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10 Giugno 2020

Non solo SpaceX, lo Spazio e il rischio ‘bolla’

Enrico Verga

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Ho voluto aspettare prima di scrivere questa analisi, per sincerarmi che tutto fosse andato bene. Il lancio del signor Musk richiede qualche riflessione a mente fredda. Faccio un doveroso disclaimer: sono stato allevato a latte e Star Trek, quindi sul tema space economy, esplorazione spaziale, cattura di asteroidi, miniere lunari, stazioni Halo, sfere di Dyson etc.. sono di parte. C’è tuttavia una preoccupazione che mi attanaglia… Esiste il rischio che lo spazio venga gestito in modalità ‘Toro’ (gergo finanziario Toro Vs Orso)? Mi riferisco ad approccio esclusivamente da maschio Alfa che si lancia in avanti senza freni (appunto toro), promettendo mari e monti purché possa vendere quel che promuove. Lo scenario che temo sia una nuova epoca dei Robber Barons in versione spaziale.

 

Facciamo il punto.

 

Il lancio del dragon X: un uomo (Musk) ha progettato e creato un veicolo spaziale falliforme che viene pilotato, da due uomini, nello spazio. Se l’industria spaziale privata comincia così siamo messi bene. Sono ironico ma il tema è serio. Ho già spiegato in passato, su queste pagine, come una visione troppo maschile abbia portato a scenari devastanti: la crisi del 2001 (internet crescerà per sempre!), quella del 2008 (l’immobiliare crescerà per sempre!), tanto per citare le crisi più recenti. Non voglio dire che un mondo dominato da donne potrebbe essere migliore. Sostengo che una visione, frutto di un approccio da parte di entrambi i sessi, possa essere migliore: lato maschile aggressività e spinta ad andare “la’ dove nessun uomo è mai giunto prima”, lato femminile approccio conservativo e razionale (stile tutto bello ma quanto costa?). Andiamo con ordine.

 

Spazio, ultima frontiera.

 

La visione della frontiera, ben incarnata nell’opening della prima generazione di Star Trek, è la versione fantascientifica del mito della frontiera, tanto caro agli americani. Lo story-telling del lancio di Musk pesca abbondantemente da questo mito, pur senza mai citarlo direttamente. Esiste il rischio che “lo spazio” e le sue opportunità economiche di guadagno vengano stra-vendute (generando una bolla)? A mio avviso si. Dai Robber Barons sino alla crisi del 2008, tutte queste bolle vennero create, in maggioranza, da uomini e “uome (donne le cui azioni, il modo di fare carriera e di relazionarsi nel mondo del lavoro è copia di quello maschile)”. Ecco perché ho pensato di parlarne con due donne che hanno i piedi per terra; ma prima un attimo di pulizia.

 

Il futuro spaziale vero, nei prossimi 10 anni.

 

Arriveremo su Marte grazie a Elon? No. Ci ha fatto un super personal branding, dei video fantastici ma alla fine, venduto un po’ di contratti (i suoi lanciatori per satelliti) ha dovuto far dietro front. Ma resta ottimista… prima o poi ci arriveremo. Arriveremo sulla Luna grazie a Musk o Bezos? Si, ma vivere sulla Luna non sarà come in Pluto Nash. Le radiazioni solari ci obbligheranno a stare rintanati sotto terra come termiti. I cunicoli lavici lunari potrebbero essere un’ottima soluzione a bassi costi. Se volete una visione fantascientifica sul tema vi suggerisco la letture di Ian Mcdonald, una versione scientifica invece la trovate qui. Estrarremo Elio 3 dalla crosta lunare? Si ma senza una centrale a fusione sarà tanta bella polvere, non siamo ancora ai tempi di Moon (lodevole film). Questi sono i temi caldi: si vendono bene ai media, a incauti investitori retail e ai produttori di hollywood (che ci fan su i film!). Ora andiamo a vedere cosa sono i veri ritorni economici di questa rinnovata corsa allo spazio.

 

Investimenti pubblico e privati: il futuro.

 

“Gli Investimenti pubblici/privati possono certamente sviluppare settori quali lanciatori di satelliti, de-orbitaggio (riportare i satelliti a terra in modo sicuro), estrazione mineraria lunare, estrazione mineraria di asteroidi etc..  o dare avvio a nuove iniziative”, spiega Luisella Giulicchi, Manager per Sistemi Satellitari all’Agenzia Spaziale Europea (ESA), operativa su tutti i progetti europei di pianificazione, budget e orbitaggio di vettori.

 

“Un settore che però io ritengo possa beneficiare da investimenti privati ed essere economicamente sostenibile – prosegue – è il settore dell’utilizzo di dati scientifici o di monitoraggio dell’ambiente, collezionati tramite satelliti per l’osservazione della terra, come per esempio quelli prodotti dal programma Copernicus. Le applicazioni che si  possono creare utilizzando questi dati, sia per servizi pubblici o per clienti privati, è sicuramente un’area di enormi risorse e con grosse potenzialità di espansione. Un’altra area di sviluppo economico nell’utilizzo di Artificial Intelligence in combinazione con l’enorme risorsa di informazione fornita dai dati satellitari”.

 

Dallo scenario Europeo arriviamo allo scenario italiano. Anche in questo caso ho scelto una donna, come persona competente, che potesse offrirmi una visione pratica e operativa. “In Italia, l’approccio di Partenariato Pubblico-Privato è stato ritenuto fondamentale negli Indirizzi del Governo in materia spaziale e aerospaziale approvati nell’aprile del 2019 dal Presidente del Consiglio dei Ministri”, racconta Barbara Negri, responsabile dell’unità Esplorazione dell’Universo dell’Agenzia Spaziale Italiana. “La Space Economy è oggi riconosciuta essere uno dei più efficaci motori di crescita economica, ben oltre il confine del comparto spaziale in senso stretto. La base di questa crescita economica risiede nel rendere accessibili le conoscenze e le tecnologie, sviluppate nell’ambito di progetti spaziali, ai settori commerciali, industriali, sociali o di ricerca diversi da quelli da cui hanno avuto origine. Sempre più negli ultimi anni si assiste ad una commistione (cross-fertilization) degli ambiti tecnologici terrestri con quelli spaziali, resa possibile dalla velocità di evoluzione delle tecnologie che porta i concetti di trasferimento da Spazio verso Terra (Spin-Out) e viceversa da Terra verso lo Spazio (Spin-In) a trasformarsi in un vero e proprio Sviluppo Sinergico, in cui elementi fortemente innovativi connotano sia prodotti Space-Related (prodotti/servizi migliorati dallo Spazio) sia Space-Enabled (prodotti/servizi abilitati dallo Spazio).
La Space Economy avrà un’enorme crescita nei prossimi decenni e, pertanto, il nostro Paese dovrà essere pronto a supportare e incentivare tale crescita facendone un settore trainante della nostra economia e della nostra società, attraendo maggiori capitali privati, attraverso vari assi di intervento”. Ora resta da considerare quali vantaggi e soprattutto in che modo penetreranno l’economia reale, quella del signor Mario e della signora Maria, tanto per intenderci.

 

Lo scenario di una space economy di “byproduct”

 

Il termine si riferisce al concetto di un sottoprodotto o di un prodotto collaterale, di cui si trova un’applicazione non prevista all’inizio del processo di produzione.

Per fare un esempio il velcro è nato grazie all’economia spaziale Usa vs Urss, le penne a sfera sono figlie della Fisher Space AG7. L’economia spaziale “di derivazione”, dove le tecnologie e le prassi operative, possono penetrare nel processo operativo di aziende, o nel mercato retail, è uno scenario estremamente plausibile, stante gli esempi del passato. “Sicuramente possono avere un’ impatto”, spiega Giulicchi: “i nuovi attori nel settore aerospaziale, come SpaceX oramai presente da circa due decenni, hanno, in alcuni casi, portato innovazione in termini di processi di sviluppo e produttivi. Questi nuovi processi hanno velocizzato lo sviluppo e la qualifica dei prodotti rispetto ai metodi e gli standard tradizionali seguiti dalle agenzie spaziali e le grosse corporazioni e che richiedono normalmente tempistiche molto piu’ lunghe con i costi associati.”

Sulla stessa linea di pensiero si posiziona Negri. “Le economie di scala sono il driver principale del settore privato che svolge attività spaziali. SpaceX, per la prima volta nella storia dei lanciatori, ha riutilizzato con successo un suo razzo Falcon 9. Questo significa che si può far volare e rivolare un lanciatore di classe orbitale, che è la parte più costosa del razzo e questo rappresenta una grande rivoluzione per il volo spaziale”. La conseguenza diretta di questo nuovo modus operandi è una rivoluzione nelle economie vicino all’orbita. Continua Negri: ”l’abbattimento dei costi di lancio dovuto all’entrata di operatori privati e la miniaturizzazione dei satelliti prefigura un futuro di sostenibilità dello spazio attorno alla Terra. Inoltre, l’In-Orbit Servicing porterà a un cambiamento di paradigma nell’utilizzo dello spazio circumterrestre, introducendo da un lato la capacità di maturare ed espandere in orbita le infrastrutture, dall’altro di riutilizzare e/o riconfigurare i sistemi in volo, oggi considerati spendibili una volta esaurite le risorse disponibili.”

 

Ma i privati faranno soldi?

 

Con queste visione tra privato e pubblico si può delineare quanto le operazioni di Musk e Bezos (e molti altri competitors) siano economicamente sostenibili nei prossimi 10 anni (un tempo minimo considerando i progetti e le ambizioni dei due privati). “Sono certamente sostenibili poiché i servizi ed i prodotti che offrono servono il mercato aerospaziale in generale e organizzazioni sia pubbliche che private”, conferma Giulicchi.
“Si tratta del primo volo con equipaggio di una navetta progettata e gestita da un’azienda privata, SpaceX, attraverso una partnership con la NASA”, spiega Negri, che aggiunge: “Elon Musk lavorava già per la NASA, garantendo con il Falcon 9 i rifornimenti alla Stazione Spaziale Internazionale (ISS), ma questo lancio rappresenta il primo step di un programma più ambizioso. Nel futuro di Space X c’è un viaggio attorno alla Luna entro il 2023 e qualche anno dopo un viaggio a Marte. SpaceX e le altre aziende gestite dai magnati milionari Jeff Bezos (Blue Origin) e Richard Branson (Virgin Galactic) vedono nell’aerospazio un mercato in forte espansione e di grande interesse, non solo per l’enorme ritorno di immagine che ne deriva, ma anche per i grandi investimenti finanziari di NASA in sistemi e tecnologie innovative. E a questo aggiungerei anche il “turismo spaziale” milionario che si svilupperà sicuramente nei prossimi anni e le richieste di accesso allo spazio da parte di nazioni che non possiedono strutture e sistemi di lancio propri.” Chiarisce Negri.

 

Industria spaziale fatta dai privati: i rischi.

 

Due casi emblematici di burocrazia mal gestita e “disattenzioni” di aziende private li scopriamo nel settore militare. Il paragone con gli sprechi del Pentagono vuole essere un esempio: grandi aziende private che hanno ambizioni di vendere servizi-prodotti allo stato, usando soldi pubblici. Il carro di fanteria Bradley ha richiesto decenni e miliardi di dollari per prendere la forma attuale. Tanto è stato lunga questa sua evoluzione e sprechi, che son riusciti a farci anche un film! Forse faranno un film anche per il famigerato F35: un aereo spesso finito sulle prime pagine dei giornali per i suoi numerosi problemi piuttosto che per le sue qualità. E’ quindi opportuno domandarsi se rischi simili non possano palesarsi anche nel dell’emergente economia spaziale. Giulicchi spiega in dettaglio la situazione: “La maggior parte dei progetti spaziali richiedono il finanziamento pubblico e sono realizzati da entità private, a meno che non si parli del mercato delle telecomunicazioni satellitari, che include committenti e quindi investimenti privati”. Per certi aspetti la sua riflessione ricorda i primi viaggi verso le Americhe (Colombo & Co) finanziati dallo stato di allora. “Progetti ad alto contenuto tecnologico e che hanno lo scopo di esplorare  il nostro universo, espandere le nostre conoscenze scientifiche o monitorare il nostro ambiente non hanno necessariamente un ritorno di investimento direttamente quantificabile in senso commerciale ma un enorme valore per la società e richiedono un committente pubblico. A questo si aggiunge il fatto che  l’economia di scala, quando si parla di progetti spaziali, nella maggior parte dei casi,  non si applica.  Il numero di satelliti e strumentazione qualificata per operare nelle condizioni estreme a cui sono sottoposti nello spazio (radiazioni, temperatura etc.) è limitato, potremmo quasi parlare di un settore “artigianale” dove ogni satellite o strumentazione spaziale è unico, o con un numero limitato di riproduzioni”, conclude Giulicchi. Anche Negri vede un percorso virtuoso in questa collaborazione. “Fin dall’inizio, la NASA si è sempre rivolta a contractor privati per la realizzazione di veicoli spaziali, ma la novità dell’attuale Commercial Crew Program di NASA consiste nel fatto che non è più proprietaria del razzo e della navicella, ma pagherà come un qualunque cliente per poter salire a bordo. La sfida è dimostrare che il modello commerciale funziona anche per le missioni ad alto rischio come quelle che trasportano astronauti”.

 

Sono pronto a saltare su un razzo e già vedo la mia targa di “comandante” di base luna 1. La realtà, quanto meno per i prossimi di 10 anni, sarà differente. L’economia spaziale sarà sicuramente un segmento da tenere sott’occhio e dove investire, ma senza facili ottimismi. Nei prossimi 10 anni non ci sarà un milione di umani su Marte, e nemmeno 100.000 sulla Luna. Nello scenario migliore ci sarà una stazione di rifornimento e ricerca in orbita lunare, una o più basi di piccole dimensioni sulla Luna (Cina, Usa e magari Eu). Tutto bene, ma da qui a giungere la’ dove nessuno uomo è mai giunto prima, magari a Warp 9.5, ancora ce ne passa.

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