20 Gennaio 2020

Riconoscimento facciale, un’arma pericolosa

Luca Bolognini

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Lo scoop di alcune testate giornalistiche europee – secondo cui la Commissione UE starebbe per presentare una proposta legislativa, verosimilmente un nuovo regolamento, al fine di limitare l’uso di sistemi di riconoscimento facciale – fa certamente riflettere. Le indiscrezioni si accompagnano a precisazioni altrettanto ‘clandestine’, per le quali si starebbe pensando perfino a un divieto temporaneo di utilizzo di sistemi di riconoscimento facciale nei luoghi pubblici, per 3 o 5 anni, ma con esclusioni dal divieto per settori quali la pubblica sicurezza e la ricerca scientifica. Il periodo di sospensione temporanea dovrebbe servire a trovare adeguate misure di garanzia e sicurezza per questi sistemi.

Se questo fosse davvero l’orientamento della proposta della Commissione UE, dovremmo applaudire all’iniziativa del legislatore europeo, ma anche incoraggiarlo, viceversa, a non rivelarsi troppo blando o a non colpire solo, da una parte, casi innocui, usandoli come bandiere, lasciando paradossalmente fare, dall’altra parte, dei trattamenti di dati pericolosissimi in contesti sensibili come i rapporti di lavoro pubblici, il contrasto all’evasione fiscale o la prevenzione di reati non gravi.

In Europa dobbiamo scongiurare con tutte le nostre forze che si realizzino progetti di sorveglianza pubblica di massa che non sia finalizzata, strettamente, a salvare vite umane. La biometria facciale rappresenta uno degli strumenti abilitanti più devastanti, potenzialmente, per la libertà personale: una vera e propria arma pesante, da non consentire per motivi meno che gravissimi ed eccezionali.

L’impressionante Social Credit System in Cina, a causa del quale ogni cittadino cinese entro il 2020 sarà monitorato nei propri comportamenti on e off line, anche mediante riconoscimento facciale, con un punteggio di merito e di demerito che potrà portare alla privazione di diritti e libertà, non è affatto uno scenario fantascientifico ma, anzi, qualcosa di estremamente prossimo a noi. È quindi necessario e urgente porre limiti concreti al desiderio di tracciamento continuo delle persone. Desiderio che potrebbe trasformarsi in tentazione anche per le autorità pubbliche degli Stati europei.

C’è da sperare che la Commissione non proponga divieti di utilizzo generale delle tecnologie di riconoscimento facciale, anche nel settore privato, perché questo potrebbe comprimere la libertà d’impresa e di innovazione. Soprattutto per servizi assolutamente legittimi e basati sul consenso esplicito delle persone, o costituenti servizi digitali richiesti da clienti ai loro fornitori. La Commissione UE dovrebbe invece concentrarsi sulla limitazione dell’uso delle tecnologie biometriche nei luoghi pubblici per finalità di interesse pubblico, perché nel rapporto tra persona e potere pubblico sta il rischio più grande.

Confidiamo anche nel fatto che, nel periodo di divieto temporaneo, la Commissione UE si dedichi a cercare soluzioni tecniche ma soprattutto legali in grado di salvaguardare i diritti delle persone, di consentirne l’esercizio del diritto di difesa e anche il diritto di non essere tracciate, di avere sempre a disposizione metodi alternativi per essere identificate in ambito pubblico, senza tecnologie biometriche.

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