscritti alla piattaforma Rousseau, proprietà privata di Davide Casaleggio e dei suoi due ‘soci’ del Movimento 5 Stelle, con il loro voto hanno dato il via libera decisivo al nuovo governo giallo-rosso di Giuseppe Conte, il Conte2, tra i grillini e il Pd. Proprio per non tornare al voto.

In entrambi i Paesi, pur per motivi diversi, costituzionalisti, politologi ed editorialisti si pongono la stessa domanda: siamo ancora all’interno delle regole di una democrazia parlamentare elettiva oppure siamo entrati in una terra incognita? E’ giusto affidare scelte cruciali per il futuro e il welfare della nazione a un così esiguo numero di cittadini, a un manipolo di poche migliaia di persone? Così esautorando milioni e milioni di elettori?

A unire le due vicende, a Nord e a Sud del continente europeo, è il carattere dichiaratamente “populista” dei capi-partito e delle loro, ancorché ristrette, constituencies. Boris Johnson ha impresso una torsione populista-nazionalista al Partito conservatore, cambiandone la natura e accompagnando alla porta eminenti figure Tories, compreso il nipote di Winston Churchill ed ex ministri di prima grandezza, quelli non disposti a barattare i “valori” su cui, nei secoli, si è fondato il partito con il corso spregiudicato ed estremista di destra del nuovo condottiero. Che corre lancia in resta verso il precipizio di una Brexit senza accordo con l’Unione Europea.

I 5 Stelle, e i suoi leader, da Beppe Grillo a Luigi Di Maio e fino ad Alessandro Di Battista, il populismo l’hanno iscritto nel loro Dna originario dal tempo dei “Vaffa day”, nei geni costitutivi del movimento, il primo a conquistare un ruolo di governo in Europa. Esperimento osservato con curiosità e preoccupazione dai partner europei ed atlantici.

Appena 90mila iscritti hanno deciso di affidare il timone a Johnson nelle “ore più buie” del Regno – per citare il film premio Oscar su Churchill – dalla fine della Seconda Guerra Mondiale ad oggi. Regno che è alle prese con una scelta, la Brexit e senza accordo, che rischia di gettarlo nel caos e condannarlo a una recessione economica da cui serviranno anni per uscire, impattando pesantemente sulla vita degli inglesi. E dei tre milioni di cittadini europei che vivono e lavorano lì.

Appena 80mila iscritti, di cui neppure si conoscono le generalità, hanno scelto attraverso un voto telematico – che resta opaco – sulla piattaforma Rousseau se far nascere un nuovo governo o mandare 60 milioni di italiani di nuovo alle urne dopo poco più di un anno e mezzo, in un momento critico per il Paese, da un anno in stagnazione e senza prospettive di uscirne.

Nelle stesse ore in cui Johnson combatteva la sua prima battaglia, al momento perdente, ai Comuni, Conte lavorava a risolvere la crisi italiana: entrambi con gli occhi del mondo, e dei media, addosso.

Gli esiti sono, per ora, diametralmente opposti. Il primo ministro britannico sta calpestando, un passo alla volta, le antiche consuetudini della Costituzione inglese che, non essendo scritta, si basa sul rispetto delle tradizioni, sulla fedeltà ai suoi valori fondamentali da parte dei politici e dei premier di turno, sulla loro lealtà alle istituzioni, a partire dal Parlamento. E ha rovinosamente perso, voto dopo voto, la maggioranza Tories nella House of Commons. La Gran Bretagna è già nel caos, in attesa di tornare al voto politico, sulla cui data pure si litiga.

Il primo ministro Giuseppe Conte ha, invece, raccolto attorno a sé una nuova maggioranza, di colore opposto alla prima e varato il suo secondo esecutivo. Che, nelle premesse, ovvero nel programma di massima e negli uomini che ha investito, sembra aver compiuto una svolta di 180 gradi rispetto al precedente: basta guerra all’Europa, l’Italia torna ad occupare il posto che le compete e prova a rimettersi in marcia.

Ma il quesito di fondo resta: è giusto che 80-90mila persone scelgano la direzione di marcia di un Paese? Si chiami Regno Unito, si chiami Italia.

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