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Cosa pensa la Spagna del Mes?

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pedro sanchez spagna mes

Quando il Governo presieduto da Pedro Sánchez ha compreso che la crisi sarebbe durata più del previsto, ecco allora che ci sono state le prime aperture verso un possibile MES blando. Di Marco Bolognini.

 

Per capire l’andamento dell’economia spagnola, anche in questa inedita prima fase post-Covid19, è imprescindibile calarsi nel tessuto sociale e comprendere i tratti distintivi di un popolo resiliente e dalle reazioni forti, decise, nel bene e nel male. Come era prevedibile, pur con numeri molto ridotti rispetto alla normalità pre-coronavirus, la Spagna è tornata ad alimentare il consumo interno. L’elemento psicologico del timore da contagio che avrebbe potuto forse condizionare l’accesso a bar, ristoranti, negozi, sta venendo superato a una velocità piuttosto sostenuta, che fa ben sperare per il futuro.

 

 

Questo sembra un trend incoraggiante per un paese che, come gli altri cugini dell’arco mediterraneo, deve una buona porzione del proprio PIL al settore turistico. La grande incognita riguarda sicuramente il turismo straniero: sarà la Spagna in grado di attirare di nuovo i molti milioni di turisti che la visitavano tutti gli anni? In realtà la domanda andrebbe posta con un maggior profilo d’urgenza: difatti, ci si dovrebbe chiedere se sarà in grado di recuperare almeno una buona fetta di quei turisti in questa strana estate 2020. Non è purtroppo facile, infatti, prevedere cosa ne potrà essere di tante micro e macro attività, legate al settore del turismo, ove l’estate 2020 dovesse essere un tremendo flop.

 

 

Dunque, se è vero che il popolo spagnolo è in un certo senso “affidabile” in quanto a consumi interni, non è però detto che gli inglesi o tedeschi di turno tornino a popolare le ramblas a Barcellona o le spiagge dell’Andalusia. Questa variabile inciderà – molto – sul risultato finale che conosceremo solo a settembre.

 

 

Nel frattempo, le piccole e medie aziende iberiche che sono la spina dorsale dell’economia spagnola, stanno attraversando una fase di grande incertezza. Fino a oggi, grazie anche un meccanismo di cassa integrazione che si sta protraendo nel tempo, gli effetti più violenti della crisi sull’impiego non si sono ancora verificati.

 

 

La tempistica, una volta di più, sarà determinante. Ove la ripresa economica – seppur timida – dovesse iniziare presto, magari anche grazie a una buona stagione estiva nelle esportazioni e – di nuovo – nel turismo, allora probabilmente l’enorme investimento di risorse statali versate in cassa integrazione, sarà stata la miglior scelta possibile. Diversamente, ove la riattivazione dell’economia dovesse tardare alcuni mesi di troppo, ci ritroveremmo con un panorama ahimè simile al 2011 per quanto concerne i tassi di disoccupazione.

 

 

I numeri parlano chiaro: secondo quanto si legge nella relazione trimestrale della Banca di Spagna pubblicata questo giovedì, l’attività economica della Spagna sarebbe diminuita oltre il 30% rispetto alla media del 21% dell’Eurozona. Si stima addirittura che il solo settore dei servizi nel periodo della sospensione delle attività non essenziali (tra il 30 marzo e il 9 aprile) abbia subito una contrazione del 50%, conseguenza di un sistema fortemente dipendente dal turismo e dall’indotto che questo produce e che influenza commercio, trasporti e settore alberghiero (-71%) . Entro il 2020, il governo prevede che il PIL diminuisca del 9,2%, con un calo del 5,2% nel primo trimestre, secondo l’andamento dell’INE, mentre la Banca di Spagna prevede che il PIL scenderà, rispettivamente, del 9% e dell’11,6% sulla media dell’anno negli scenari di recupero precoce e graduale, che potrebbero addirittura raggiungere il 15,1% in un scenario di rischio. Di ripresa si parlerà solo l’anno prossimo quando si dovrebbe raggiungere – in base alle previsioni più ottimistiche – una crescita tra il 7,7% e il 9,1% nel 2021 e tra il 2,4% e il 2,1% nel 2022, mentre in una situazione peggiore la crescita potrebbe essere del 6,9% nel 2021 e del 4,0% nel 2022.

 

 

Il fatto che la Spagna, almeno per alcuni mesi, si sia detta non interessata al MES per poi aprirsi recentemente a un suo possibile uso, è peraltro sintomatico e significativo. Ricordiamoci infatti che il paese iberico era arrivato al fatidico 15 marzo del lockdown con un’economia in netta crescita e i conti pubblici in condizioni quantomeno accettabili o non certo disastrate. La prudenza/reticenza dimostrata nei primi mesi del Covid, per quanto riguarda il MES, obbediva proprio a quel tipo di “sicurezza in se stessi” e nelle proprie risorse. Quando, invece, il Governo presieduto da Pedro Sánchez ha compreso che la crisi sarebbe durata più del previsto, ecco allora che ci sono state le prime aperture verso un possibile MES blando, senza interventi sulla sovranità nazionale.

 

 

In chiusura, va detto che il 9 luglio sarà una data importante per le relazioni tra la Spagna e il resto dei soci dell’Eurogruppo, e non mi stupirebbe che determinati appoggi all’uso del MES possano dipendere anche da questo fattore: Nadia Calviño, ministra delle finanze spagnola, si è candidata alla presidenza dell’Eurogruppo. Già lo fece in passato – 5 anni fa – l’allora ministro De Guindos, e venne sonoramente trombato. Come si comporteranno gli amici mediterranei in questo caso? Appoggeranno la candidatura Calviño o no? Vedremo, ma di certo non si potranno aspettare grandi collaborazioni dalla Spagna su altre questioni, se la Spagna non otterrà il loro aiuto per presiedere l’Eurogruppo.

 

 

Marco Bolognini, avvocato, è tra i fondatori di Maio Legal, studio legale con sedi in Spagna (Madrid, Siviglia e Vigo) e Città del Messico.

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