Advertisement

9 Ottobre 2020

Il fisco e il circo giallo-rosso

Pierluigi Cirielli

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su linkedin
Condividi su whatsapp

Dopo la disfatta dei Cinque Stelle alle regionali il grande circo giallo-rosso insiste nelle acrobazie di sempre nel tentativo di dare un senso alla sopravvivenza del governo. Cambiano gli equilibri ma non il passo e in attesa di conoscere il contenuto del recovery plan si intravedono solo tracce confuse di una vaga idea di Italia. A partire dal fisco.

 

Proprio contro il logorio della cronaca politica quotidiana sono di aiuto letture corroboranti capaci di ricordarci chi siamo nella complessità del cambiamento sociale ed economico che stiamo vivendo. Nel suo ultimo libro dal titolo “Finalmente ho capito l’Italia” lo storico dell’arte Philippe D’Averio, scomparso recentemente, mette in luce le peculiarità dell’Italia per capire la realtà e analizzare i vizi e le virtù del nostro paese. Ecco la sua morale sulle origini e la cifra esatta della morente borghesia: “Dalla lotta all’accidia, dalla repressione della superbia nei confronti del debole e dell’invidia verso il concorrente nacque nei borghi d’Italia agli albori del XII secolo la prima borghesia d’Europa”.

 

Proprio quella borghesia che i regimi comunisti di tutto il mondo, qualche secolo dopo, vedevano come il nemico da annientare causa di ogni male. Quella borghesia oltraggiata e offesa, oceano del nulla, vocabolo eluso per la preferibile “classe media”. Perché la classe media è un concetto statistico mentre la borghesia un crinale scivoloso. Chiamiamolo come vogliamo ma questo pezzo di società impronunciabile ha determinato nel corso dei secoli fino ad oggi un passaggio decisivo per l’affermazione di società aperte e liberali che hanno migliorato le condizioni di una gran parte del mondo. Prima della pandemia i poveri erano scesi dai due miliardi del 1990 a settecento milioni e metà della popolazione mondiale apparteneva alla classe media. La classe media che, con tutti i suoi limiti, investe in istruzione, sostiene i consumi, crea posti di lavoro. Con tutti i suoi difetti garantisce stabilità politica, stimola la crescita e contiene il tasso di criminalità. La classe invisa, quella dell’etica del lavoro, del merito e della dedizione.

 

Eppure, sul piano esistenziale come su quello reddituale le società avanzate sono spaccate da una crescente polarizzazione che assottiglia via via il ceto medio per delineare un mondo di pochissimi ricchi e di un dilagante proletariato. Proprio in seno a questo ceto morente, si accampano nel nostro Paese, ancora per poco, circa cinque milioni di lavoratori autonomi tra commercianti, artigiani e professionisti in un contesto dove il 95% del tessuto economico coincide con le piccole e medie imprese lasciate sole con pochi spicci anche durante la crisi epidemica.

 

E allora proviamo a ricordarli gli interventi governativi più salienti in materia di sostegno all’economia e al ceto medio emanati durante la crisi pandemica. Al primo posto per indiscussi demeriti, al di là delle intenzioni, le misure per il sostegno alla liquidità di imprese e professionisti. Al posto di aiuti concreti, come nel resto d’Europa, lo Stato ha prestato la garanzia per consentire l’indebitamento sottovalutando il principio in base al quale indebitare un’impresa, priva o con bassa redditività, equivale a somministrare un veleno. Le attività chiuderanno e lo Stato dovrà pagare gli interessi passivi agli istituti di credito. Merita il podio anche la gestione delle scadenze del fisco che invece di eliminare l’obbligo di effettuare i versamenti delle imposte ha sospeso i termini provocando un ingorgo finanziario dal mese di ottobre. Un sistema perfetto per generare il collasso durante un’emergenza che vale per tutti tranne che per i contribuenti.

 

Seguono per il grande senso di aderenza alla realtà le misure per il lavoro come le agevolazioni contributive per i datori di lavoro che assumono, cioè per nessuno. In compenso è stato prolungato di un anno il termine di decadenza per gli accertamenti del fisco. Così mentre i lavoratori autonomi e le imprese cesseranno le loro attività i zelanti funzionari del Fisco potranno prendersela comoda. Si apprende inoltre la proposta della modifica della riscossione con l’eliminazione del sistema dei saldi e degli acconti e l’introduzione di pagamenti mensili per un Fisco in tempo reale. Esattamente quello di cui c’era bisogno.

 

Fortunatamente, proprio in questi giorni, nell’ambito dell’attesa riforma fiscale si vagliano alcune importanti e decisive misure di intervento. Tra queste colpisce per la sagacia l’introduzione del sistema del cash back che premierà i cittadini che effettueranno transazioni elettroniche mediante la restituzione del 10% di quanto speso. Attiene invece alle tradizioni cabalistiche  l’avvio della lotteria degli scontrini. Per non parlare della riforma dell’Irpef sul modello tedesco. Un’aliquota unica che cambia di continuo ad ogni modifica del reddito per evitare i salti d’imposta e rendere più semplice la determinazione dell’aliquota effettiva. Nell’aria sembra risuonare la lezione del “Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa: “Per non cambiare nulla occorre cambiare tutto sul piano esteriore”. 

 

C’è da chiedersi se tutto questo risponda ad una certa idea di paese. La risposta è no. Perché il disegno del futuro sia visibile la mano che traccia la linea deve essere ferma in un gesto esatto e continuo nel rispetto di una forma presente e nitida nella mente. E così alla fine una sola cosa appare chiara: per affondare questa Italia non è necessario il grande circo giallo-rosso ma aiuta molto.

A portata di click

Acquista Fortune in formato digitale per leggere i nostri contenuti su qualsiasi dispositivo.

In ufficio o a casa tua

Abbonati per ricevere dove preferisci ogni nuova uscita della versione cartacea di Fortune.

Rimani aggiornato

Iscriviti alla nostra newsletter per ricevere la migliore selezione degli articoli di Fortune.