13 Novembre 2019

Lo stanco rito della legge di bilancio

Natale D’Amico

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Ancora per alcune settimane continuerà in Parlamento lo stanco rito della legge di bilancio. Non che non i contenuti del bilancio non siano importanti. Il segnale di stabilità che è stato dato ai mercati, e che si è immediatamente tradotto in una riduzione dell’onere per interessi che grava sulle finanze pubbliche, deve essere salvaguardato. Ciascuna delle singole misure colpisce specifici gruppi di cittadini o ne avvantaggia altri; i primi come i secondi seguono le notizie dei giornali sull’evoluzione del dibattito parlamentare, rispettivamente con ansia o con speranza. Ma alla fine se ne verrà fuori, e le novità non saranno certo sconvolgenti, nel bene come nel male. Chi tende a veder il bicchiere mezzo pieno, quelli che Umberto Eco chiamava ‘integrati’, si consolerà pensando che poteva andar peggio. Gli altri, per Eco gli ‘apocalittici’, metteranno l’accento su singole misure sbagliate, inopportune, dannose. Che certo non mancheranno. Ma molti temi, anch’essi di natura finanziaria, resteranno sullo sfondo. Eppure sono quelli decisivi nel determinare il futuro dell’Italia.

Anzitutto il debito pubblico. Ancora una volta la legge di bilancio rinvia a data da destinarsi quel pareggio del bilancio pubblico per raggiungere il quale addirittura nel 2012 abbiamo cambiato la costituzione. Può darsi che fosse inevitabile, visto il peggioramento del quadro congiunturale e l’eredità ricevuta.  Nondimeno il problema rimane. Non se ne verrà fuori se non con un programma di medio periodo, che passi per una ridefinizione di ciò che lo Stato fa e di come lo fa.

Poi il fisco. Il nostro sistema fiscale è diventato una sorta di vestito di Arlecchino, al quale ogni anno, con i ‘decretoni’ o con la legge di Bilancio, il governo aggiunge una nuova toppa. L’attenzione si concentra sulla qualità, la dimensione, il colore della toppa; ma il problema è il vestito. Come evidente guardando ai numeri della evasione fiscale, intere parti del corpo restano scoperte. Una manica è troppo stretta: per quei contribuenti – soprattutto lavoratori dipendenti – che non dichiarano direttamente il proprio reddito, e che si trovano di fronte aliquote medie e marginali elevatissime; l’altra manica è troppo larga, per coloro che possono dichiarare essi stessi il proprio reddito, o possono navigare nel mare magnum delle imposte cedolari, delle esenzioni, deduzioni, detrazioni il cui disegno complessivo si è ormai perso nella notte dei tempi.

È cresciuto sotto i nostri occhi, di nuovo, un gigantesco sistema di imprese a partecipazione pubblica, e minaccia di crescere ancora (nelle reti telematiche, nel trasporto aereo, nelle banche). Chi scrive pensa che si sarebbe invece dovuto portare a compimento l’ambizioso progetto di dismissione delle partecipazioni statali concepito ormai un quarto di secolo fa da Carlo Azeglio Ciampi e condotto con maestria dall’allora direttore generale del Tesoro Mario Draghi. Ben si comprende che ci siano opinioni diverse. Ma almeno occorrerebbe fissare i confini di questo intervento dello Stato nell’economia. Decidere con razionalità su cosa lo Stato intende fare direttamente, attraverso i propri uffici, cosa vuol fare attraverso soggetti che abbiano natura di impresa, e cosa lasciare alla libera iniziativa privata. Occorre che lo Stato si metta in condizione di governare con efficienza ciò che intende fare direttamente, assicurare con efficacia il pieno svolgimento del proprio ruolo di azionista nelle società partecipate, evitare troppi vincoli e condizionamenti su ciò che intende lasciare alla libera iniziativa.

Qualche anno fa la procedura parlamentare di bilancio è stata modificata, accorciandone i tempi. È stato un bene evitare che il rito ormai stanco si prolungasse oltre il necessario. Ma il Parlamento deve impiegare il tempo guadagnato per occuparsi di misure che guardino oltre l’annualità del bilancio.

I protagonisti della maggioranza di governo si affannano ad affermare che l’orizzonte della legislatura è fissato al 2023. Per un orizzonte così lungo, è troppo poco darsi l’obiettivo di eleggere il nuovo Presidente della Repubblica. L’avvio di un percorso duraturo verso il risanamento della finanza pubblica, una vera riforma fiscale, la ridefinizione di limiti e strumenti dell’intervento pubblico in economia: questo – per parlare solo di questioni finanziarie – sarebbe un programma adeguato al tempo in cui ci si prefigge di restare in carica.

La versione originale di questo articolo è disponibile sul numero di Fortune Italia di novembre.

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